Centri Commerciali: siti web, social, nuovi servizi digitali ridisegnano la relazione con i visitatori

Il digitale sta diventando un elemento cardine nell’evoluzione dei centri commerciali. Non più soltanto luoghi di acquisto, ma spazi multidimensionali di relazione, intrattenimento e servizi.
I centri commerciali italiani stanno infatti vivendo un percorso di trasformazione che li rende sempre più digitalizzati e connessi alle nuove abitudini dei consumatori.

Oggi i visitatori degli shopping mall sono particolarmente interessati a soluzioni omnicanale, dai programmi di loyalty (62,2%) alle offerte personalizzate cross-brand (60,6%) alla possibilità di ritirare gli acquisti nei locker (59,2%). Emerge dalla ricerca NetRetail – Centri Commerciali “Omnicanalità e Centri Commerciali, ecosistemi esperienziali multidimensionali”, realizzata da Netcomm in collaborazione con CNCC – Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali.

L’evoluzione dell’omnicanalità

Particolarmente significativa è l’evoluzione di servizi come il click&collect, disponibile nel 32% dei centri commerciali e utilizzato da quasi un terzo dei visitatori, con un impatto maggiore in alcuni target rilevanti come gli acquirenti ad alta frequenza e alto spendenti.
Questa soluzione ‘drive to store’ è prevalentemente guidata dai singoli brand, ma si registrano anche i primi esperimenti in cui il centro commerciale offre un’infrastruttura integrata e cross-brand.

Anche i locker si affermano come soluzione logistica sempre più apprezzata dai consumatori, benché ancora concentrata soprattutto nelle strutture di grandi dimensioni.
Il reso omnicanale resta invece l’anello debole dell’offerta. Un ambito da potenziare per rendere l’esperienza d’acquisto sempre più fluida e completa.

Cinque identikit dei visitatori

Sul fronte della domanda, la ricerca ha identificato cinque principali profili di acquirenti e frequentatori dei centri commerciali in Italia.
I pragmatici, che rappresentano il 26,6% dei visitatori, privilegiano l’efficienza, la velocità e la possibilità di trovare in un unico luogo ciò che serve. Gli aspirazionali, pari al 22,9%, sono attratti dalla sicurezza e dal comfort dell’ambiente, dalla presenza di brand di riferimento e dall’offerta di eventi e intrattenimento.

Seguono poi gli esperienziali, che corrispondono al 20,2% e che vivono il centro commerciale come luogo di socialità, tempo libero e shopping, e gli abitudinari (18,9%) che lo frequentano come parte della loro routine quotidiana, mossi soprattutto da convenienza economica e promozioni.
I funzionali (11,3%) scelgono invece i centri commerciali per rapidità e acquisti di beni di prima necessità.

Acquisti primo driver, ma cresce la componente leisure

L’acquisto di prodotti si conferma driver principale (46,7%), ma cresce anche il peso della componente leisure e di intrattenimento, che in un caso su tre diventa motivo determinante della visita.
Prima di recarsi in un centro commerciale i consumatori consultano in media 4,5 touchpoint digitali (Google, sito web, app e social media del centro stesso), mentre i servizi e i canali digitali offerti direttamente (possibilità di prenotare servizi online, orientamento nella ricerca del prodotto e del brand, uso della fidelity card), risultano meno utilizzati, ma sono giudicati molto influenti sulla scelta di acquisto.

Durante la permanenza, invece, il 29% dichiara di aver ritirato un ordine effettuato online e il 26% ha utilizzato strumenti digitali come totem o QR code per usufruire di sconti e promozioni.

Comunicazione digitale: uno strumento per la creazione di sostenibilità

La comunicazione digitale può e deve essere uno strumento di sostenibilità, non solo un canale di diffusione. Con l’obiettivo di promuovere pratiche comunicative che riducano l’impatto ambientale, contrastino la disinformazione e favoriscano l’inclusione digitale Fondazione per la Sostenibilità Digitale ha creato un gruppo di lavoro composto dai CCO delle aziende socie/partner della Fondazione e dai docenti universitari appartenenti al network di ricerca.
Il gruppo ha stilato il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione, ed è impegnato nella definizione di KPI specifici e finalizzati all’elaborazione di una Prassi UNI.

La rapidità della trasformazione digitale richiede infatti un impegno condiviso di aziende e istituzioni nel garantire una formazione continua degli operatori della comunicazione e degli utenti finali. È essenziale diffondere la consapevolezza della natura e delle caratteristiche degli strumenti digitali, creando così un ecosistema comunicativo sostenibile e consapevole.

Un Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione

Il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione si compone di 11 articoli che tracciano altrettante linee guida per favorire lo sviluppo di modelli comunicativi a supporto della sostenibilità. La relazione tra comunicazione digitale e sostenibilità, in coerenza con il Manifesto, è sistemica e bidirezionale.

La trasformazione digitale ridefinisce profondamente la comunicazione on-line e quella off-line, determinando cambiamenti che investono persone, società, cultura ed economia. Una visione orientata alla sostenibilità digitale della comunicazione deve partire dalla convergenza e dall’integrazione di questi due elementi.

Un motore di evoluzione

Il digitale nella comunicazione va quindi sviluppato in coerenza con gli obiettivi di sostenibilità, ma al contempo diventa esso stesso motore di sviluppo sostenibile della comunicazione, che deve essere orientata al benessere umano.

La comunicazione digitale deve superare infatti ogni forma di esclusione e garantire accessibilità equa contribuendo alla riduzione delle diseguaglianze. La centralità della persona deve essere promossa attraverso l’attenzione a contenuti e infrastrutture digitali che permettono tale comunicazione.
La digitalizzazione deve poi assicurare condizioni lavorative dignitose e sicure, tutelando il benessere psicofisico dei professionisti della comunicazione e degli utenti. Deve anche incoraggiare un uso consapevole e responsabile delle tecnologie, prevenendo dipendenze e fenomeni di isolamento sociale

Prevenire disinformazione e manipolazioni algoritmiche

Inoltre, la comunicazione digitale deve fondarsi su principi di etica e responsabilità, valorizzando le diversità sociali e culturali e favorire una società più inclusiva, equa e dinamica.
Deve altresì prevenire la disinformazione e le manipolazioni algoritmiche garantendo trasparenza sui contenuti e sui processi decisionali.

La digitalizzazione della comunicazione ovviamente deve minimizzare l’impatto ambientale legato a infrastrutture e processi, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico e alla promozione di comportamenti di uso e produzione responsabili.
Ciò implica garantire la sostenibilità della comunicazione digitale, ma anche valutare le modalità con le quali la digitalizzazione possa rendere più sostenibile la comunicazione nel complesso.

Cosa contiene il Manuale HACCP?

Il manuale HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) è uno strumento per la sicurezza alimentare. Questo documento è obbligatorio per tutte le attività che manipolano, producono o vendono alimenti.

La sua redazione non è un’attività standardizzata, poiché deve essere adattato alle specificità di ogni singola azienda.

Un manuale per HACCP ben strutturato è il risultato di un’accurata analisi dei processi aziendali, e la sua funzione è quella di identificare i potenziali pericoli e stabilire le misure per gestirli in modo efficace.

Le informazioni di base dell’azienda

Il manuale deve iniziare con i dati identificativi dell’impresa, e questo include il nome, l’indirizzo e il tipo di attività svolta. È importante inserire anche dettagli sui responsabili della gestione della sicurezza alimentare.

Queste informazioni sono essenziali per inquadrare il documento, in quanto i dati dell’azienda sono il punto di partenza.

Senza una chiara identificazione, il manuale perderebbe la sua validità. I dati devono essere precisi e aggiornati per riflettere la realtà operativa dell’attività.

La descrizione di prodotti e processi

Una sezione importante del manuale è la descrizione dei prodotti. Si devono specificare gli ingredienti, i metodi di lavorazione e l’uso a cui sono destinati. Descrivere i prodotti è un dovere ed è dunque necessario che questa parte sia dettagliata per comprendere ogni fase del ciclo produttivo.

La descrizione dei processi è altrettanto rilevante, per cui si devono illustrare i passaggi dalla ricezione delle materie prime fino alla distribuzione del prodotto finale. Questa analisi permette di individuare i punti in cui possono sorgere rischi.

L’analisi dei rischi e le misure di sicurezza

Il cuore del manuale è l’analisi dei pericoli. Qui si elencano i rischi igienico-sanitari e si descrivono le misure per mitigarli e si devono identificare le potenziali minacce biologiche, chimiche e fisiche.

Dato che valutare i rischi è necessario, per ogni fase della produzione si devono indicare le contromisure da adottare. L’obiettivo è prevenire contaminazioni e garantire la qualità del cibo. Le procedure di sicurezza devono essere chiare e facili da implementare.

L’identificazione dei punti critici di controllo

Questa sezione si concentra sui Punti Critici di Controllo (CCP). I CCP sono le fasi in cui un pericolo può essere prevenuto, eliminato o ridotto a un livello accettabile.

Per ogni CCP, si stabiliscono dei limiti e si definiscono le procedure di monitoraggio. Come appare evidente, individuare i punti critici è essenziale.

Vengono anche definite le azioni correttive da intraprendere in caso di superamento dei limiti, per questo il monitoraggio continuo dei CCP assicura il mantenimento degli standard di sicurezza.

Le procedure e i controlli generali

Il manuale deve includere anche le procedure operative standard, ovvero tutte quelle indicazioni riguardanti la pulizia e la sanificazione degli ambienti.

Vengono descritte le pratiche di igiene personale per i lavoratori, dato che le procedure di igiene sono basilari in questo ambito.

Inoltre, si puntualizzano i controlli di igiene edilizia. Qui vengono dettagliati i metodi per mantenere pulite le superfici, gli strumenti e le attrezzature. Il rispetto di queste procedure generali è la base per la corretta gestione del sistema HACCP e ovviamente la preparazione del relativo manuale.

In breve, il manuale HACCP non è solo un obbligo di legge, ma uno strumento indispensabile per la gestione della sicurezza alimentare e dunque per tutti gli attori coinvolti.

Tramite una valutazione personalizzata dei rischi, l’identificazione dei punti critici di controllo e l’adozione di procedure igienico-sanitarie specifiche, le aziende che operano in questo ambito possono garantire la qualità e l’integrità dei loro prodotti.

Predisporre un manuale ben redatto e costantemente aggiornato non solo protegge i consumatori, ma contribuisce anche a salvaguardare la reputazione dell’azienda e la continuità lavorativa.

Milano Cortina 2026, per le PMI i Giochi sono un’occasione di business

Non solo sport. I Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026 promettono di lasciare un segno importante anche sul tessuto economico del Nord Italia.

Un’indagine condotta da Ipsos per Visa racconta aspettative molto positive da parte delle piccole e medie imprese delle aree coinvolte: il 95% prevede benefici per il territorio, e oltre sei aziende su dieci immaginano ricadute dirette sul proprio business.

Cosa prevedono le imprese

Le prospettive cambiano a seconda della zona. A Milano, il 71% delle PMI pensa a un aumento di visitatori italiani ed europei, con un impatto diretto sui ricavi. Nelle località montane, invece, prevale l’idea che i Giochi attireranno soprattutto turisti internazionali: l’83% delle imprese guarda con fiducia a un’occasione unica di visibilità e sviluppo.

Per Nevio Devidé, Chief Revenue Officer della Fondazione Milano Cortina 2026, questi dati sono la conferma che l’evento sarà un volano di crescita: “La ricerca ci offre uno strumento prezioso per capire come le comunità e le aziende si preparano a cogliere questa opportunità”.

Il momento di investire

Le imprese ovviamente non stanno a guardare. Quasi una su due ha già avviato o pianificato investimenti legati ai Giochi: ristrutturazioni, assunzioni, nuove strategie di marketing e, soprattutto, digitalizzazione. Il 53% di chi investe punta infatti sui sistemi di pagamento, ritenuti fondamentali per accogliere visitatori da ogni parte del mondo.

In media, le aziende hanno destinato a questo scopo circa il 14% del fatturato, con alberghi e ristorazione in prima linea.

La spinta dei pagamenti digitali

Un dato mette tutti d’accordo: non si può prescindere dai pagamenti digitali. Più del 90% delle imprese crede che i turisti li utilizzeranno in maniera massiccia, in particolare per ristoranti, trasporti e shopping.

Visa sta già lavorando con i partner per rendere più semplice l’esperienza dei visitatori. Come spiega Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia: “Abbiamo introdotto i pagamenti contactless sui trasporti pubblici a Milano, Venezia e Verona, e presto estenderemo il servizio anche alle altre aree dei Giochi”.

Uno sguardo oltre il 2026

Il trend positivo non si fermerà alla cerimonia di chiusura. Quasi la metà delle imprese pensa che i benefici dureranno a lungo: più fatturato, più margini, infrastrutture migliori e maggiore attrattività turistica.

Milano Cortina 2026, dunque, non sarà solo un evento sportivo, ma anche un’occasione per ridisegnare l’economia dei territori che lo ospiteranno. 

Quando l’intelligenza artificiale incontra la cucina

Chi l’avrebbe mai detto che l’IA avrebbe cucinato per noi? Non è più solo un tema di business, automazione domestica o studio accademico: l’intelligenza artificiale sta entrando anche in cucina, conquistando uno spazio inaspettato ma sempre più rilevante nella vita quotidiana.

Un’indagine condotta da AEG, marchio premium del gruppo Electrolux, durante il Fuorisalone di Milano, ha raccolto le opinioni di circa 600 visitatori. Il risultato? Sorprendente: quasi tre quarti degli intervistati (73,68%) vedono l’AI come una risorsa fondamentale per la cucina del futuro, purché in armonia con la tradizione gastronomica italiana.

I forni intelligenti piacciono già

Ma quali sono gli aspetti che incuriosiscono di più gli italiani? Quali momenti della preparazione culinaria affiderebbero all’IA? Vince a mani basse il forno, considerato lo strumento più strategico per chi ama sperimentare piatti complessi. Ben il 90% del campione si è detto interessato a soluzioni che integrano l’AI: il 43,63% in modo marcato, il 46,86% con curiosità più moderata.

Ma quali funzioni attraggono di più? In cima alle preferenze ci sono i suggerimenti di ricette calibrati sugli ingredienti disponibili (36,33%), seguiti dal controllo della cottura tramite app (28,52%) e dall’adattamento automatico di tempi e temperature (26,99%).

Supporto sì, sostituzione no

Dalla ricerca emerge un orientamento chiaro: l’AI è vista come un aiuto prezioso, non come un sostituto del cuoco. Solo il 31,92% degli intervistati si affiderebbe senza esitazioni a un forno che gestisce in autonomia tutte le fasi di cottura, mentre la maggioranza (59,76%) preferisce mantenere un ruolo attivo.

Molti apprezzano invece la possibilità di migliorare le proprie ricette grazie a un’assistenza intelligente, indicazione condivisa dal 59,93% del campione.

Le soluzioni proposte 

Per rispondere a queste aspettative, AEG ha già introdotto funzionalità innovative. Tra le più apprezzate c’è AI TasteAssist: caricando una ricetta tramite app, il forno ne perfeziona impostazioni e modalità, suggerendo quando sfruttare anche la cottura a vapore, utile per preservare gusto e valori nutrizionali. L’utente non deve imparare complesse impostazioni, perché il sistema elabora tutto in autonomia e si affina nel tempo.

Accanto a questa novità c’è CookSmart Touch, un’interfaccia intuitiva che, grazie a un display di ultima generazione, rende semplice l’accesso a programmi e consigli personalizzati. Una tecnologia pensata per adattarsi alle esigenze di chi cucina, con modelli disponibili in diverse varianti sia per il retail tradizionale sia per quello dedicato alle cucine componibili.

Il futuro è ai fornelli

L’indagine conferma che gli italiani sono pronti ad accogliere l’intelligenza artificiale anche tra i fornelli, purché resti un alleato e non un sostituto. AEG sembra aver colto il messaggio: innovazione sì, ma sempre al servizio della creatività e del piacere di cucinare.

WIN World AI Index: quanto viene usata l’AI a livello globale?

Nonostante il 62% delle persone a livello globale riferisca un certo livello di utilizzo dell’Intelligenza artificiale, l’adozione di questa tecnologia varia notevolmente nei diversi paesi. India (93%) e Cina (91%) sono in testa per l’uso, mentre Pakistan (18%) e Giappone (35%) riportano i livelli più bassi.
In generale, solo il 14% delle persone dichiara di utilizzare l’AI frequentemente o quotidianamente, mentre il 38% non la usa affatto.

Emerge dal sondaggio WIN World AI Index 2025, condotto da WIN in collaborazione con ESOMAR e Doxa per l’Italia.
Lo studio indaga come viene percepita e accettata l’AI nei diversi contesti culturali e sociali del pianeta attraverso sette indicatori fondamentali: frequenza d’uso, fiducia, efficienza, interesse, comfort, usabilità e accettazione complessiva.

Gli europei sono più cauti

Il punteggio globale dell’Indice AI è 51,6 punti (su 100). Anche  se l’accettazione dell’AI (62,1 punti) e l’usabilità (57,9 punti) risultano elevate, non sempre si traducono in un utilizzo effettivo, che si attesta solo a 38,8 punti.

La regione APAC è in testa alla maggior parte degli indicatori, riflettendo una fiducia, un utilizzo e un’accettazione generalmente più elevati.
Al contrario, l’Europa adotta un atteggiamento più cauto, con il 62% degli intervistati che teme che l’AI possa diffondere disinformazione. Nelle Americhe, il 56% teme la perdita di posti di lavoro e violazioni dei dati, mentre la regione Africa-MENA registra il livello di preoccupazione più basso in assoluto.

Un disallineamento generazionale

Il 23% di coloro tra 18 e 34 anni la utilizza frequentemente, contro appena il 7% della popolazione over55.

L’Indice mostra una correlazione positiva (+0,52) tra età e punteggi AI, con le popolazioni più giovani che abbracciano l’AI in modo più deciso. Ad esempio, i paesi dell’APAC con popolazioni giovani, come India, Malesia e Vietnam, ottengono punteggi complessivi più alti rispetto ai paesi europei con popolazioni più anziane.
Tuttavia, anche fattori come la penetrazione IT e l’urbanizzazione giocano un ruolo.

Uno dei contrasti generazionali più evidenti si registra nel Regno Unito, dove c’è un divario di 18,4 punti nei punteggi AI tra giovani e anziani, suggerendo un maggiore disallineamento e preoccupazione tra gli utenti più anziani.

L’11% degli italiani la utilizza abitualmente

Per poco più di 1 italiano su 10 l’AI è già entrata nella quotidianità. L’11% degli italiani usa abitualmente strumenti basati sull’AI, tra cui Chat GPT. 
A questa porzione, ancora piuttosto contenuta, si aggiunge una grande fetta di utilizzatori saltuari (27% la usa qualche volta) o molto sporadici (26% raramente).

L’uso abituale è molto più diffuso tra gli under25 (27%,), e seppur in minor misura, tra i giovani adulti di 25-34 anni (18%). 
La segmentazione territoriale evidenzia una discrepanza tra le macroaree. Nel Nord-Ovest i frequent user rappresentano il 13%, contro il 9% del Sud e delle Isole. Una differenza lieve, ma significativa.

Mercato immobiliare: quadro incerto e debole dinamica espansiva

Nel primo trimestre 2025 la riduzione dei tassi di interesse ha portato a un incremento delle compravendite (+11,5%), trainato soprattutto dagli acquisti con mutuo (+32,7%). Tuttavia, il reale potenziale di crescita è ridimensionato dalla prudenza delle banche nel concedere credito. Di fatto, i prezzi delle abitazioni registrano variazioni semestrali comprese tra 0,8% e 1,3% e tendenziali poco superiori (1,1%-1,4%).

Le inevitabili ricadute delle tensioni geopolitiche sul mercato immobiliare rendono incerto il quadro dei prossimi mesi. Secondo il 2° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025 realizzato da Nomisma il trend di lenta ripresa iniziato nel 2024 e confermato nel primo semestre 2025 è frenato da un’offerta ancora piuttosto rigida. Ll’incertezza del contesto geopolitico ed economico internazionale potrebbe avere ripercussioni sulle condizioni economiche delle famiglie, già provate dall’impennata inflazionistica. 

Costi di costruzione, una variabile strategica

Oggi la domanda abitativa si distribuisce quasi equamente tra acquisto e locazione, con una leggera prevalenza dell’acquisto (53%).
Ma in città come Milano e Roma si osserva un ritorno alla proprietà, anche per finalità di investimento. La domanda si concentra soprattutto nelle periferie e nelle aree suburbane, al contempo, cresce l’interesse per la locazione da parte di single, giovani coppie e famiglie.

Inoltre, la riqualificazione edilizia ha preso il sopravvento sulla nuova costruzione, sostenuta da incentivi fiscali, seppur ridotti con la recente manovra. In questo scenario i costi di costruzione divengono una variabile strategica che condiziona le scelte di investimento in interventi di manutenzione straordinaria o di riqualificazione edilizia.

Locazione: pressione al rialzo sui canoni

Nel primo trimestre 2025 il numero complessivo di contratti di locazione registra un lieve incremento tendenziale (1,0%). 
Un risultato che appare piuttosto contenuto se confrontato con la forte pressione della domanda, la quale si scontra con un’offerta limitata, spesso caratterizzata da standard qualitativi insufficienti o da canoni troppo elevati rispetto alla capacità di spesa di molte famiglie.

In ogni caso, il mercato delle locazioni residenziali è in fase espansiva, con canoni in crescita per il terzo anno consecutivo.
Il 2025 (+3,6%) segnala una domanda ancora vivace e una pressione al rialzo sui canoni, probabilmente legata alla scarsità di offerta stabile e all’espansione degli affitti brevi.

Investimenti corporate verso Rent-to-Buy e studentati

Si tratta comunque di variazioni che per quanto significative risultano inevitabilmente condizionate dalle capacità di spesa della domanda
Da segnalare anche che da qualche anno sul mercato delle locazioni si osserva una crescita dei contratti transitori e per studenti, spinta dalla maggiore mobilità lavorativa e dalla domanda di flessibilità locativa.

Quanto al mercato degli investimenti corporate, nel primo trimestre 2025 si osserva una ripresa (raggiunti 2,7 miliardi di euro), maggiore attenzione verso asset alternativi (hotel e residenziale) e immobili direzionali di alta qualità.
In prospettiva, l’incertezza globale potrebbe portare a una più intensa selettività degli investimenti, premiando i settori capaci di garantire redditività stabile, come il Rent-to-Buy, gli studentati e le infrastrutture digitali.

Criptovalute e risparmi: sempre più italiani scommettono sul digitale

Il panorama degli investimenti in Italia si arricchisce di nuove tendenze, e una delle più evidenti è l’interesse verso le criptovalute.
Secondo i dati raccolti da mUp Research per conto di Facile.it, oltre 2 milioni di cittadini hanno deciso di puntare sulle valute digitali, segno che l’interesse verso strumenti innovativi è ormai consolidato.

Le nuove generazioni più propense a investire in criptoasset

I giovani adulti, in particolare tra i 25 e i 34 anni, si distinguono per una maggiore propensione a investire in criptoasset: la loro partecipazione è superiore del 53% rispetto alla media nazionale.

Anche dal punto di vista territoriale si notano differenze: il Nord Est si conferma più ricettivo rispetto al resto del Paese (+33%). E se si guarda al genere, gli uomini restano nettamente più attivi delle donne in questo tipo di investimenti.

Tra polizze e fondi, gli strumenti preferiti dagli italiani

Sebbene le criptovalute attirino l’attenzione, la maggior parte dei 21 milioni di italiani che hanno investimenti in corso preferisce soluzioni più tradizionali. Le polizze vita restano al primo posto (16,4%), in particolare tra gli investitori tra i 45 e i 54 anni. Seguono i fondi pensione, scelti dal 15,5% del campione e apprezzati soprattutto dai 35-44enni.

Anche i fondi comuni (14,7%) e i titoli di Stato (14,5%) mantengono una posizione forte, soprattutto tra gli over 65. I conti deposito (15,3%) risultano più popolari nel Nord Est, mentre circa 4,7 milioni di persone si affidano al mercato azionario.

Chi investe davvero? Una questione di età, area e genere

Il profilo medio dell’investitore italiano è concentrato tra i 45 e i 64 anni, fascia che supera la media nazionale in termini di coinvolgimento (55%). A livello geografico, spiccano i residenti nel Nord Ovest, dove il 59% ha almeno un investimento in corso. Persistono invece ampie differenze tra uomini e donne: se investe il 61% dei primi, la percentuale femminile si ferma al 42%.

Desideri personali e scarsa fiducia nelle proprie competenze

Non tutti investono con un obiettivo preciso. Secondo l’indagine, il 37% lo fa unicamente per valorizzare i propri risparmi. Altri motivi includono la creazione di una riserva per situazioni impreviste (circa un terzo del campione) e la costruzione di una pensione complementare (28%).

Un numero significativo di italiani investe per il futuro dei figli: 1,9 milioni per lasciare un’eredità, e 1,8 milioni per sostenere le spese educative. Tuttavia, molti non si sentono pronti: il 15% dichiara di non avere le competenze necessarie, percentuale che sale tra gli under 34, dove quasi uno su tre ammette di sentirsi impreparato.

Investire sì, ma con consapevolezza

“Un buon equilibrio tra risparmio e investimento aiuta a pianificare con serenità il proprio futuro”, afferma Maurizio Pescarini, CEO di Facile.it. Per questo, il portale ha creato uno spazio dedicato al confronto tra strumenti finanziari, offrendo supporto consulenziale anche a chi muove i primi passi nel mondo degli investimenti.

Cybersecurity industriale: troppe falle nei sistemi OT. Lo dice un nuovo studio

La trasformazione digitale ha profondamente cambiato il settore industriale, ma non sempre le imprese sono preparate a fronteggiare le minacce informatiche che ne derivano.

Un recente studio condotto da VDC Research in collaborazione con Kaspersky, intitolato “Securing OT with Purpose-built Solutions”, fotografa una realtà allarmante: molte aziende nei settori energia, trasporti, utility e manifattura espongono i propri impianti a gravi rischi a causa di misure di sicurezza insufficienti.

Sistemi OT: mancano analisi e aggiornamenti

L’indagine ha coinvolto oltre 250 professionisti del settore, rivelando una gestione spesso lacunosa della sicurezza nei sistemi OT (Operational Technology), quelli che controllano fisicamente impianti e processi industriali. Solo il 29% delle aziende dell’area EMEA esegue test di vulnerabilità su base mensile. Ancora più preoccupante: quasi il 20% li svolge solo una o due volte l’anno, mentre il 4% interviene solo in caso di necessità.

Questo approccio espone a gravi rischi operativi: da interruzioni impreviste della produzione a danni economici e reputazionali, conseguenze sempre più frequenti in caso di attacchi informatici.

Patch poco frequenti, visibilità scarsa: la sicurezza resta indietro

Anche sul fronte degli aggiornamenti software (le cosiddette patch), il quadro non migliora. Il 33,9% delle aziende intervistate applica patch mensilmente, ma ben il 45% lo fa ogni pochi mesi e il 17% solo una o due volte l’anno. In un ambiente OT, dove i cicli produttivi non possono essere facilmente interrotti, pianificare gli aggiornamenti diventa una sfida tecnica e organizzativa.

Le difficoltà aumentano per via di sistemi eterogenei, scarsamente documentati o basati su tecnologie proprietarie. A questo si aggiungono problemi di competenze interne e limiti imposti da normative settoriali.

L’effetto IoT: cresce la superficie d’attacco

La crescente diffusione di dispositivi connessi – sensori, videocamere, sistemi intelligenti – ha ampliato in modo significativo la superficie d’attacco. In uno scenario dove i confini tra IT e OT diventano sempre più sfumati, le soluzioni tradizionali non bastano più.

Sicurezza integrata e progettata in origine

Kaspersky risponde con una piattaforma pensata appositamente per il mondo industriale: Kaspersky Industrial CyberSecurity (KICS). Questo sistema integra strumenti per l’inventario degli asset, la valutazione del rischio e la gestione centralizzata della sicurezza. Una delle sue caratteristiche chiave è la scalabilità, che consente di proteggere infrastrutture complesse e distribuite con un’unica soluzione.

“Abbiamo adottato un approccio Secure-by-Design, sviluppando sistemi resilienti per natura”, spiega Dmitry Lukiyan, responsabile della Business Unit KasperskyOS. “I nostri prodotti sono in grado di resistere anche a minacce sconosciute, senza dipendere da aggiornamenti costanti. Questo riduce i costi e semplifica la manutenzione, garantendo al tempo stesso un alto livello di protezione”.

Convergenza IT/OT: serve una strategia condivisa

La fusione tra tecnologie IT e OT impone un ripensamento delle strategie di cybersecurity. Solo adottando un approccio integrato, basato sulla conoscenza degli asset, l’analisi del rischio e una protezione nativa, sarà possibile garantire la sicurezza delle infrastrutture critiche e la continuità operativa.

Mobilità urbana: in Italia è a misura di bambini?

Clean Cities ha stilato classifica delle migliori città europee per la mobilità di bambine e bambini. Gli indicatori considerati sono tre. Il primo è il numero di ‘strade scolastiche’ presso le scuole primarie per regolare il traffico e aumentare la sicurezza stradale, ridurre il rumore e migliorare la qualità dell’aria, favorire il cammino e l’uso della bicicletta da parte dei bambini.

Il secondo indicatore è il numero di piste ciclabili. I bambini si sentono più sicuri sulle piste ciclabili separate fisicamente dal traffico.
Il terzo indicatore è il limite della velocità in ambito urbano a 30 km/h, che riduce inquinamento e incidenti. Una misura supportata da OMS, OCSE e Consiglio Europeo per la Sicurezza dei Trasporti.

A che punto sono le città italiane

Nella classifica complessiva delle città europee nessuna città italiana rientra nella top 10.
Le migliori performance italiane sono Bologna (16ª), Milano (23ª) e Torino (24ª), mentre Firenze (29ª) e Roma (32ª) si trovano nella parte bassa della classifica generale.

Rispetto ai singoli indicatori l’Italia mostra segnali positivi per quanto riguarda le strade scolastiche, con Milano 2ª a livello europeo, Torino (4ª) e Bologna (11ª). Anche Roma (16ª) mostra progressi, mentre Firenze è in fondo alla classifica, tra le 10 che non hanno nemmeno una strada scolastica.

Ancora indietro per moderazione di traffico e velocità

Rispetto all’indicazione della moderazione della velocità e del traffico motorizzato, la performance italiana è modesta. La migliore tra le città italiane è Bologna (18ª nella classifica generale), prima grande città italiana a diventare Città 30, seguita da Firenze (24a). Milano è al 30° posto fra le 39 città analizzate, Torino al 31°. Roma (33°) è ancora molto indietro. 

Considerando i benefici riconosciuti della riduzione della velocità sulla sicurezza stradale, l’inquinamento dell’aria e acustico e la promozione della mobilità attiva c’è ancora molta strada da fare.

Piste ciclabili: serve un investimento deciso

Anche per quanto riguarda le infrastrutture per la ciclabilità le città italiane restano ancora deboli.
Roma è tra ultime a livello europeo. Milano, Firenze, Bologna e Torino sono tutte nel gruppo medio-basso, segno che serve un investimento deciso in infrastrutture ciclabili sicure e continue.

Insomma, l’Italia non è certo nelle posizioni al vertice della classifica generale, ma alcuni segnali sono incoraggianti.
Le città con una visione politica più strutturata, risorse stabili e una pianificazione di lungo periodo hanno mostrato risultati coerenti, sfruttando l’opportunità di rendere le città luoghi più sicuri e sani. E a misura di persona.