Tecnologia di consumo: fatturato +0,7%, ma primi segnali di rallentamento

Secondo le rilevazioni GfK, nella prima parte del 2022 le vendite per il settore della Tecnologia di consumo sono cresciute del +0,7%, e il valore complessivo del mercato ha raggiunto 6,4 miliardi di euro di fatturato. Dopo un 2021 record per il settore, il mercato continua quindi a registrare un trend leggermente positivo, ma si intravedono i primi segnali di rallentamento. Se però si confronta il dato con il periodo pre-pandemico si può constatare una crescita molto forte, pari al +18,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. In ogni caso, a trainare la crescita è il comparto dell’Audio/Video, che nei primi 5 mesi dell’anno registra un incremento pari al +30,9%.

Il mercato è sostenuto da TV (+31,6%) e Decoder (+248%)

Queste ultime, favorite dalla domanda legata allo switch-off, arrivano a generare il 13,7% del valore complessivo del mercato italiano, e sono il prodotto che più sostiene la crescita del mercato. A guidare la crescita del mercato è infatti la performance molto positiva del comparto Elettronica di Consumo, cresciuto del +30,9%, che include al proprio interno i Decoder (+248%) e soprattutto le TV (+31,6%).
Queste ultime, favorite dalla domanda legata allo switch-off, arrivano a generare il 13,7% del valore complessivo del mercato italiano, e sono il prodotto che più sostiene la crescita del mercato. Se si dovessero escludere dall’analisi, il mercato mostrerebbe un trend negativo rispetto allo scorso anno del -2,9%.

Segno meno per Grande e Piccolo Elettrodomestico e IT/Office

Analizzando gli altri settori GfK registra trend leggermente negativi per il Grande Elettrodomestico (-0,5%) e il Piccolo Elettrodomestico (-0,8%), mentre la Telefonia mostra una leggera crescita (+0,7%) e si conferma il settore più importante per fatturato, con un peso sul totale pari al 34%.
L’Information Technology/Office invece è il settore più negativo (-14,5%), ma occorre ricordare che nel 2020 e nel 2021 aveva fatto registrare vendite record per le necessità legate a Smart Working e DAD.

Buone prestazioni per Photo, Home Comfort decolla

Al contrario, buona la prestazione del settore Photo (+3,4%), che negli ultimi anni aveva sofferto, mentre è in forte crescita l’Home Comfort (+25,6%), favorito dalle alte temperature registrate a maggio, che hanno contribuito alla vendita di Condizionatori (+34,6%) e fanno ben sperare per i successivi mesi estivi. In generale, le vendite online hanno evidenziato una performance migliore rispetto alle vendite nei negozi fisici (+5,2% rispetto a -0,8%) e continuano a crescere in termini di peso, raggiungendo il 25,7% del totale fatturato generato, contro il 24,6% del periodo gennaio-maggio 2021, e il 24,2% del totale registrato nell’anno 2021.

Aziende a rischio assunzione di “candidati deepfake”

Può sembrare uno scherzo, ma sono in aumento le aziende che hanno segnalato la presenza di persone candidate per un posto di lavoro utilizzando i deepfake. Lo ha annunciato l’Fbi: sempre più spesso infatti gli impostori utilizzano video, immagini, registrazioni e identità rubate fingendosi qualcun altro per ottenere una posizione IT da remoto all’interno di un’azienda. L’assunzione di un deepfake da parte di un’azienda può portare a seri problemi, come l’accesso a informazioni aziendali e sui clienti, il che non solo può rappresentare una minaccia per la sicurezza dei dati aziendali, ma in caso di violazione l’azienda probabilmente non avrà la possibilità di consegnare il truffatore alla giustizia.

Gli attaccanti possono fingersi anche dirigenti aziendali

Il caso citato non è però l’unico modo in cui i truffatori utilizzano i deepfake per trarre vantaggio da un’azienda. Con l’evoluzione della tecnologia, gli attaccanti possono utilizzare questo nuovo metodo per raggirare i test biometrici utilizzati dalle banche e dagli scambi di criptovalute per verificare l’identità degli utenti, al fine del riciclaggio di denaro. Secondo il report di Sensity, nove dei 10 principali fornitori di servizi Know Your Customer (KYC) sono molto vulnerabili agli attacchi deepfake. I deepfake sono utilizzati poi anche per lo spear o phishing mirato: il cybercriminale si finge una persona fidata o affidabile facendo leva su meccanismi psicologici. L’obiettivo finale è sempre il furto di denaro o informazioni sensibili. Gli attaccanti possono infatti fingersi dirigenti di un’azienda per ottenere la fiducia di una persona e indurla a consegnare dati sensibili, denaro o accesso all’infrastruttura dell’organizzazione.

Come riconoscere i fake usati per le truffe?

“Comprendere il pericolo è metà dell’opera. Educate i vostri dipendenti e informateli sui nuovi metodi fraudolenti. Un deepfake di alta qualità richiede molta competenza e impegno, mentre i fake usati per le truffe o per l’interazione sincrona durante un colloquio sarebbero probabilmente di bassa qualità. Tra i segni di un deepfake, ci sono movimenti innaturali delle labbra, capelli mal resi, forme del viso non corrispondenti – afferma Vladislav Tushkanov, Lead Data Scientist di Kaspersky -. Tuttavia, gli attaccanti potrebbero intenzionalmente abbassare la qualità del video per nascondere questi artefatti”.

Come ridurre al minimo la possibilità di assumere un dipendente falso

“Per ridurre al minimo la possibilità di assumere un dipendente falso, suddividete i colloqui di lavoro in più fasi, coinvolgendo non solo i responsabili delle risorse umane ma anche le persone che lavoreranno con il nuovo dipendente – continua Tushkanov -. In questo modo aumenteranno le possibilità di individuare qualcosa di insolito”.
Anche le tecnologie sono un valido aiuto nella lotta ai deepfake, una soluzione di cybersecurity affidabile garantirà assistenza nel caso in cui un deepfake di alta qualità convinca un dipendente a scaricare file o programmi dannosi o a visitare link sospetti o siti web di phishing. La soluzione antifrode che fornisce l’analisi del comportamento degli utenti e il monitoraggio delle transazioni finanziarie può essere poi una buona opzione per le aziende che utilizzano il KYC, fornendo un ulteriore livello di protezione.

Le imprese investono di più in Corporate Social Responsibility

Nel 2021 il 96% delle aziende italiane con più di 80 dipendenti dichiara di aver speso 282mila euro all’anno in attività di Corporate Social Responsibility (Csr), per un totale di 2 miliardi e 162 milioni di euro. La responsabilità sociale dell’impresa è diventata un dovere, quasi un obbligo: i dati del decimo Rapporto Csr promosso dall’Osservatorio Socialis sull’impegno sociale, economico e ambientale delle aziende in Italia, parlano chiaro. E le crisi, dalla pandemia alla guerra, non sembrano rallentare questo cammino. Su un campione composto da 400 imprese aumenta infatti visibilmente la percentuale di aziende che ha già confermato il budget per il 2022 (65% rispetto al 40% del 2020), viceversa si è ridotta la quota di imprese che ha annullato o ridotto il budget (27%) e la quota che non lo aveva pianificato in anticipo (6%). 

In 10 anni più che quintuplicato il valore assoluto degli investimenti  

Si tratta di dati, che al di là delle dimensioni emergenziali, sembrano indicare una riacquistata capacità di programmazione. Secondo la rilevazione dell’Osservatorio, rispetto alla prima rilevazione del 2001, quando si spendevano circa 400 milioni di euro in attività Csr, in Italia è più che quintuplicato il valore assoluto degli investimenti in Csr delle aziende con più di 80 dipendenti. L’investimento medio in Csr delle aziende italiane nel 2021 rispetto al 2019 è salito del 17%. Un trend ormai ventennale, che nonostante l’emergenza Covid vede una crescita del 22% solo negli ultimi due anni.

Le aree e le modalità di investimento

Per quanto riguarda le aree e le modalità di investimento le aziende che fanno attività di Csr si concentrano soprattutto sulle iniziative interne all’azienda (50%), come quelle legate alla formazione del personale (33%). Il 40% delle aziende promuove iniziative dedicate al territorio nazionale e il 36% al territorio vicino alla propria azienda. Quest’anno si è rilevato un incremento delle azioni rivolte ai paesi esteri (21%), registrando un possibile ritorno a quella che viene definita comunemente ‘beneficenza’, ossia investimenti e donazioni in paesi lontani, più poveri o in difficoltà. I maggiori investimenti però vengono dedicati ad azioni per diminuire l’impatto ambientale: il 40% investe per migliorare il risparmio energetico, mentre il 38% privilegia azioni di investimento nelle tecnologie innovative per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti.

Cresce il valore per le attività ESG

La Csr si conferma conveniente per le aziende che la praticano: il 44% delle aziende intervistate indica che la Csr porta a un miglioramento della reputazione, e per 4 aziende su 10 un miglioramento della motivazione del personale, e il conseguente miglioramento del clima interno. La rilevazione mostra poi che l’attenzione di imprese e consumatori rimane alta. Infatti, il 51% delle imprese ritiene in crescita l’attenzione verso la Csr. Le aziende, poi, attribuiscono un valore più alto alle attività a vantaggio della corporate governance e del sociale, ovvero le tematiche ESG.

Internet Advertising: nel 2021 +24%

Tra raccolta su Tv, Stampa, Radio, Out of Home e Internet Media, il mercato pubblicitario in Italia nel 2021 sale a 9,3 miliardi di euro, circa 1,4 miliardi in più rispetto al 2020. Una chiusura positiva, che recupera la flessione dell’8% registrata nel 2020, e consente di raggiungere il valore più alto dal 2009. Internet si conferma il primo Media in Italia per raccolta pubblicitaria (+24% e 46% del mercato), ma la spinta digitale cresce anche all’interno dei Media più tradizionali. Fenomeni come la Connected Tv (CTV) e il Digital Out of Home (DOOH) iniziano a registrare numeri non più marginali. Dopo l’Internet advertising, con una quota di mercato del 40% e una crescita del 14%, c’è la Tv, seguita da Stampa (7% e +4%), Radio (4% e +10%) e Out of Home (OOH, 3% e +16%). Emerge dall’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano.

Formati e device

Nonostante le vicissitudini legate al periodo pandemico, l’Internet advertising rimane concentrato nelle mani di pochi attori. I principali player tech internazionali raccolgono, infatti, il 79% del mercato, e la percentuale potrebbe ancora crescere nel corso del 2022. Per quanto riguarda i formati, Video e banner, Search, Classified e e-commerce advertising nel corso del 2021 registrano tassi di crescita superiori al +20%. Ma il formato con l’incremento percentuale più alto è l’Audio advertising (+44%), caratterizzato da un grande fermento, in particolare sul lato offerta, per l’aumento dell’inventory e la diffusione di nuovi contenuti audio. Quanto al mercato per device, il canale principale è lo smartphone. Il Mobile advertising nel 2021 cresce infatti del 27%, superando in valore assoluto 2,4 miliardi di euro.

Connected Tv e Digital Out of Home

La raccolta sui televisori connessi (Connected Tv) vale oltre 230 milioni di euro, più del doppio rispetto al 2020.  Il Digital Out Of Home, invece, vale 63 milioni di euro, in ripresa del +30% rispetto al crollo registrato dall’intero comparto Out Of Home nel 2020. La componente digitale pesa per il 22% del totale (+2%): un trend positivo che proseguirà anche nel 2022, con un peso sul totale OOH ulteriormente in sviluppo.  È infatti la componente digital a trainare la crescita del mezzo, grazie a una diffusione sempre più elevata di impianti digitali, soprattutto nel Nord Italia, dove sono collocati 2 schermi su 3, e dove la raccolta dei formati Roadsid è in continuo aumento, ed è pari a quasi metà del mercato.

La ricerca di equilibrio tra privacy e personalizzazione

Quando si parla di pubblicità online, però, nonostante i numerosi interventi su privacy e sicurezza, i consumatori si sentono ancora eccessivamente tracciati, senza avere un ritorno in termini utilità e profilazione. Dall’analisi svolta, è interessante notare invece come la comunicazione geolocalizzata attraverso Smartphone, seppur mostri un certo livello di invasività, abbia un’ottima risposta, con il 40% delle persone raggiunte che almeno una volta si è poi recata realmente al punto vendita sponsorizzato.

Lavoro, chi seleziona il personale deve guardare al futuro

Il processo di selezione del personale tradizionalmente prevede di premiare con l’assunzione il candidato con le migliori competenze e le capacità più adatte a soddisfare i bisogni dell’organizzazione. Attraverso l’analisi del curriculum vitae, le referenze e l’immagine online del candidato, chi si occupa di recruiting compone un’istantanea dei profili migliori, per poi scegliere quello più idoneo in base alle esigenze dell’azienda. Per questo motivo, negli annunci di lavoro, viene elencata una serie di requisiti fondamentali che devono trovare risposta nei curricula inviati.
Ma è davvero sufficiente focalizzarsi sul ‘presente’ al momento della selezione del personale? Secondo Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera, la risposta è no.

Il recruiter deve concentrarsi soprattutto sul ‘domani’

“Chi struttura un processo di selezione del personale pensando alle necessità attuali dell’azienda sbaglia, per il semplice fatto che quel candidato non dovrà lavorare oggi – spiega Adami -. No, sarà al lavoro domani, il giorno dopo e il giorno dopo ancora, e per questo motivo chi si occupa di recruiting non deve pensare unicamente al presente, concentrandosi invece anche e soprattutto sul futuro”.
Certo, un tempo era possibile concentrarsi solamente sul presente. Fino a qualche decennio fa, infatti, i cambiamenti all’interno dei vari settori erano piuttosto lenti. Oggi la situazione è invece profondamente diversa.

È necessario aggiornarsi continuamente

“La società sta cambiando velocemente, e l’evoluzione tecnologica sta correndo ancora più rapidamente – aggiunge l’head hunter -. Questo significa che per rimanere al passo è necessario aggiornarsi continuamente, senza mai smettere di imparare. Dal punto di vista di chi si occupa di ricerca e selezione del personale vuol dire anche che non bisogna assumere ciecamente chi soddisfa i criteri richiesti dall’azienda oggi, bensì chi riuscirà a farlo domani e dopodomani, andando oltre i titoli e le hard skills”.
La semplice analisi del curriculum vitae può quindi dare solo una prima idea sulle effettive capacità del candidato. Per effettuare la scelta giusta è necessario condurre interviste in profondità, e soprattutto, conoscere bene quelli che potranno essere gli sviluppi del settore.

Studiare profondamente il candidato e conoscere il settore specifico

 “Questo significa che la selezione del personale deve essere fatta a partire da uno studio profondo dei candidati, nonché da una conoscenza specialistica del settore: non è un caso se la nostra società di head hunting può contare su cacciatori di teste specializzati in singoli settori – sottolinea Adami -. Un recruiter che si presta a processi di selezione per qualsiasi settore, dall’automotive al marketing, dal retail alla sanità, non può infatti avere le competenze sufficienti per capire davvero di cosa ha e avrà bisogno un’azienda per continuare a essere competitiva”.

Mobile, lo smartphone si cambia ogni anno

Lo smartphone? Un oggetto di cui non possiamo fare a meno, che contiene un’infinità di informazioni sulla nostra vita e che ci “aiuta” in innumerevoli faccende quotidiane, sia per il lavoro sia per il tempo libero. Eppure, non siamo fedeli allo stesso apparecchio: secondo uno studio condotto da GWI e TEADS, oggi gli utenti sono meno fedeli al marchio e più propensi a cambiare brand di smartphone, in particolare valorizzando aspetti come le prestazioni del device e privilegiando smartphone innovativi e funzionali. Insomma, si cambia spesso per garantirsi le migliori performance.

I brand più apprezzati

In Italia uno dei marchi più apprezzati è Xiaomi, il terzo brand per numeri di vendita dopo Samsung e Apple secondo i dati di Strategy Analytics, un marchio in forte crescita a livello globale e sempre più forte anche in Spagna e in molti paesi dell’America Latina come il Messico e il Brasile. Però, come riporta Adnkronos, se da un lato molte persone vogliono cambiare telefono e optare per soluzioni più efficienti e adatte alle proprie esigenze, dall’altro una delle principali difficoltà è il trasferimento dati. Passare i dati dal vecchio telefono al nuovo smartphone non è semplicissimo, soprattutto quando il trasferimento dati deve essere effettuato con alcune marche di device mobile che non facilitano questo processo. In alcuni casi esistono delle applicazioni native dei brand, oppure dei servizi di terze parti, tuttavia spesso questi programmi presentano delle limitazioni che non consentono di realizzare un trasferimento dati veloce, sicuro e completo tra due smartphone. Fortunatamente, però, oggi esistono delle soluzioni che permettono di risolvere questo problema in modo efficiente.

Come fare il trasferimento dei dati

Se si acquista il celebre smartphone cinese, ad esempio, sarà necessario trasferire i vecchi dati nel nuovo device. Se il telefono che si sostituisce è Android,  è possibile utilizzare Wondershare MobileTrans, un moderno software che consente di trasferire dati, effettuare backup e ripristinare dati tra telefoni in maniera facile, rapida e sicura. Con la guida specifica Trasferire Dati Xiaomi, disponibile sul sito ufficiale, è possibile realizzare questo procedimento in un click, risparmiando tempo e superando le restrizioni delle altre soluzioni disponibili. Allo stesso modo si opera anche per il trasferimento da un iPhone, semplicemente utilizzando la guida sul sito ufficiale oppure usando un software specifico per il “passaggio”.

I monopattini in condivisione fanno crescere la Sharing Mobility

Negli ultimi due anni la micromobilità, in particolare quella dei monopattini in condivisione, ha compiuto un vero e proprio balzo in avanti. Secondo i dati dell’Osservatorio Sharing Mobility, nel periodo 2015-2019 l’intero settore è cresciuto costantemente, mentre il crollo del 2020, dovuto alla pandemia, è stato attutito proprio dall’implemento del monopattino. Se si facesse riferimento ai servizi consolidati del car sharing, bikesharing e scootersharing la caduta sarebbe, infatti, del 49%. Prendendo come riferimento 6 città campione (Milano, Torino, Roma, Bologna, Cagliari, Palermo), nel 2021 l’Osservatorio registra un aumento esponenziale del noleggio del monopattino. Una tendenza non solo italiana, quella di “muoversi con leggerezza”, ma simile a quanto accade in Europa.

Micromobilità anche nei piccoli centri urbani
La tendenza all’utilizzo di veicoli leggeri sta riducendo il peso medio delle flotte dei veicoli condivisi, e si sta per raggiungere la proporzione di 1 a 1 tra peso del veicolo e del trasportato. Inoltre, i fornitori di servizi di monopattini in condivisione si stanno sempre più evolvendo in fornitori di servizi di micromobilità, spesso offrendo due o tre servizi: monopattino, bici elettrica, scooter elettrici. Le tre offerte di micromobilità riescono a trovare un equilibrio tra esigenze di business dell’operatore e qualità del servizio: una soluzione che inizia ad allargarsi anche ai piccoli centri. Negli ultimi mesi cresce, infatti, l’offerta di micromobilità in piccole città a vocazione tendenzialmente turistica. Insomma, la Sharing Mobility non è più relegata ai grossi centri urbani.

Aspetti normativi e codice della strada
Anche a livello normativo i monopattini hanno trovato una loro configurazione, e se nel 2018 si parlava di una fase sperimentale oggi la situazione è più delineata. E per quanto riguarda le norme sulla circolazione non si tratta di rafforzare le regole, ma di rafforzare i controlli. Un problema è quello della sosta selvaggia, problema di non facile soluzione, in quanto la maggior parte dei centri italiani ha una morfologia dove sono pochi gli spazi a disposizione, sempre più contesi da altri soggetti, come ad esempio le colonnine di ricarica auto. La proposta dell’Osservatorio è di individuare punti lungo le strade urbane che diventino gli spazi di riferimento dove parcheggiare i mezzi. Ad esempio, negli spazi a ridosso degli incroci.

Diffusione del monopattino condiviso
Di sicuro, il monopattino è un mezzo che si adatta molto bene alle esigenze di mobilita delle amministrazioni comunali, ed è uno strumento che risponde a esigenze specifiche di mobilità.
L’esperienza del Comune di Milano mostra che per le amministrazioni comunali è positivo e sensato avvalersi di aziende private specializzate nella mobilità condivisa. È altresì importante che vengano dotate di strutture in grado di monitorare, controllare e dare il giusto feedback agli operatori di settore. Questo mix di delega e controllo permette di sfruttare al massimo le potenzialità della mobilità condivisa, e diminuirne le problematiche.

Metà degli italiani sa cos’è la Smart City

Quando si parla di Smart City l’idea è associata a innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. Le caratteristiche fondamentali per una città tech, sono infatti sostenibilità ambientale, sicurezza, efficienza energetica e mobilità intelligente. Intel, l’azienda americana che produce dispositivi e semiconduttori, ha effettuato una ricerca sugli italiani e la Smart City, realizzata con la collaborazione di Pepe Research. Lo studio rivela che il concetto di Smart City è conosciuto da circa metà degli italiani, soprattutto dai giovani. Tuttavia, le priorità tra le diverse fasce di età che conoscono questo termine divergono: se i giovani più maturi danno maggiore importanza alla sicurezza, la generazione Z dimostra maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale.

Milano, Bologna e Padova le più smart dello Stivale

La mobilità intelligente è più importante, invece, per coloro che vivono in una grande città in cui i problemi di traffico impattano sulla vita quotidiana. Le città italiane dovranno affrontare ancora molti passi per raggiungere il percorso smart al 100%: solamente il 13% dei cittadini ritiene di vivere in una città abbastanza smart. Gli italiani però sono orientati a un futuro Smart City, infatti il 68% crede che la propria città sarà più smart tra 10 anni. Milano è in cima alla classifica delle città più smart d’Italia, con una valutazione 6,2/10, seguita da Bologna e Padova, con 6/10. Seguono Napoli, Genova e Catania, mentre Roma raccoglie una valutazione di 4,3/10. 

Avviare piani di intervento intelligente sull’ambiente

“Gli italiani sono legati al loro territorio, tuttavia l’idea della Smart City è effettivamente attraente, con un 60% di cittadini che si dichiara disposto a trasferirsi in una Smart City se si trovasse nella sua regione – ha dichiarato Elena Salvi, Partner di Pepe Research -. Attualmente gli italiani riconoscono un livello di ‘smartness’ alle loro città quando si tratta di economia locale, servizi e mobilità, ma sono convinti che sia necessario ancora parecchio lavoro per quanto riguarda l’ambiente e la cittadinanza attiva. Ora – ha spiegato Salvi – è il momento giusto per portare avanti piani di intervento intelligente sull’ambiente, un elemento fondamentale nel rendere più attrattive le nostre Smart City”.

Lavorare smart

La maggioranza dei lavoratori italiani poi sarebbe disposta a trasferire la propria attività lavorativa in una Smart City. Questo, se fosse a mezz’ora di distanza dalla propria residenza (87%), mentre il 57% ha indicato un’ora di distanza, e il 29% sarebbe disponibile a una trasferta di due ore per accedere a uno stile di vita più smart. Ma c’è anche chi è disposto a investire per far diventare la propria città una Smart City. Un concetto che si avvicina all’idea di Smar City è lo smart working. L’idea di smart working, riporta Italpress, ha rivoluzionato le idee degli italiani sia in modo positivo sia negativo. Il 79% infatti apprezza lo smart working e vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità, ma ritiene che vadano migliorati alcuni aspetti del lavoro in modalità remota.

Obiettivo matrimonio in “grande”: aumentano le richieste di prestiti per dire sì

Dopo il lungo periodo di restrizione, gli italiani hanno voglia di tornare a festeggiare in grande. E il desiderio riguarda in particolare modo il matrimonio, per molti ritenuto il giorno più importante della vita. La conferma arriva da una nuova indagine di Facile.it e Prestiti.it, condotta su un campione di oltre 30.000 domande di prestiti personali, che ha messo che in evidenza come questa tipologia di prestiti sia in forte aumento. Solo nei primi tre mesi del 2022, infatti, il peso percentuale delle richieste di finanziamento per matrimoni e cerimonie è aumentato del 46% rispetto allo stesso periodo del 2021; il 12% in più se confrontato con i livelli pre-pandemia rilevati nel primo trimestre 2019. In base alle stime del comparatore, i finanziamenti erogati nel corso del trimestre per far fronte a questo tipo di spesa equivarrebbero a circa 100 milioni di euro. E per quanto riguarda la somma richiesta? La cifra in media si attesta a 9.856 euro, valore in linea con quanto rilevato nel 2019, da restituire in 60 rate (5 anni). In calo, invece, l’età media dei richiedenti, che è passata dai 40 anni del periodo pre-Covid ai 37 anni rilevati nei primi tre mesi del 2022.

La ripresa dell’industria dei matrimoni

L’analisi conferma anche che il business dei matrimoni si p rimesso in moto dopo le limitazione dei due anni passati, e questo grazie soprattutto all’intraprendenza delle spose. 
“Grazie all’allentamento delle restrizioni il 2022 è visto da molti operatori del settore come l’anno di ripresa per l’industria dei matrimoni e i dati sulla richiesta dei prestiti personali sembrano confermare questo trend”, afferma Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it. “Positivo il calo dell’età media dei richiedenti su cui hanno avuto un peso anche le politiche a sostegno dei giovani introdotte dal Governo, in particolare le agevolazioni per l’acquisto della casa e la sottoscrizione di mutui rivolti agli under 36”. Un altro dato interessante è che chi fa richiesta di un prestito personale per spese legate ai matrimoni e cerimonie è, nel 40% dei casi, una donna; il valore risulta nettamente superiore alle altre tipologie di prestito personale, dove il campione femminile normalmente rappresenta meno del 25% della domanda.

Non solo nozze

Allargando l’analisi alle richieste totali di prestiti personali raccolte online emerge che, nel primo trimestre 2022, gli italiani che si sono rivolti ad una società di credito hanno cercato di ottenere, in media, 11.502 euro. Il valore risulta non solo superiore a quello del 2021 (+4%), ma anche più alto rispetto all’importo medio richiesto pre-Covid (11.200 euro nel primo trimestre 2019).
Guardando alle finalità dichiarate in fase di domanda emerge che la prima ragione che ha spinto gli italiani a rivolgersi ad una società di credito è stata la richiesta di liquidità (32%), seguita da quelle per l’acquisto di auto usate (18%). In forte aumento la richiesta per il consolidamento debiti, che rappresenta circa il 15% delle domande; il dato va letto alla luce dell’andamento dei tassi di interesse che, nel primo trimestre dell’anno, sono rimasti estremamente favorevoli offrendo così ai consumatori la possibilità di consolidare debiti già in corso, in alcuni casi anche risparmiando sulla rata del finanziamento.

Quanto costa aprire una Partita Iva nel 2022?

Aprire la partita IVA nel 2022 può rivelarsi un’ottima idea, perché oggi è possibile approfittare di alcune agevolazioni decisamente interessanti, che consentono di risparmiare parecchio in termini di tassazione, e non solo. Sicuramente, a coloro che intendono aprire una propria attività da autonomi, conviene aderire al regime forfettario, che prevede un’aliquota molto più bassa rispetto a quella del regime ordinario, e costi generali nettamente inferiori. L’unico vincolo riguarda il fatturato annuo incassato, che non deve superare i 65.000 euro. Ma quanto costa in dettaglio aprire una partita IVA nel regime forfettario? 

Costi nel regime forfettario e per la consulenza fiscale

Per attivare una partita IVA in regime forfettario i costi sono variabili a seconda dell’inquadramento fiscale e del servizio di consulenza al quale ci si appoggia. Mentre i professionisti possono portare a termine l’operazione totalmente a costo zero, per artigiani e commercianti bisogna preventivare circa 100 euro di spese vive, alle quali si aggiunge l’onorario del consulente che si occuperà delle incombenze burocratiche. Altri costi che bisogna considerare nel momento dell’apertura della partita IVA sono infatti quelli relativi al commercialista. Si tratta quindi di predisposizione del Modello Redditi, e degli F24 per il versamento delle imposte e dei contributi. Gli importi possono variare a seconda del professionista al quale ci si rivolge, ma esistono servizi online come Fiscozen, che propone un abbonamento comprensivo di tutti gli aspetti legati alla gestione della Partita IVA, dalle tariffe decisamente vantaggiose. Si spendono solamente 299 euro oltre all’IVA all’anno, e il pacchetto comprende tutti i servizi che solitamente sono in capo al commercialista.

Tasse

Un’altra voce di spesa che tutti coloro che aprono partita IVA devono considerare è quella relativa alle tasse e ai contributi previdenziali. In questo caso si tratta di costi variabili, che vengono calcolati sulla base del reddito effettivo. Aprendo partita Iva in regime forfettario, però, si ottengono vantaggi non indifferenti da questo punto di vista. L’aliquota applicata per i primi 5 anni è del 5%, mentre a partire dal sesto anno è del 15%. Nettamente inferiore rispetto a quella che devono corrispondere i contribuenti che operano in regime ordinario. 

Contributi previdenziali e costi extra

Bisogna poi considerare i contributi previdenziali, il cui ammontare dipende dalla Cassa di riferimento, riporta Adnkronos.. Si va dal 25,72% del reddito lordo per i professionisti iscritti alla Gestione Separata INPS, a un contributo fisso di circa 3.850 euro, dovuto a prescindere dal reddito, per le ditte individuali. È importante ricordare che durante la propria attività i titolari di partita IVA potrebbero avere costi extra da sostenere, come quelli relativi all’emissione di fatture elettroniche (che presto dovrebbero diventare obbligatorie anche per i forfettari). Inoltre, chi acquista o presta servizio verso committenti europei è tenuto a presentare il Modello Intrastat. Alcuni servizi come Fiscozen prevedono un abbonamento comprensivo anche di questi costi, ma ci sono commercialisti che fanno pagare queste pratiche extra.