Cancro al seno: le 7 domande più frequenti

Quelle che seguono sono le domande più ricorrenti che le pazienti fanno al proprio senologo Milano, sia quando interessate dal cancro al seno che quando il controllo periodico non riscontra problemi.

È necessario fare una mastectomia?

È una delle prime domande che si pongono le donne a cui è stato appena diagnosticato un cancro al seno. Ecco perché bisogna informarle del fatto che, prima di indicare un trattamento, bisogna effettuare un test che consenta di individuare l’esatto tipo il tumore di ciascuna paziente in particolare.

Individuato l’esatto tipo di cancro sarà possibile dare un’indicazione accurata di quella che sarà la migliore modalità di trattamento. La decisione che sarà presa da un comitato di cui fanno parte tutti gli specialisti coinvolti nella diagnosi e nella cura del cancro di quella persona.

La tendenza è quella di preservare la ghiandola mammaria ed evitare la mastectomia per tumori che hanno caratteristiche molto specifiche (quando nella mammella è presente più di un focolaio o il tumore ha una dimensione tale da non garantire l’ottenimento di risultati estetici soddisfacenti dopo l’intervento).

I miei capelli cadranno?

I capelli cadranno solo se il cancro riscontrato nella paziente richiede la somministrazione di farmaci chemioterapici, prima o dopo l’intervento chirurgico. L’oncologo di solito informa la sua paziente sugli effetti collaterali dei farmaci che dovrà ricevere.

 Che tipo di dieta devo seguire?

La dieta dovrebbe essere semplice, basata sui prodotti della dieta mediterranea seguendo le quantità e le proporzioni incluse nella sua stessa piramide alimentare. Molte pazienti traggono beneficio dalla consulenza nutrizionale e dietetica che chiarisce dubbi concreti, i quali sono solitamente causati da articoli sui benefici di diete strane e fantasiose, alcune impossibili da eseguire e con benefici dubbi sulla loro efficacia.

Il cancro al seno è ereditario?

L’ereditarietà del cancro al seno rappresenta il 3-5% di tutti i tumori che vengono diagnosticati. Se ci sono precedenti episodi in famiglia, le altre donne hanno maggiori possibilità di vedersi diagnosticare un cancro al seno. Dunque esiste una predisposizione familiare, per questo quando si studia l’albero genealogico di una famiglia e si scopre che nelle generazioni precedenti ci sono stati casi di cancro al seno, si raccomanda di effettuare una consulenza genetica per valutare l’origine della determinazione dei geni BRCA1 e BRCA 2.

Come gestisco l’ansia?

La gestione dell’ansia dipende dalla personalità di ogni donna, dalle circostanze familiari, dal lavoro e dall’ambiente sociale che contribuisce positivamente ad accompagnare e aiutare la donna che, recentemente ricevuta la diagnosi di tumore al seno, affronta la situazione come un percorso ad ostacoli.

Allo stesso modo, rivolgersi a professionisti della salute mentale e psicologi può aiutare a ridurre il carico di ansia.

 Come lo spiego alla mia famiglia?

Alcune donne preferiscono essere quelle che danno la notizia alla loro famiglia, altre preferiscono delegare questo compito. Dipende anche dalla personalità della persona e dal suo rapporto con i suoi cari. Il modo migliore sarebbe quello di trasmettere le informazioni in maniera oggettiva, in modo da non creare false aspettative positive o negative. In nessun caso l’opzione migliore sarà nascondere questa notizia, ma provare a trasmetterla in maniera sincera e al tempo stesso delicata.

Potrò avere un figlio dopo il cancro?

Poiché attualmente si riscontra un deciso aumento di diagnosi precoci del cancro al seno, ed è disponibile un ampio ventaglio di risorse terapeutiche, le donne che non hanno ancora soddisfatto il loro desiderio genetico al momento della diagnosi hanno la possibilità di preservare i propri ovociti e possono dunque rimanere incinta una volta che la malattia è in remissione e sono terminati i trattamenti. Chiaramente è sempre necessario il consenso di oncologi e ginecologi.

Al di là di questi dubbi, c’è un aspetto in particolare che non si deve mai trascurare, e cioè che bisogna combattere questa battaglia tutti i giorni dell’anno, e non solo in un giorno specifico!

L’asciugamani elettrico perfetto per la tua attività

Un’esigenza di qualsiasi gestore di locale, commerciante o direttore d’albergo, è fare in modo che il cliente possa sentirsi sempre perfettamente a proprio agio quando si trova all’interno delle strutture da lui gestite. In particolar modo i servizi igienici rappresentano uno degli ambienti più delicati nei quali l’igiene ed il comfort sono assolutamente prioritari per una gestione accurata e di successo. Garantire massimo benessere e senso di pulizia è infatti di fondamentale importanza, ed è per questo che si cerca sempre di adottare tutte quelle soluzioni in grado migliorare l’esperienza del cliente e farlo sentire un po’ come a casa sua, certamente a suo agio. Uno dei dispositivi che forniscono un validissimo aiuto a coloro che hanno il compito di garantire igiene e benessere ai clienti, anche all’interno dei servizi igienici, è l’asciugamani elettrico Mediclinics. Questo potente dispositivo, dal design accattivante ed elegante, è in grado di asciugare completamente le mani in pochissimi secondi regalando quella sensazione di morbidezza sulla pelle che soltanto un’asciugatura perfetta è in grado di regalare.

L’intensità del getto è comunque regolabile e,  grazie anche all’assenza di una resistenza, il dispositivo consente di ridurre notevolmente i consumi. Stiamo parlando di un prodotto che garantisce assolutamente l’incolumità dei fruitori, in quanto non è importato dai mercati asiatici bensì viene interamente realizzato in Europa, e per questo motivo risponde perfettamente a tutti gli standard di sicurezza previsti dalla normativa vigente. È un prodotto dal design innovativo ed elegante, destinato ad ambienti ricercati in cui il benessere ed il comfort del cliente vengono prima di ogni altra cosa. Si tratta proprio di una di quelle soluzioni in grado di far percepire al cliente tutto l’interesse che la struttura che ne fa uso ha nei suoi confronti, migliorando così anche la percezione del cliente nei confronti della struttura.

I vantaggi dei laser industriali oggi

Dopo la sua scoperta avvenuta nel 1960, il laser (acronimo di Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation) iniziò ad essere applicato all’interno di vari processi industriali. All’inizio, i sistemi laser erano automatizzati e destinati a svolgere attività quali fori nelle pale delle turbine, taglio e perforazione dei diamanti, saldature di vario tipo, taglio di circuiti ibridi e incisioni di parti delicate di cuscinetti e ingranaggi, le quali mostrano informazioni sulle aree lucidate e temprate degli utensili.

Bassi costi e lavorazione più rapida

Il laser, che già offriva vantaggi quali flessibilità, velocità e adattabilità rispetto ad altri metodi convenzionali, gode attualmente di un vantaggio in più: il suo basso costo. Queste caratteristiche rendono il laser un sistema sempre più integrato nei processi industriali contemporanei.

Alcune delle applicazioni che si sono evolute maggiormente nell’ambito dei laser industriali (per creare forme laboriose come loghi e testi alfanumerici) sono state l’incisione, la marcatura e la testurizzazione, tecniche di saldatura più complesse, foratura e taglio, con molta più precisione e libertà di movimento rispetto il passato. In questo caso il materiale su cui lavorare viene adagiato su di una superficie adatta ed il laser si muove in base alle coordinate impostate in base al tipo di lavorazione che si desidera apportare, il che consente l’accesso ad aree difficili da individuare.

Applicazioni tipiche del taglio laser

La maggior parte dei metalli, delle plastiche e delle ceramiche possono essere incise al laser, prima e dopo qualsiasi tipo di trattamento termico o superficiale: vetro, resine epossidiche, compositi, legno, carta, gomma e materiali sintetici, compresi i materiali inerti.

Le applicazioni più comuni riguardano componenti meccanici di precisione, componenti ottici, tagli di pellicole sottili, strumenti medici, impianti, taglio di caschi per motociclette, targhe automobilistiche, identificatori, articoli elettronici, lame di coltelli, stoviglie, coltelli, circuiti integrati, connettori, tastiere e ogni tipo di pezzo con aree difficili da raggiungere.

Come preservare il badge personale da smarrimento e segni di usura?

Un portabadge è un accessorio che viene impiegato da personale di aziende, grandi uffici e negozi o da chiunque necessiti di utilizzare il badge per poter accedere ai locali nei quali l’attività lavorativa viene svolta. Un portabadge dunque, è un cordoncino con all’estremità un astuccio in plastica che ha il compito di custodire il badge personale. Molti direttamente ritengono tale accessorio un capo di moda, e lo sfoggiano anche al di fuori delle attività lavorative.

I porta badge di Cotini srl

Esistono per questo motivo differenti tipologie di cordoncini, i quali sono genericamente ben visibili grazie ai loro colori appariscenti, e che consentono di poter portare il badge personale al collo senza il pericolo che questo possa andare smarrito o dimenticato a casa o in auto. Sullo shop online di Cotini srl è possibile trovare dei bellissimi cordoncini per portabadge, acquistabili in lotti da 10 pezzi e disponibili in tantissime colorazioni differenti.

I cordoncini che Cotini srl propone sono infatti disponibili nelle colorazioni arancione, turchese, giallo, rosso, nero, verde, rosa, blu, e arancione. Sono realizzati in nylon e sono lunghi in totale 50 cm.

Un rifugio sicuro per il tuo badge

Questi, abbinati ai porta badge in plastica con asola, consentono di custodire in maniera efficace il proprio badge personale preservandolo da eventuali danneggiamenti accidentali come quelli che possono capitare conservandolo sempre all’interno del portafogli. Qui è Infatti possibile che il badge possa danneggiarsi strusciando continuamente sugli altri o che questi possa smagnetizzarsi per un motivo qualsiasi. Meglio dunque custodirlo all’interno di un astuccio sicuro e isolato che consente di individuarlo rapidamente quando si necessita di utilizzarlo così da avere la certezza di poter sempre accedere ai locali all’interno dei quali si svolge l’attività lavorativa.

È disponibile infine la spedizione gratuita della merce per ordini di importo complessivo superiore ai €100

Leon Louis:  creazioni di qualità dal design innovativo

Chi veste Leon Louis conosce bene l’esigenza di vestire in maniera adeguata a quello che è il proprio stile di vita e alla personalità di ciascuno di noi, la quale è importante che riesca a trasparire già da ciò che si indossa. Portare dei capi d’abbigliamento così particolari e ricercati mette ognuno nelle condizioni di poter vestire esattamente nella maniera desiderata e con lo stile che più si sente proprio: questo è il concept che sin dal 2010, anno in cui i prodotti Leon Louis sono arrivati sul mercato, accompagna questo importante brand che vive una crescita costante grazie a creazioni che rappresentano il frutto di una ricerca costante e meticolosa per quel che riguarda il design ed i materiali impiegati. Proprio da questa assoluta attenzione verso anche il più piccolo dei dettagli nascono le creazioni Leon Louis, oggi apprezzate in tutto il mondo e che consentono a tutti di poter vestire nella maniera desiderata tenendo sempre alto il nome della qualità e delle forme geniali.

Su revolutionconceptstore.it puoi trovare tantissime proposte circa le bellissime creazioni Leon Louis: dai pantaloni ai bermuda, dai giubbini alle tuniche passando per i jeans, qui avrai la possibilità di visionare tantissimi articoli e di comprenderne meglio ogni sfumatura grazie all’esauriente galleria fotografica che accompagna ogni prodotto. Individuato l’articolo di tuo interesse e selezionata la tua taglia, potrai aggiungerlo facilmente al carrello con un solo clic e procedere al pagamento (tramite Paypal o contrassegno), così da ricevere la merce direttamente a casa entro un paio di giorni lavorativi. Vestire in maniera creativa ed elegante allo stesso tempo non è mai stato così semplice grazie a revolutionconceptstore.it, e ricorda di sfruttare anche gli appositi filtri di ricerca così da andare a visualizzare esclusivamente i prodotti che sono realmente in grado di soddisfare i tuoi desideri.

Cialde Lavazza a Modo Mio | Qualità e convenienza

Un caffè cremoso dal gusto intenso e dall’aroma avvolgente, ecco di cosa hanno bisogno gli italiani nel corso della giornata per vivere piccoli momenti di delicato piacere. Le cialde Lavazza a Modo Mio che trovi sul sito, anche in versione compatibile, www.cialdamia.it ti regalano ogni giorno queste pause di benessere, ogni volta che ne avverti il bisogno e con tutta la qualità delle sue miscele ricercate, che consentono a ciascuno di poter avere il caffè preferito. Prova il gusto delicato della qualità oro o la corposità della qualità crema e gusto, per un viaggio unico alla riscoperta di un aroma ed un buon sapore che avevi dimenticato. E cosa dire delle capsule al ginseng e all’orzo? Il bello delle cialde e delle capsule Lavazza infatti, è che ti permettono di bere esattamente il tipo di caffè che preferisci senza doverti accontentare di qualcosa che semplicemente si avvicina a ciò che hai in mente, ma consentendoti invece di sorseggiare ogni volta esattamente quel gusto unico in grado di donarti il piacere ed il relax di cui hai bisogno.

Perché dunque, recarsi al bar per bere un caffè squisito quando è possibile averlo direttamente in casa con un semplice gesto? Il bello delle cialde Lavazza a Modo Mio è proprio la libertà di poterti concedere questo piccolo piacere quotidiano anche più volte al giorno con una semplicità estrema ed una convenienza che ti stupirà. Se non lo hai mai provato e sei ancora alla ricerca di quelle cialde veramente in grado di farti provare la piacevole sensazione che provi quando ti rechi al bar, questa è l’occasione giusta per incontrare in maniera inequivocabile quell’aroma e quel gusto che desideri da tanto tempo. Scopri come ottenere la spedizione gratuita e fai una buona scorta delle tue cialde preferite per non correre il rischio di rimanere senza!

I monopattini in condivisione fanno crescere la Sharing Mobility

Negli ultimi due anni la micromobilità, in particolare quella dei monopattini in condivisione, ha compiuto un vero e proprio balzo in avanti. Secondo i dati dell’Osservatorio Sharing Mobility, nel periodo 2015-2019 l’intero settore è cresciuto costantemente, mentre il crollo del 2020, dovuto alla pandemia, è stato attutito proprio dall’implemento del monopattino. Se si facesse riferimento ai servizi consolidati del car sharing, bikesharing e scootersharing la caduta sarebbe, infatti, del 49%. Prendendo come riferimento 6 città campione (Milano, Torino, Roma, Bologna, Cagliari, Palermo), nel 2021 l’Osservatorio registra un aumento esponenziale del noleggio del monopattino. Una tendenza non solo italiana, quella di “muoversi con leggerezza”, ma simile a quanto accade in Europa.

Micromobilità anche nei piccoli centri urbani
La tendenza all’utilizzo di veicoli leggeri sta riducendo il peso medio delle flotte dei veicoli condivisi, e si sta per raggiungere la proporzione di 1 a 1 tra peso del veicolo e del trasportato. Inoltre, i fornitori di servizi di monopattini in condivisione si stanno sempre più evolvendo in fornitori di servizi di micromobilità, spesso offrendo due o tre servizi: monopattino, bici elettrica, scooter elettrici. Le tre offerte di micromobilità riescono a trovare un equilibrio tra esigenze di business dell’operatore e qualità del servizio: una soluzione che inizia ad allargarsi anche ai piccoli centri. Negli ultimi mesi cresce, infatti, l’offerta di micromobilità in piccole città a vocazione tendenzialmente turistica. Insomma, la Sharing Mobility non è più relegata ai grossi centri urbani.

Aspetti normativi e codice della strada
Anche a livello normativo i monopattini hanno trovato una loro configurazione, e se nel 2018 si parlava di una fase sperimentale oggi la situazione è più delineata. E per quanto riguarda le norme sulla circolazione non si tratta di rafforzare le regole, ma di rafforzare i controlli. Un problema è quello della sosta selvaggia, problema di non facile soluzione, in quanto la maggior parte dei centri italiani ha una morfologia dove sono pochi gli spazi a disposizione, sempre più contesi da altri soggetti, come ad esempio le colonnine di ricarica auto. La proposta dell’Osservatorio è di individuare punti lungo le strade urbane che diventino gli spazi di riferimento dove parcheggiare i mezzi. Ad esempio, negli spazi a ridosso degli incroci.

Diffusione del monopattino condiviso
Di sicuro, il monopattino è un mezzo che si adatta molto bene alle esigenze di mobilita delle amministrazioni comunali, ed è uno strumento che risponde a esigenze specifiche di mobilità.
L’esperienza del Comune di Milano mostra che per le amministrazioni comunali è positivo e sensato avvalersi di aziende private specializzate nella mobilità condivisa. È altresì importante che vengano dotate di strutture in grado di monitorare, controllare e dare il giusto feedback agli operatori di settore. Questo mix di delega e controllo permette di sfruttare al massimo le potenzialità della mobilità condivisa, e diminuirne le problematiche.

Metà degli italiani sa cos’è la Smart City

Quando si parla di Smart City l’idea è associata a innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. Le caratteristiche fondamentali per una città tech, sono infatti sostenibilità ambientale, sicurezza, efficienza energetica e mobilità intelligente. Intel, l’azienda americana che produce dispositivi e semiconduttori, ha effettuato una ricerca sugli italiani e la Smart City, realizzata con la collaborazione di Pepe Research. Lo studio rivela che il concetto di Smart City è conosciuto da circa metà degli italiani, soprattutto dai giovani. Tuttavia, le priorità tra le diverse fasce di età che conoscono questo termine divergono: se i giovani più maturi danno maggiore importanza alla sicurezza, la generazione Z dimostra maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale.

Milano, Bologna e Padova le più smart dello Stivale

La mobilità intelligente è più importante, invece, per coloro che vivono in una grande città in cui i problemi di traffico impattano sulla vita quotidiana. Le città italiane dovranno affrontare ancora molti passi per raggiungere il percorso smart al 100%: solamente il 13% dei cittadini ritiene di vivere in una città abbastanza smart. Gli italiani però sono orientati a un futuro Smart City, infatti il 68% crede che la propria città sarà più smart tra 10 anni. Milano è in cima alla classifica delle città più smart d’Italia, con una valutazione 6,2/10, seguita da Bologna e Padova, con 6/10. Seguono Napoli, Genova e Catania, mentre Roma raccoglie una valutazione di 4,3/10. 

Avviare piani di intervento intelligente sull’ambiente

“Gli italiani sono legati al loro territorio, tuttavia l’idea della Smart City è effettivamente attraente, con un 60% di cittadini che si dichiara disposto a trasferirsi in una Smart City se si trovasse nella sua regione – ha dichiarato Elena Salvi, Partner di Pepe Research -. Attualmente gli italiani riconoscono un livello di ‘smartness’ alle loro città quando si tratta di economia locale, servizi e mobilità, ma sono convinti che sia necessario ancora parecchio lavoro per quanto riguarda l’ambiente e la cittadinanza attiva. Ora – ha spiegato Salvi – è il momento giusto per portare avanti piani di intervento intelligente sull’ambiente, un elemento fondamentale nel rendere più attrattive le nostre Smart City”.

Lavorare smart

La maggioranza dei lavoratori italiani poi sarebbe disposta a trasferire la propria attività lavorativa in una Smart City. Questo, se fosse a mezz’ora di distanza dalla propria residenza (87%), mentre il 57% ha indicato un’ora di distanza, e il 29% sarebbe disponibile a una trasferta di due ore per accedere a uno stile di vita più smart. Ma c’è anche chi è disposto a investire per far diventare la propria città una Smart City. Un concetto che si avvicina all’idea di Smar City è lo smart working. L’idea di smart working, riporta Italpress, ha rivoluzionato le idee degli italiani sia in modo positivo sia negativo. Il 79% infatti apprezza lo smart working e vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità, ma ritiene che vadano migliorati alcuni aspetti del lavoro in modalità remota.

Obiettivo matrimonio in “grande”: aumentano le richieste di prestiti per dire sì

Dopo il lungo periodo di restrizione, gli italiani hanno voglia di tornare a festeggiare in grande. E il desiderio riguarda in particolare modo il matrimonio, per molti ritenuto il giorno più importante della vita. La conferma arriva da una nuova indagine di Facile.it e Prestiti.it, condotta su un campione di oltre 30.000 domande di prestiti personali, che ha messo che in evidenza come questa tipologia di prestiti sia in forte aumento. Solo nei primi tre mesi del 2022, infatti, il peso percentuale delle richieste di finanziamento per matrimoni e cerimonie è aumentato del 46% rispetto allo stesso periodo del 2021; il 12% in più se confrontato con i livelli pre-pandemia rilevati nel primo trimestre 2019. In base alle stime del comparatore, i finanziamenti erogati nel corso del trimestre per far fronte a questo tipo di spesa equivarrebbero a circa 100 milioni di euro. E per quanto riguarda la somma richiesta? La cifra in media si attesta a 9.856 euro, valore in linea con quanto rilevato nel 2019, da restituire in 60 rate (5 anni). In calo, invece, l’età media dei richiedenti, che è passata dai 40 anni del periodo pre-Covid ai 37 anni rilevati nei primi tre mesi del 2022.

La ripresa dell’industria dei matrimoni

L’analisi conferma anche che il business dei matrimoni si p rimesso in moto dopo le limitazione dei due anni passati, e questo grazie soprattutto all’intraprendenza delle spose. 
“Grazie all’allentamento delle restrizioni il 2022 è visto da molti operatori del settore come l’anno di ripresa per l’industria dei matrimoni e i dati sulla richiesta dei prestiti personali sembrano confermare questo trend”, afferma Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it. “Positivo il calo dell’età media dei richiedenti su cui hanno avuto un peso anche le politiche a sostegno dei giovani introdotte dal Governo, in particolare le agevolazioni per l’acquisto della casa e la sottoscrizione di mutui rivolti agli under 36”. Un altro dato interessante è che chi fa richiesta di un prestito personale per spese legate ai matrimoni e cerimonie è, nel 40% dei casi, una donna; il valore risulta nettamente superiore alle altre tipologie di prestito personale, dove il campione femminile normalmente rappresenta meno del 25% della domanda.

Non solo nozze

Allargando l’analisi alle richieste totali di prestiti personali raccolte online emerge che, nel primo trimestre 2022, gli italiani che si sono rivolti ad una società di credito hanno cercato di ottenere, in media, 11.502 euro. Il valore risulta non solo superiore a quello del 2021 (+4%), ma anche più alto rispetto all’importo medio richiesto pre-Covid (11.200 euro nel primo trimestre 2019).
Guardando alle finalità dichiarate in fase di domanda emerge che la prima ragione che ha spinto gli italiani a rivolgersi ad una società di credito è stata la richiesta di liquidità (32%), seguita da quelle per l’acquisto di auto usate (18%). In forte aumento la richiesta per il consolidamento debiti, che rappresenta circa il 15% delle domande; il dato va letto alla luce dell’andamento dei tassi di interesse che, nel primo trimestre dell’anno, sono rimasti estremamente favorevoli offrendo così ai consumatori la possibilità di consolidare debiti già in corso, in alcuni casi anche risparmiando sulla rata del finanziamento.

Quanto costa aprire una Partita Iva nel 2022?

Aprire la partita IVA nel 2022 può rivelarsi un’ottima idea, perché oggi è possibile approfittare di alcune agevolazioni decisamente interessanti, che consentono di risparmiare parecchio in termini di tassazione, e non solo. Sicuramente, a coloro che intendono aprire una propria attività da autonomi, conviene aderire al regime forfettario, che prevede un’aliquota molto più bassa rispetto a quella del regime ordinario, e costi generali nettamente inferiori. L’unico vincolo riguarda il fatturato annuo incassato, che non deve superare i 65.000 euro. Ma quanto costa in dettaglio aprire una partita IVA nel regime forfettario? 

Costi nel regime forfettario e per la consulenza fiscale

Per attivare una partita IVA in regime forfettario i costi sono variabili a seconda dell’inquadramento fiscale e del servizio di consulenza al quale ci si appoggia. Mentre i professionisti possono portare a termine l’operazione totalmente a costo zero, per artigiani e commercianti bisogna preventivare circa 100 euro di spese vive, alle quali si aggiunge l’onorario del consulente che si occuperà delle incombenze burocratiche. Altri costi che bisogna considerare nel momento dell’apertura della partita IVA sono infatti quelli relativi al commercialista. Si tratta quindi di predisposizione del Modello Redditi, e degli F24 per il versamento delle imposte e dei contributi. Gli importi possono variare a seconda del professionista al quale ci si rivolge, ma esistono servizi online come Fiscozen, che propone un abbonamento comprensivo di tutti gli aspetti legati alla gestione della Partita IVA, dalle tariffe decisamente vantaggiose. Si spendono solamente 299 euro oltre all’IVA all’anno, e il pacchetto comprende tutti i servizi che solitamente sono in capo al commercialista.

Tasse

Un’altra voce di spesa che tutti coloro che aprono partita IVA devono considerare è quella relativa alle tasse e ai contributi previdenziali. In questo caso si tratta di costi variabili, che vengono calcolati sulla base del reddito effettivo. Aprendo partita Iva in regime forfettario, però, si ottengono vantaggi non indifferenti da questo punto di vista. L’aliquota applicata per i primi 5 anni è del 5%, mentre a partire dal sesto anno è del 15%. Nettamente inferiore rispetto a quella che devono corrispondere i contribuenti che operano in regime ordinario. 

Contributi previdenziali e costi extra

Bisogna poi considerare i contributi previdenziali, il cui ammontare dipende dalla Cassa di riferimento, riporta Adnkronos.. Si va dal 25,72% del reddito lordo per i professionisti iscritti alla Gestione Separata INPS, a un contributo fisso di circa 3.850 euro, dovuto a prescindere dal reddito, per le ditte individuali. È importante ricordare che durante la propria attività i titolari di partita IVA potrebbero avere costi extra da sostenere, come quelli relativi all’emissione di fatture elettroniche (che presto dovrebbero diventare obbligatorie anche per i forfettari). Inoltre, chi acquista o presta servizio verso committenti europei è tenuto a presentare il Modello Intrastat. Alcuni servizi come Fiscozen prevedono un abbonamento comprensivo anche di questi costi, ma ci sono commercialisti che fanno pagare queste pratiche extra.

Lunga vita ai device con le dritte dell’esperto

Quella dei rifiuti tecnologici sta diventando sempre di più un’emergenza: in base agli ultimi dati del Global E-Waste Monitor, che segnala come aumentino le apparecchiature da smaltire, solo nell’ultimo anno ha raggiunto la quota monster di 58 milioni di tonnellate. La colpa di questo fenomeno? Principalmente della vita breve, se non brevissima, dei nostri device e pc. Le ragioni di questa senescenza rapida sono diverse: dal desiderio dei consumatori di seguire sempre le ultime mode, come se lo smartphone fosse uno status symbol; un po’ perchè i device tendono a invecchiare precocemente, e dopo un po’ non possono più essere aggiornati alle versione successive; inoltre, pare, perchè alcune case dotano i loro apparecchi di una sorta di obsolescenza programmata che a un certo punto – anche una manciata di mesi – li fanno smettere di funzionare correttamente. Insomma, siamo condannati a sostituire sovente le nostre apparecchiature, ma non necessariamente tutto è perduto: a maggior ragione se abbiamo a cuore il nostro pianeta, e vogliamo evitare di accumulare ancora rifiuti elettronici, qualcosa dobbiamo fare.

La parola all’esperto 

Si chiama Brian X. Chen ed è l’esperto di tecnologia del New York Times. Proprio lui ha stilato una serie di consigli per far vivere di più gli apparecchi hi-tech, consigli ripresi da Agi. In particolare, Chen avvisa in merito agli aggiornamenti software: non necessariamente devono essere istallati in modo automatico. Gli aggiornamenti, per l’esperto, si possono anche ritardare. Però dobbiamo seguire alcune regole in fatto di sicurezza.
Dopotutto, non è realistico per tutti eseguire l’aggiornamento secondo i programmi di un’azienda tecnologica: alcuni dispositivi, inclusi i telefonini Android, smettono di ricevere aggiornamenti software dopo soli due anni. Non tutti abbiamo il tempo o il denaro per acquistare nuovi prodotti regolarmente. Allo stesso tempo, però, non vogliamo utilizzare gadget vulnerabili a bug, attacchi informatici e altri difetti. Gli aggiornamenti, per l’esperto, si possono anche ritardare. Però dobbiamo seguire alcune regole in fatto di sicurezza.

Le altre regole

Per far durare di più smartphone, tablet e pc, l’esperto consiglia poi suggerisce di mantenere sempre aggiornato il proprio browser, di evitare comportamenti a rischio (ad esempio bisognerebbe utilizzare solo app certe), di proteggere il proprio account online con l’autenticazione a due fattori e di installare sul proprio computer un sistema operativo diverso, ad esempio Linux che è un open source. E quando è l’hardware a essere troppo vecchio? Si può utilizzare in sicurezza disattivandone la connessione Internet per usarlo per attività leggere come riprodurre musica o annotare ricette. 

Quando finirà la pandemia? Ancora tanta incertezza sul ritorno alla normalità

Quando finirà la pandemia? Per esplorare l’opinione pubblica sulla fine della pandemia e il ritorno tanto agognato alla normalità post-Covid Ipsos ha condotto un sondaggio globale in 33 Paesi. La campagna vaccinale continua a passo spedito, ma la marcia del Coronavirus non sembra essersi ancora fermata. E tra la speranza che a breve si possa tornare alla normalità e l’ancora presente timore del contagio tutti si stanno chiedendo quando si uscirà definitivamente da questa pandemia globale. E in generale, a quanto emerge dalla ricerca Ipsos, a livello internazionale attualmente non c’è una convergenza di opinione, e permane ancora tanta incertezza. Se infatti per il 20% degli intervistati a livello globale la fine della pandemia è collegata a quando il 75% della popolazione sarà vaccinata, per il 19% quando la trasmissione del virus si sarà fermata completamente.

Quale segnale decreterà la fine dell’emergenza?

E ancora, per il 17% la pandemia finirà quando la situazione negli ospedali si sarà normalizzata per almeno un mese, e per il 12% quando ci saranno invece meno di 10 casi per milione di abitanti. C’è però ancora tanta incertezza sul tema, segnalata dal 14% degli intervistati che non ha idea di quale sia il segnale che decreterà la fine dell’emergenza. Gli italiani però, dato l’avanzamento della campagna vaccinale, hanno opinioni leggermente divergenti rispetto alla media degli altri Paesi: per il 27% la pandemia finirà quando la trasmissione del virus si sarà fermata definitivamente, per il 17% quando la situazione degli ospedali tornerà alla normalità, un altro 17% non ha idea, e solo per l’11% finirà quando il 75% della popolazione verrà vaccinata.

Tra quanto tempo torneremo a una vita come prima?

Ipsos ha anche chiesto agli intervistati tra quanto tempo potremmo tornare a una vita come quella precedente alla pandemia. E per il 27% a livello internazionale bisognerà aspettare più di un anno da ora, per il 25% entro l’anno, per il 20% nei prossimi 6 mesi, mentre il 14% ritiene che sia già possibile tornare a una vita normale senza restrizioni. Considerando i dati aggregati di tutti i 33 Paesi si nota che più del 66% dei cittadini intervistati pensa che non riusciremo a tornare alla normalità prima di 6 mesi, un dato che sottolinea ancora grande preoccupazione e l’opinione che la crisi non sia ancora del tutto superata.

Immaginare un futuro senza Green Pass

Gli italiani anche in questo caso hanno un’ottica diversa, infatti, per il 36% degli intervistati bisognerà aspettare più di un anno, per il 22% entro l’anno e per il 17% entro i prossimi 6 mesi. Un risultato che registra ancora diffidenza riguardo la fine della pandemia. Dall’inizio della pandemia, il team Public Affairs di Ipsos indaga le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Covid-19. L’ultimo aggiornamento del consueto monitoraggio di Ipsos, Come e quando finirà il Green Pass?, registra una diminuzione della minaccia percepita (forse complice anche lo spostamento dell’allerta causato dalla guerra Russia-Ucraina), e raggiunge nuovi valori minimi rilevati dallo scoppio della pandemia. Gli italiani stanno quindi iniziando a immaginare un futuro connotato da una preoccupazione limitata per il Covid-19? 

Gender equality: i risultati del report annuale di Win International

Nella Giornata Internazionale della Donna WIN International, il network internazionale di ricerche di mercato di cui BVA Doxa fa parte, ha rilasciato l’Annual WIN World Survey – WWS, l’ultima indagine su gender equality, violenza e molestie sessuali, per comprendere quali sono i cambiamenti in Italia e nel mondo in termini di pari opportunità e diritti. E la casa anche quest’anno conferma risultati più positivi in termini di parità dei diritti. Considerando le diverse situazioni e i luoghi in cui misurare il gender equality, alla fine del 2021 il 70% della popolazione globale ritiene infatti che la parità di genere sia stata raggiunta nelle case, e in Italia la percentuale (69%) è poco inferiore al risultato globale.

Parità di genere e lavoro

Il 60% della popolazione mondiale ritiene che la parità di genere sia stata raggiunta anche sul posto di lavoro, ma con un dato inferiore per chi è impegnato in politica (50%). In Italia la percezione è diversa e meno paritaria: solo il 38% ritiene che la parità di genere si sia raggiunta al lavoro, percentuale che scende al 37% nell’area politica. Quanto alle opportunità di lavoro e carriera, a livello globale il 37% della popolazione ritiene che le donne abbiano le stesse opportunità lavorative e di sviluppo professionale degli uomini, una percentuale più bassa secondo le dirette interessate (32%). Di contro, il 45% degli intervistati (55% tra le donne) ritiene che le donne abbiano meno opportunità rispetto agli uomini. Inferiori alla media i dati italiani: il 71% vede meno opportunità per le donne rispetto agli uomini, e solo il 22% ritiene che siano rispettate le pari opportunità lavorative.

Violenza fisica e psicologica

Per quanto riguarda i risultati sulla violenza fisica e psicologica subiti dalle donne, rispetto agli anni scorsi sono stabili, con il 16% delle donne a livello globale che nel 2021 afferma di aver subito violenze fisiche o psicologiche (17% nel 2020 e 16% nel 2019). E l’Italia è in linea con queste percentuali (15%). Tuttavia, osservando i dati per macroaree, si trova qualche piccolo miglioramento. In Africa, nelle regioni del MENA, dell’APAC e nelle Americhe, il net score delle donne che hanno subito violenze decresce rispettivamente a -7, -5, -2 e -1. A subire maggiormente violenza fisica e psicologica sono le giovani donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni (22%), anche se la percentuale decresce di due punti percentuali rispetto al 2020.

Molestie sessuali

Il 9% delle donne ha subito molestie sessuali: un risultato che rimane in linea con lo scorso anno (8%).  Le donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno subito più molestie sessuali rispetto agli altri gruppi di età, un dato leggermente superiore rispetto allo scorso anno (19% nel 2021, 18% nel 2020). Positiva la riduzione di molestie sessuali in alcune regioni e paesi del mondo, come l’Africa e l’India, dove i valori si sono dimezzati. In Italia la percentuale è sensibilmente inferiore rispetto alla media (4% vs 8%).

Più donne manager in azienda nel 2020

Più manager donne nel 2020. E’ quanto emerge dal Rapporto di Manageritalia sui dirigenti privati pubblicato come ogni anno in occasione della Festa della donna con un’elaborazione degli ultimi dati ufficiali Inps. I numeri parlano chiaro. Nel 2019 i dirigenti uomini erano 94.332 e le donne 21.116. L’anno seguente, il numero di queste ultime è aumentato del 4,9% (22.147) mentre è diminuito dello 0, 37% il numero degli uomini (-353). Solo grazie all’incremento delle donne, il dato totale dei dirigenti registra un incremento dello 0,59%, con 678 dirigenti in più nel 2020 rispetto al 2019.
“La crescita del numero delle dirigenti e dei dirigenti – dichiara Mario Mantovani, presidente Manageritalia – dimostra come anche durante la pandemia le aziende strutturate abbiano puntato su competenze e gestione manageriale per resistere e prepararsi a cogliere le opportunità del loro specifico mercato nel post pandemia”.

Buono, ma non sufficiente

Il dato relativo ai manager in rosa è buono, ma assolutamente non sufficiente. Nonostante la crescita, infatti, le dirigenti rappresentano il 19% del totale, a fronte di un desiderato 50% che richiederà opportune scelte e politiche sociali.
“Il fatto che a trainare la crescita dei dirigenti siano state le donne – dice ancora Mantovani – è la conferma dei fenomeni in atto: nella dirigenza privata da anni si vedono uscire coorti quasi esclusivamente maschili ed entrare nuovi manager che sempre più spesso sono donne, scelte per formazione, competenze e capacità. E tutto questo trova una spinta formidabile nel parallelo fenomeno che avviene tra le donne che ricoprono in azienda un ruolo di quadro, che avanzando poi di carriera diventano dirigenti”.
Buone notizie anche dal 2021. Secondo il Rapporto di Manageritalia, infatti, i dirigenti del settore terziario che hanno il contratto dirigenti del terziario nel 2021 sono cresciuti complessivamente del 6,2% con le donne in doppia cifra (+11%) rispetto agli uomini (+6%). E in questo caso oggi le donne dirigenti sono addirittura quasi il 21% del totale.

Il rosa vince soprattutto nelle grandi città. Con la “sorpresa” del Sud

Per quanto riguarda la distribuzione geografica, le province più ‘rosa’ sono quelle delle grandi città, con Milano al primo posto (dove lavorano 8.705 donne dirigenti) seguita da Roma (4.405) e Torino (1.132). Ai primi dieci posti per numero di dirigenti donne solo province del nord: Bologna, Brescia, Verona, Varese, Bergamo, Firenze, Genova. Per quanto riguarda invece il peso percentuale delle donne dirigenti, balza all’occhio il buon piazzamento di alcune province del sud, spesso caratterizzate da un bassissimo numero di dirigenti in assoluto e quindi più facilmente condizionati da vari fattori. Al primo posto c’è Enna con le donne dirigenti (56,7%) che superano addirittura gli uomini. Tra le grandi province Roma (le donne manager sono il 25,3%), prevale su Milano (21,8%) e Torino (17,7%).

Tecnologie 4.0, in arrivo 678 milioni di euro per le Piccole e medie imprese

Sono in arrivo 678 milioni di euro per le Piccole e medie imprese italiane: un decreto firmato dal ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti disciplina infatti i finanziamenti garantiti dal programma d’investimento europeo React-Eu e dai fondi di coesione. E istituisce un nuovo regime di aiuti per gli investimenti delle Pmi.

Gli investimenti sono volti alla realizzazione di progetti innovativi legati a tecnologie 4.0, economia circolare e risparmio energetico. In particolare, i finanziamenti sono destinati per circa 250 milioni agli investimenti da realizzare nelle regioni del Centro-Nord Italia, mentre circa 428 milioni sono previsti per quelli da realizzare nelle regioni del Mezzogiorno, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. Ai progetti proposti dalle Piccole e medie imprese sarà destinato il 25% delle risorse.

Favorire economia circolare, sostenibilità ambientale e risparmio energetico

L’importo massimo agevolabile per ogni investimento innovativo non potrà essere superiore a 3 milioni di euro, e dovrà favorire la trasformazione digitale dell’attività manifatturiera delle Pmi attraverso l’utilizzo di tecnologie abilitanti individuate dal piano Transizione 4.0. Una particolare attenzione verrà rivolta ai progetti che puntano a favorire l’economia circolare, la sostenibilità ambientale e il risparmio energetico.

I limiti dell’agevolazione

Tuttavia, le imprese che richiederanno l’agevolazione non dovranno aver effettuato, nei due anni precedenti la presentazione della domanda, una delocalizzazione verso uno stabilimento situato in un’altra parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) che realizzi prodotti o servizi oggetto dell’investimento, impegnandosi a non farlo anche per i 2 anni successivi al completamento dell’investimento stesso. Le Piccole e medie imprese interessate ai finanziamenti potranno presentare domanda nei termini e nelle modalità che verranno definite con un successivo provvedimento ministeriale, riporta Adnkronos.

La capacità di rimanere competitivi passa dall’ammodernamento degli impianti

“Da ministro dello sviluppo economico è mio dovere tutelare le imprese italiane, individuando tutte le risorse e gli strumenti necessari per sostenere gli investimenti in progetti innovativi che mirano anche a ridurre l’impatto energetico sui processi produttivi – ha dichiarato il ministro Giancarlo Giorgetti -. È questa un’altra importante linea d’azione da perseguire per fronteggiare, in un’ottica di medio e lungo periodo, il caro bollette. La capacità del nostro sistema imprenditoriale di rimanere competitivo sui mercati – ha aggiunto il ministro – passa infatti dall’ammodernamento degli impianti attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, che oltre a incrementare la produttività e migliorare la sostenibilità ambientale, devono favorire sviluppo e occupazione”.

Il mercato dei Droni nel secondo anno di pandemia

Le esigenze di distanziamento sociale, monitoraggio e consegne rapide ed efficienti hanno mostrato in modo chiaro le potenzialità del mercato dei droni. E dopo la frenata provocata dalla pandemia nel 2020, il 2021 è stato un anno di ripartenza per il settore. Nel 2021 il mercato professionale dei droni in Italia ha raggiunto il valore di 94 milioni di euro, +29% rispetto al 2020, che però non è stato sufficiente a tornare ai livelli pre-pandemia (117 milioni di euro nel 2019). Le imprese attive nel settore a livello nazionale oggi sono 713, con 45 chiusure nel 2021 (111 dal 2018-2021), a indicare l’evoluzione in atto nel comparto. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Droni della School of Management del Politecnico di Milano.

Due segmenti distinti, operativo e Advanced Air Mobility

Il mercato ha iniziato ad articolarsi in due segmenti distinti. Quello operativo, costituito da droni medio/piccoli in grado di svolgere attività a valore aggiunto per i settori più tradizionali, che al momento è l’unico a generare ricavi, e l’Advanced Air Mobility, costituito da droni mediamente più grandi in grado di effettuare trasporti di beni e persone. Un segmento ancora agli albori, ma di grande prospettiva. Per questo segmento in Italia oggi si contano 21 progetti, sperimentati o solamente annunciati. E l’Italia è anche apripista in Europa con il Piano Strategico Nazionale 2021-2030 per lo sviluppo della Mobilità Aerea Avanzata dell’ENAC.

Prospettive future

A livello mondiale i casi applicativi di droni totali censiti dall’Osservatorio sono 755 tra il 2019 e il 2021, di cui quasi il 42% realizzati nell’ultimo anno. Dopo la riduzione del 20% registrata nel 2020, nel 2021 le applicazioni hanno ricominciate a crescere, superando anche il valore del 2019 (245). 
I due ambiti su cui focalizzare l’attenzione nel breve periodo sono lo sviluppo del volo BVLOS e quello del volo autonomo. Nel volo BVLOS ENAC ha autorizzato 11 sperimentazioni nel 2021 e l’interesse a livello italiano è alto: il 52% delle imprese è interessata a effettuare queste sperimentazioni. Il volo autonomo è invece la prima priorità indicata dalle imprese dell’offerta, tanto che il 63% è estremamente interessato allo sviluppo di questi sistemi.

La normativa e le aspettative delle imprese

Il 41% delle imprese ritiene che il Regolamento Europeo Droni stia già dando un forte impulso al mercato, contro il 32% delle imprese più scettico. Quello che sembra mancare è la sua piena applicabilità, ritenuta un forte freno dal 64% degli intervistati. La crescita del settore, soprattutto nel segmento operativo, deve passare dal processo di innovazione. Le imprese stanno investendo soprattutto sull’efficientamento dei processi e dell’organizzazione aziendale (55%), sul marketing e le vendite (43%), meno sullo sviluppo di hardware (30%) e software (26%). Il 69% delle imprese investe infatti meno del 30% della spesa in Ricerca e Sviluppo nel business dei droni.
Una percentuale non sufficiente a portare reale innovazione sul fronte tecnico e tecnologico.