Metà degli italiani sa cos’è la Smart City

Quando si parla di Smart City l’idea è associata a innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. Le caratteristiche fondamentali per una città tech, sono infatti sostenibilità ambientale, sicurezza, efficienza energetica e mobilità intelligente. Intel, l’azienda americana che produce dispositivi e semiconduttori, ha effettuato una ricerca sugli italiani e la Smart City, realizzata con la collaborazione di Pepe Research. Lo studio rivela che il concetto di Smart City è conosciuto da circa metà degli italiani, soprattutto dai giovani. Tuttavia, le priorità tra le diverse fasce di età che conoscono questo termine divergono: se i giovani più maturi danno maggiore importanza alla sicurezza, la generazione Z dimostra maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale.

Milano, Bologna e Padova le più smart dello Stivale

La mobilità intelligente è più importante, invece, per coloro che vivono in una grande città in cui i problemi di traffico impattano sulla vita quotidiana. Le città italiane dovranno affrontare ancora molti passi per raggiungere il percorso smart al 100%: solamente il 13% dei cittadini ritiene di vivere in una città abbastanza smart. Gli italiani però sono orientati a un futuro Smart City, infatti il 68% crede che la propria città sarà più smart tra 10 anni. Milano è in cima alla classifica delle città più smart d’Italia, con una valutazione 6,2/10, seguita da Bologna e Padova, con 6/10. Seguono Napoli, Genova e Catania, mentre Roma raccoglie una valutazione di 4,3/10. 

Avviare piani di intervento intelligente sull’ambiente

“Gli italiani sono legati al loro territorio, tuttavia l’idea della Smart City è effettivamente attraente, con un 60% di cittadini che si dichiara disposto a trasferirsi in una Smart City se si trovasse nella sua regione – ha dichiarato Elena Salvi, Partner di Pepe Research -. Attualmente gli italiani riconoscono un livello di ‘smartness’ alle loro città quando si tratta di economia locale, servizi e mobilità, ma sono convinti che sia necessario ancora parecchio lavoro per quanto riguarda l’ambiente e la cittadinanza attiva. Ora – ha spiegato Salvi – è il momento giusto per portare avanti piani di intervento intelligente sull’ambiente, un elemento fondamentale nel rendere più attrattive le nostre Smart City”.

Lavorare smart

La maggioranza dei lavoratori italiani poi sarebbe disposta a trasferire la propria attività lavorativa in una Smart City. Questo, se fosse a mezz’ora di distanza dalla propria residenza (87%), mentre il 57% ha indicato un’ora di distanza, e il 29% sarebbe disponibile a una trasferta di due ore per accedere a uno stile di vita più smart. Ma c’è anche chi è disposto a investire per far diventare la propria città una Smart City. Un concetto che si avvicina all’idea di Smar City è lo smart working. L’idea di smart working, riporta Italpress, ha rivoluzionato le idee degli italiani sia in modo positivo sia negativo. Il 79% infatti apprezza lo smart working e vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità, ma ritiene che vadano migliorati alcuni aspetti del lavoro in modalità remota.

Obiettivo matrimonio in “grande”: aumentano le richieste di prestiti per dire sì

Dopo il lungo periodo di restrizione, gli italiani hanno voglia di tornare a festeggiare in grande. E il desiderio riguarda in particolare modo il matrimonio, per molti ritenuto il giorno più importante della vita. La conferma arriva da una nuova indagine di Facile.it e Prestiti.it, condotta su un campione di oltre 30.000 domande di prestiti personali, che ha messo che in evidenza come questa tipologia di prestiti sia in forte aumento. Solo nei primi tre mesi del 2022, infatti, il peso percentuale delle richieste di finanziamento per matrimoni e cerimonie è aumentato del 46% rispetto allo stesso periodo del 2021; il 12% in più se confrontato con i livelli pre-pandemia rilevati nel primo trimestre 2019. In base alle stime del comparatore, i finanziamenti erogati nel corso del trimestre per far fronte a questo tipo di spesa equivarrebbero a circa 100 milioni di euro. E per quanto riguarda la somma richiesta? La cifra in media si attesta a 9.856 euro, valore in linea con quanto rilevato nel 2019, da restituire in 60 rate (5 anni). In calo, invece, l’età media dei richiedenti, che è passata dai 40 anni del periodo pre-Covid ai 37 anni rilevati nei primi tre mesi del 2022.

La ripresa dell’industria dei matrimoni

L’analisi conferma anche che il business dei matrimoni si p rimesso in moto dopo le limitazione dei due anni passati, e questo grazie soprattutto all’intraprendenza delle spose. 
“Grazie all’allentamento delle restrizioni il 2022 è visto da molti operatori del settore come l’anno di ripresa per l’industria dei matrimoni e i dati sulla richiesta dei prestiti personali sembrano confermare questo trend”, afferma Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it. “Positivo il calo dell’età media dei richiedenti su cui hanno avuto un peso anche le politiche a sostegno dei giovani introdotte dal Governo, in particolare le agevolazioni per l’acquisto della casa e la sottoscrizione di mutui rivolti agli under 36”. Un altro dato interessante è che chi fa richiesta di un prestito personale per spese legate ai matrimoni e cerimonie è, nel 40% dei casi, una donna; il valore risulta nettamente superiore alle altre tipologie di prestito personale, dove il campione femminile normalmente rappresenta meno del 25% della domanda.

Non solo nozze

Allargando l’analisi alle richieste totali di prestiti personali raccolte online emerge che, nel primo trimestre 2022, gli italiani che si sono rivolti ad una società di credito hanno cercato di ottenere, in media, 11.502 euro. Il valore risulta non solo superiore a quello del 2021 (+4%), ma anche più alto rispetto all’importo medio richiesto pre-Covid (11.200 euro nel primo trimestre 2019).
Guardando alle finalità dichiarate in fase di domanda emerge che la prima ragione che ha spinto gli italiani a rivolgersi ad una società di credito è stata la richiesta di liquidità (32%), seguita da quelle per l’acquisto di auto usate (18%). In forte aumento la richiesta per il consolidamento debiti, che rappresenta circa il 15% delle domande; il dato va letto alla luce dell’andamento dei tassi di interesse che, nel primo trimestre dell’anno, sono rimasti estremamente favorevoli offrendo così ai consumatori la possibilità di consolidare debiti già in corso, in alcuni casi anche risparmiando sulla rata del finanziamento.

Quanto costa aprire una Partita Iva nel 2022?

Aprire la partita IVA nel 2022 può rivelarsi un’ottima idea, perché oggi è possibile approfittare di alcune agevolazioni decisamente interessanti, che consentono di risparmiare parecchio in termini di tassazione, e non solo. Sicuramente, a coloro che intendono aprire una propria attività da autonomi, conviene aderire al regime forfettario, che prevede un’aliquota molto più bassa rispetto a quella del regime ordinario, e costi generali nettamente inferiori. L’unico vincolo riguarda il fatturato annuo incassato, che non deve superare i 65.000 euro. Ma quanto costa in dettaglio aprire una partita IVA nel regime forfettario? 

Costi nel regime forfettario e per la consulenza fiscale

Per attivare una partita IVA in regime forfettario i costi sono variabili a seconda dell’inquadramento fiscale e del servizio di consulenza al quale ci si appoggia. Mentre i professionisti possono portare a termine l’operazione totalmente a costo zero, per artigiani e commercianti bisogna preventivare circa 100 euro di spese vive, alle quali si aggiunge l’onorario del consulente che si occuperà delle incombenze burocratiche. Altri costi che bisogna considerare nel momento dell’apertura della partita IVA sono infatti quelli relativi al commercialista. Si tratta quindi di predisposizione del Modello Redditi, e degli F24 per il versamento delle imposte e dei contributi. Gli importi possono variare a seconda del professionista al quale ci si rivolge, ma esistono servizi online come Fiscozen, che propone un abbonamento comprensivo di tutti gli aspetti legati alla gestione della Partita IVA, dalle tariffe decisamente vantaggiose. Si spendono solamente 299 euro oltre all’IVA all’anno, e il pacchetto comprende tutti i servizi che solitamente sono in capo al commercialista.

Tasse

Un’altra voce di spesa che tutti coloro che aprono partita IVA devono considerare è quella relativa alle tasse e ai contributi previdenziali. In questo caso si tratta di costi variabili, che vengono calcolati sulla base del reddito effettivo. Aprendo partita Iva in regime forfettario, però, si ottengono vantaggi non indifferenti da questo punto di vista. L’aliquota applicata per i primi 5 anni è del 5%, mentre a partire dal sesto anno è del 15%. Nettamente inferiore rispetto a quella che devono corrispondere i contribuenti che operano in regime ordinario. 

Contributi previdenziali e costi extra

Bisogna poi considerare i contributi previdenziali, il cui ammontare dipende dalla Cassa di riferimento, riporta Adnkronos.. Si va dal 25,72% del reddito lordo per i professionisti iscritti alla Gestione Separata INPS, a un contributo fisso di circa 3.850 euro, dovuto a prescindere dal reddito, per le ditte individuali. È importante ricordare che durante la propria attività i titolari di partita IVA potrebbero avere costi extra da sostenere, come quelli relativi all’emissione di fatture elettroniche (che presto dovrebbero diventare obbligatorie anche per i forfettari). Inoltre, chi acquista o presta servizio verso committenti europei è tenuto a presentare il Modello Intrastat. Alcuni servizi come Fiscozen prevedono un abbonamento comprensivo anche di questi costi, ma ci sono commercialisti che fanno pagare queste pratiche extra.

Lunga vita ai device con le dritte dell’esperto

Quella dei rifiuti tecnologici sta diventando sempre di più un’emergenza: in base agli ultimi dati del Global E-Waste Monitor, che segnala come aumentino le apparecchiature da smaltire, solo nell’ultimo anno ha raggiunto la quota monster di 58 milioni di tonnellate. La colpa di questo fenomeno? Principalmente della vita breve, se non brevissima, dei nostri device e pc. Le ragioni di questa senescenza rapida sono diverse: dal desiderio dei consumatori di seguire sempre le ultime mode, come se lo smartphone fosse uno status symbol; un po’ perchè i device tendono a invecchiare precocemente, e dopo un po’ non possono più essere aggiornati alle versione successive; inoltre, pare, perchè alcune case dotano i loro apparecchi di una sorta di obsolescenza programmata che a un certo punto – anche una manciata di mesi – li fanno smettere di funzionare correttamente. Insomma, siamo condannati a sostituire sovente le nostre apparecchiature, ma non necessariamente tutto è perduto: a maggior ragione se abbiamo a cuore il nostro pianeta, e vogliamo evitare di accumulare ancora rifiuti elettronici, qualcosa dobbiamo fare.

La parola all’esperto 

Si chiama Brian X. Chen ed è l’esperto di tecnologia del New York Times. Proprio lui ha stilato una serie di consigli per far vivere di più gli apparecchi hi-tech, consigli ripresi da Agi. In particolare, Chen avvisa in merito agli aggiornamenti software: non necessariamente devono essere istallati in modo automatico. Gli aggiornamenti, per l’esperto, si possono anche ritardare. Però dobbiamo seguire alcune regole in fatto di sicurezza.
Dopotutto, non è realistico per tutti eseguire l’aggiornamento secondo i programmi di un’azienda tecnologica: alcuni dispositivi, inclusi i telefonini Android, smettono di ricevere aggiornamenti software dopo soli due anni. Non tutti abbiamo il tempo o il denaro per acquistare nuovi prodotti regolarmente. Allo stesso tempo, però, non vogliamo utilizzare gadget vulnerabili a bug, attacchi informatici e altri difetti. Gli aggiornamenti, per l’esperto, si possono anche ritardare. Però dobbiamo seguire alcune regole in fatto di sicurezza.

Le altre regole

Per far durare di più smartphone, tablet e pc, l’esperto consiglia poi suggerisce di mantenere sempre aggiornato il proprio browser, di evitare comportamenti a rischio (ad esempio bisognerebbe utilizzare solo app certe), di proteggere il proprio account online con l’autenticazione a due fattori e di installare sul proprio computer un sistema operativo diverso, ad esempio Linux che è un open source. E quando è l’hardware a essere troppo vecchio? Si può utilizzare in sicurezza disattivandone la connessione Internet per usarlo per attività leggere come riprodurre musica o annotare ricette. 

Quando finirà la pandemia? Ancora tanta incertezza sul ritorno alla normalità

Quando finirà la pandemia? Per esplorare l’opinione pubblica sulla fine della pandemia e il ritorno tanto agognato alla normalità post-Covid Ipsos ha condotto un sondaggio globale in 33 Paesi. La campagna vaccinale continua a passo spedito, ma la marcia del Coronavirus non sembra essersi ancora fermata. E tra la speranza che a breve si possa tornare alla normalità e l’ancora presente timore del contagio tutti si stanno chiedendo quando si uscirà definitivamente da questa pandemia globale. E in generale, a quanto emerge dalla ricerca Ipsos, a livello internazionale attualmente non c’è una convergenza di opinione, e permane ancora tanta incertezza. Se infatti per il 20% degli intervistati a livello globale la fine della pandemia è collegata a quando il 75% della popolazione sarà vaccinata, per il 19% quando la trasmissione del virus si sarà fermata completamente.

Quale segnale decreterà la fine dell’emergenza?

E ancora, per il 17% la pandemia finirà quando la situazione negli ospedali si sarà normalizzata per almeno un mese, e per il 12% quando ci saranno invece meno di 10 casi per milione di abitanti. C’è però ancora tanta incertezza sul tema, segnalata dal 14% degli intervistati che non ha idea di quale sia il segnale che decreterà la fine dell’emergenza. Gli italiani però, dato l’avanzamento della campagna vaccinale, hanno opinioni leggermente divergenti rispetto alla media degli altri Paesi: per il 27% la pandemia finirà quando la trasmissione del virus si sarà fermata definitivamente, per il 17% quando la situazione degli ospedali tornerà alla normalità, un altro 17% non ha idea, e solo per l’11% finirà quando il 75% della popolazione verrà vaccinata.

Tra quanto tempo torneremo a una vita come prima?

Ipsos ha anche chiesto agli intervistati tra quanto tempo potremmo tornare a una vita come quella precedente alla pandemia. E per il 27% a livello internazionale bisognerà aspettare più di un anno da ora, per il 25% entro l’anno, per il 20% nei prossimi 6 mesi, mentre il 14% ritiene che sia già possibile tornare a una vita normale senza restrizioni. Considerando i dati aggregati di tutti i 33 Paesi si nota che più del 66% dei cittadini intervistati pensa che non riusciremo a tornare alla normalità prima di 6 mesi, un dato che sottolinea ancora grande preoccupazione e l’opinione che la crisi non sia ancora del tutto superata.

Immaginare un futuro senza Green Pass

Gli italiani anche in questo caso hanno un’ottica diversa, infatti, per il 36% degli intervistati bisognerà aspettare più di un anno, per il 22% entro l’anno e per il 17% entro i prossimi 6 mesi. Un risultato che registra ancora diffidenza riguardo la fine della pandemia. Dall’inizio della pandemia, il team Public Affairs di Ipsos indaga le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Covid-19. L’ultimo aggiornamento del consueto monitoraggio di Ipsos, Come e quando finirà il Green Pass?, registra una diminuzione della minaccia percepita (forse complice anche lo spostamento dell’allerta causato dalla guerra Russia-Ucraina), e raggiunge nuovi valori minimi rilevati dallo scoppio della pandemia. Gli italiani stanno quindi iniziando a immaginare un futuro connotato da una preoccupazione limitata per il Covid-19? 

Gender equality: i risultati del report annuale di Win International

Nella Giornata Internazionale della Donna WIN International, il network internazionale di ricerche di mercato di cui BVA Doxa fa parte, ha rilasciato l’Annual WIN World Survey – WWS, l’ultima indagine su gender equality, violenza e molestie sessuali, per comprendere quali sono i cambiamenti in Italia e nel mondo in termini di pari opportunità e diritti. E la casa anche quest’anno conferma risultati più positivi in termini di parità dei diritti. Considerando le diverse situazioni e i luoghi in cui misurare il gender equality, alla fine del 2021 il 70% della popolazione globale ritiene infatti che la parità di genere sia stata raggiunta nelle case, e in Italia la percentuale (69%) è poco inferiore al risultato globale.

Parità di genere e lavoro

Il 60% della popolazione mondiale ritiene che la parità di genere sia stata raggiunta anche sul posto di lavoro, ma con un dato inferiore per chi è impegnato in politica (50%). In Italia la percezione è diversa e meno paritaria: solo il 38% ritiene che la parità di genere si sia raggiunta al lavoro, percentuale che scende al 37% nell’area politica. Quanto alle opportunità di lavoro e carriera, a livello globale il 37% della popolazione ritiene che le donne abbiano le stesse opportunità lavorative e di sviluppo professionale degli uomini, una percentuale più bassa secondo le dirette interessate (32%). Di contro, il 45% degli intervistati (55% tra le donne) ritiene che le donne abbiano meno opportunità rispetto agli uomini. Inferiori alla media i dati italiani: il 71% vede meno opportunità per le donne rispetto agli uomini, e solo il 22% ritiene che siano rispettate le pari opportunità lavorative.

Violenza fisica e psicologica

Per quanto riguarda i risultati sulla violenza fisica e psicologica subiti dalle donne, rispetto agli anni scorsi sono stabili, con il 16% delle donne a livello globale che nel 2021 afferma di aver subito violenze fisiche o psicologiche (17% nel 2020 e 16% nel 2019). E l’Italia è in linea con queste percentuali (15%). Tuttavia, osservando i dati per macroaree, si trova qualche piccolo miglioramento. In Africa, nelle regioni del MENA, dell’APAC e nelle Americhe, il net score delle donne che hanno subito violenze decresce rispettivamente a -7, -5, -2 e -1. A subire maggiormente violenza fisica e psicologica sono le giovani donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni (22%), anche se la percentuale decresce di due punti percentuali rispetto al 2020.

Molestie sessuali

Il 9% delle donne ha subito molestie sessuali: un risultato che rimane in linea con lo scorso anno (8%).  Le donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno subito più molestie sessuali rispetto agli altri gruppi di età, un dato leggermente superiore rispetto allo scorso anno (19% nel 2021, 18% nel 2020). Positiva la riduzione di molestie sessuali in alcune regioni e paesi del mondo, come l’Africa e l’India, dove i valori si sono dimezzati. In Italia la percentuale è sensibilmente inferiore rispetto alla media (4% vs 8%).

Più donne manager in azienda nel 2020

Più manager donne nel 2020. E’ quanto emerge dal Rapporto di Manageritalia sui dirigenti privati pubblicato come ogni anno in occasione della Festa della donna con un’elaborazione degli ultimi dati ufficiali Inps. I numeri parlano chiaro. Nel 2019 i dirigenti uomini erano 94.332 e le donne 21.116. L’anno seguente, il numero di queste ultime è aumentato del 4,9% (22.147) mentre è diminuito dello 0, 37% il numero degli uomini (-353). Solo grazie all’incremento delle donne, il dato totale dei dirigenti registra un incremento dello 0,59%, con 678 dirigenti in più nel 2020 rispetto al 2019.
“La crescita del numero delle dirigenti e dei dirigenti – dichiara Mario Mantovani, presidente Manageritalia – dimostra come anche durante la pandemia le aziende strutturate abbiano puntato su competenze e gestione manageriale per resistere e prepararsi a cogliere le opportunità del loro specifico mercato nel post pandemia”.

Buono, ma non sufficiente

Il dato relativo ai manager in rosa è buono, ma assolutamente non sufficiente. Nonostante la crescita, infatti, le dirigenti rappresentano il 19% del totale, a fronte di un desiderato 50% che richiederà opportune scelte e politiche sociali.
“Il fatto che a trainare la crescita dei dirigenti siano state le donne – dice ancora Mantovani – è la conferma dei fenomeni in atto: nella dirigenza privata da anni si vedono uscire coorti quasi esclusivamente maschili ed entrare nuovi manager che sempre più spesso sono donne, scelte per formazione, competenze e capacità. E tutto questo trova una spinta formidabile nel parallelo fenomeno che avviene tra le donne che ricoprono in azienda un ruolo di quadro, che avanzando poi di carriera diventano dirigenti”.
Buone notizie anche dal 2021. Secondo il Rapporto di Manageritalia, infatti, i dirigenti del settore terziario che hanno il contratto dirigenti del terziario nel 2021 sono cresciuti complessivamente del 6,2% con le donne in doppia cifra (+11%) rispetto agli uomini (+6%). E in questo caso oggi le donne dirigenti sono addirittura quasi il 21% del totale.

Il rosa vince soprattutto nelle grandi città. Con la “sorpresa” del Sud

Per quanto riguarda la distribuzione geografica, le province più ‘rosa’ sono quelle delle grandi città, con Milano al primo posto (dove lavorano 8.705 donne dirigenti) seguita da Roma (4.405) e Torino (1.132). Ai primi dieci posti per numero di dirigenti donne solo province del nord: Bologna, Brescia, Verona, Varese, Bergamo, Firenze, Genova. Per quanto riguarda invece il peso percentuale delle donne dirigenti, balza all’occhio il buon piazzamento di alcune province del sud, spesso caratterizzate da un bassissimo numero di dirigenti in assoluto e quindi più facilmente condizionati da vari fattori. Al primo posto c’è Enna con le donne dirigenti (56,7%) che superano addirittura gli uomini. Tra le grandi province Roma (le donne manager sono il 25,3%), prevale su Milano (21,8%) e Torino (17,7%).

Tecnologie 4.0, in arrivo 678 milioni di euro per le Piccole e medie imprese

Sono in arrivo 678 milioni di euro per le Piccole e medie imprese italiane: un decreto firmato dal ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti disciplina infatti i finanziamenti garantiti dal programma d’investimento europeo React-Eu e dai fondi di coesione. E istituisce un nuovo regime di aiuti per gli investimenti delle Pmi.

Gli investimenti sono volti alla realizzazione di progetti innovativi legati a tecnologie 4.0, economia circolare e risparmio energetico. In particolare, i finanziamenti sono destinati per circa 250 milioni agli investimenti da realizzare nelle regioni del Centro-Nord Italia, mentre circa 428 milioni sono previsti per quelli da realizzare nelle regioni del Mezzogiorno, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. Ai progetti proposti dalle Piccole e medie imprese sarà destinato il 25% delle risorse.

Favorire economia circolare, sostenibilità ambientale e risparmio energetico

L’importo massimo agevolabile per ogni investimento innovativo non potrà essere superiore a 3 milioni di euro, e dovrà favorire la trasformazione digitale dell’attività manifatturiera delle Pmi attraverso l’utilizzo di tecnologie abilitanti individuate dal piano Transizione 4.0. Una particolare attenzione verrà rivolta ai progetti che puntano a favorire l’economia circolare, la sostenibilità ambientale e il risparmio energetico.

I limiti dell’agevolazione

Tuttavia, le imprese che richiederanno l’agevolazione non dovranno aver effettuato, nei due anni precedenti la presentazione della domanda, una delocalizzazione verso uno stabilimento situato in un’altra parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) che realizzi prodotti o servizi oggetto dell’investimento, impegnandosi a non farlo anche per i 2 anni successivi al completamento dell’investimento stesso. Le Piccole e medie imprese interessate ai finanziamenti potranno presentare domanda nei termini e nelle modalità che verranno definite con un successivo provvedimento ministeriale, riporta Adnkronos.

La capacità di rimanere competitivi passa dall’ammodernamento degli impianti

“Da ministro dello sviluppo economico è mio dovere tutelare le imprese italiane, individuando tutte le risorse e gli strumenti necessari per sostenere gli investimenti in progetti innovativi che mirano anche a ridurre l’impatto energetico sui processi produttivi – ha dichiarato il ministro Giancarlo Giorgetti -. È questa un’altra importante linea d’azione da perseguire per fronteggiare, in un’ottica di medio e lungo periodo, il caro bollette. La capacità del nostro sistema imprenditoriale di rimanere competitivo sui mercati – ha aggiunto il ministro – passa infatti dall’ammodernamento degli impianti attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, che oltre a incrementare la produttività e migliorare la sostenibilità ambientale, devono favorire sviluppo e occupazione”.

Il mercato dei Droni nel secondo anno di pandemia

Le esigenze di distanziamento sociale, monitoraggio e consegne rapide ed efficienti hanno mostrato in modo chiaro le potenzialità del mercato dei droni. E dopo la frenata provocata dalla pandemia nel 2020, il 2021 è stato un anno di ripartenza per il settore. Nel 2021 il mercato professionale dei droni in Italia ha raggiunto il valore di 94 milioni di euro, +29% rispetto al 2020, che però non è stato sufficiente a tornare ai livelli pre-pandemia (117 milioni di euro nel 2019). Le imprese attive nel settore a livello nazionale oggi sono 713, con 45 chiusure nel 2021 (111 dal 2018-2021), a indicare l’evoluzione in atto nel comparto. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Droni della School of Management del Politecnico di Milano.

Due segmenti distinti, operativo e Advanced Air Mobility

Il mercato ha iniziato ad articolarsi in due segmenti distinti. Quello operativo, costituito da droni medio/piccoli in grado di svolgere attività a valore aggiunto per i settori più tradizionali, che al momento è l’unico a generare ricavi, e l’Advanced Air Mobility, costituito da droni mediamente più grandi in grado di effettuare trasporti di beni e persone. Un segmento ancora agli albori, ma di grande prospettiva. Per questo segmento in Italia oggi si contano 21 progetti, sperimentati o solamente annunciati. E l’Italia è anche apripista in Europa con il Piano Strategico Nazionale 2021-2030 per lo sviluppo della Mobilità Aerea Avanzata dell’ENAC.

Prospettive future

A livello mondiale i casi applicativi di droni totali censiti dall’Osservatorio sono 755 tra il 2019 e il 2021, di cui quasi il 42% realizzati nell’ultimo anno. Dopo la riduzione del 20% registrata nel 2020, nel 2021 le applicazioni hanno ricominciate a crescere, superando anche il valore del 2019 (245). 
I due ambiti su cui focalizzare l’attenzione nel breve periodo sono lo sviluppo del volo BVLOS e quello del volo autonomo. Nel volo BVLOS ENAC ha autorizzato 11 sperimentazioni nel 2021 e l’interesse a livello italiano è alto: il 52% delle imprese è interessata a effettuare queste sperimentazioni. Il volo autonomo è invece la prima priorità indicata dalle imprese dell’offerta, tanto che il 63% è estremamente interessato allo sviluppo di questi sistemi.

La normativa e le aspettative delle imprese

Il 41% delle imprese ritiene che il Regolamento Europeo Droni stia già dando un forte impulso al mercato, contro il 32% delle imprese più scettico. Quello che sembra mancare è la sua piena applicabilità, ritenuta un forte freno dal 64% degli intervistati. La crescita del settore, soprattutto nel segmento operativo, deve passare dal processo di innovazione. Le imprese stanno investendo soprattutto sull’efficientamento dei processi e dell’organizzazione aziendale (55%), sul marketing e le vendite (43%), meno sullo sviluppo di hardware (30%) e software (26%). Il 69% delle imprese investe infatti meno del 30% della spesa in Ricerca e Sviluppo nel business dei droni.
Una percentuale non sufficiente a portare reale innovazione sul fronte tecnico e tecnologico.

Le aspettative per il 2022, torna la voglia di viaggiare

Quali sono le aspettative per il 2022 da parte degli italiani, anche in merito alla propria situazione economica e di quella del Paese? Tutto sommato positive. I nostri connazionali infatti puntano sull’anno nuovo per riprendere a fare progetti e soprattutto a viaggiare, dopo due anni di emergenza sanitaria che hanno inevitabilmente stavolta le nostre vite e abitudini. A dirlo è l’ultima edizione dell’Osservatorio Compass, la ricerca dedicata alle aspettative di consumatori ed esercenti per il 2022, condotta dalla società del credito al consumo del Gruppo Mediobanca, con un focus proprio sul mercato dei prestiti. Dall’indagine si scopre così che circa 1 italiano su 2 si dice più fiducioso rispetto allo scorso anno, specialmente per l’economia del Paese. La pandemia ha portato grandi cambiamenti, anche nelle abitudini di acquisto, sempre più influenzate da offerte e sconti, ma rinasce la voglia di fare progetti (quasi 9 su 10 ne hanno in cantiere alcuni), su tutti quello di riprendere a viaggiare.

Il primo desiderio: che finisca la pandemia

Ovviamente il desiderio maggiormente condiviso è che finisca la pandemia:  7 italiani su 10  la pensano così. Secondo circa metà degli italiani (45%) il 2022 segnerà un miglioramento per l’economia del Paese. La fiducia cresce e riguarda anche la sfera personale, con circa un terzo del campione (30%) convinto che la situazione economica della propria famiglia migliorerà. Per molti il nuovo anno sarà l’occasione per mettersi alle spalle un 2021 dai due volti. Se è vero che la campagna vaccinale e l’aumento del Pil hanno dato fiducia ad alcuni sia nei confronti dell’economia italiana (migliorata nel 2021 per il 29% degli intervistati) che per quella famigliare (14%), sono ancora in tanti a contare i danni dell’anno passato (per il 30% c’è stato un peggioramento) e a doversi aggrappare al 2022 per un vero riscatto. 

Attenzione anche ai problemi della nostra epoca

Agli italiani non manca la consapevolezza sui problemi più gravi della nostra epoca: infatti, completano il podio dei desideri per il 2022 il voler vivere in un mondo più rispettoso dell’ambiente e della natura (43%) e il contenimento della crisi economica (42%). Quello che sembra mancare è soprattutto un forte senso di libertà di movimento, non a caso il 51% ha in programma di fare un viaggio/vacanza e il 23% di acquistare un’auto/moto. Che sia viaggiare, comprare casa o un veicolo, ristrutturare casa, rifare l’arredamento o, più semplicemente, sposarsi, non importa: la notizia migliore è che quasi tutti gli italiani (88%) hanno ripreso a fare progetti. 

Cresce il credito al consumo

Probabilmente per realizzare tutti i desideri lasciati nel cassetto, è aumentato in modo significativo il credito al consumo, uno strumento importante per l’economia reale del Paese. Dal 2015 il volume di prestiti erogati non era mai stato così alto (€12 miliardi nel I semestre del 2021).