Il personale è introvabile: il paradosso del lavoro in Italia

A dicembre le imprese italiane prevedono di siglare circa 350 mila nuovi contratti. Una cifra che, presa così com’è, potrebbe suggerire un mercato vivace. In realtà, se si allarga lo sguardo al trimestre dicembre 2025 – febbraio 2026, dove si toccano 1,3 milioni di ingressi programmati, emerge un rallentamento rispetto allo scorso anno. Il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, curato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, segnala infatti un calo della domanda di lavoro di quasi il 6%.

Eppure, ed è qui che nasce il paradosso, le imprese continuano a fare fatica a trovare il personale di cui hanno bisogno: quasi un profilo su due risulta difficile da reperire.

Bene il comparto delle costruzioni

Il settore industriale, che solitamente fa da termometro all’economia, segna una frenata piuttosto evidente. A dicembre le attivazioni previste restano sotto le 80 mila unità e la situazione non migliora nel trimestre invernale. La manifattura è la più colpita, con un calo sensibile in comparti chiave come meccanica, elettronica, alimentare e metallurgia.

Al contrario, il mondo delle costruzioni sembra andare per conto proprio. Qui la domanda cresce, portando a oltre 31 mila le assunzioni previste nel mese e a più di 132 mila quelle del trimestre. Un segnale che conferma l’inerzia positiva del settore, ancora sostenuto da cantieri e investimenti.

I servizi il settore più dinamico 

Nel terziario, che resta dominante nel mercato del lavoro italiano, le imprese programmano 256 mila contratti. Il turismo continua a tirare la volata: ristorazione e strutture ricettive rappresentano una fetta importante delle opportunità, seguite dal commercio e dai servizi alla persona.

Cambiano le esigenze nell’agricoltura

Nel settore primario la situazione è tendenzialmente stabile. Le coltivazioni ad albero e quelle di campo restano le attività con il maggior fabbisogno, mentre cresce l’interesse per figure legate agli allevamenti e alle serre. Anche qui, però, non è semplice trovare personale qualificato.

La maggiore difficoltà? Reperire il personale

Il vero problema, sottolinea il Bollettino, è che molte delle figure richieste sembrano sparire nel nulla: metalmeccanici, saldatori, tecnici, specialisti informatici, ingegneri, operatori della ristorazione. Le imprese dichiarano difficoltà ovunque, con punte che superano il 50% nel Nord-Est e in Trentino-Alto Adige.

Per far fronte ai vuoti, quasi un quarto delle assunzioni sarà coperto da lavoratori immigrati. Una scelta sempre più frequente, diventata ormai parte strutturale del mercato del lavoro italiano.

Io sono Cultura 2025: l’Italia cresce grazia a creatività e impresa

Ogni anno il rapporto Io sono Cultura, promosso da Fondazione Symbola insieme a Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, prova a misurare quanto la cultura pesi davvero nella nostra economia. L’edizione 2025, presentata a Roma, conferma una tendenza chiara: il settore culturale e creativo non solo resiste, ma continua a spingere il Paese, generando ricchezza, lavoro e – dettaglio non da poco – una visione.

Aumentano imprese, occupazione e valore prodotto

Nel 2024 il sistema produttivo culturale e creativo ha generato 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, segnando un aumento del 2,1% rispetto all’anno precedente. Gli occupati hanno superato quota 1,5 milioni, con una crescita dell’1,6 per cento. Numeri che diventano ancora più impressionanti se si considera l’indotto: cultura e creatività, direttamente o indirettamente, arrivano a muovere 302,9 miliardi di euro, pari al 15,5% dell’intera ricchezza nazionale.

Un settore, insomma, che non vive ai margini ma che si intreccia con manifattura, turismo, servizi e innovazione. Emblematico il ruolo del comparto software e videogiochi, oggi il primo contributore della filiera culturale con 17,7 miliardi di euro prodotti.

I motori italiani sono Lombardia e Lazio. Ma la crescita maggiore è  al Sud

Milano e Roma restano le province dove la cultura “pesa” di più in termini economici e occupazionali, seguite da Torino, Firenze, Monza-Brianza, Trieste e Bologna.
Ma la sorpresa arriva dal Mezzogiorno: nel 2024 la crescita del valore aggiunto (+4,2%) e degli occupati (+2,9%) è stata superiore alla media nazionale. Sardegna e Calabria spiccano con incrementi oltre il 7% nel valore generato.

Cultura come identità, lavoro e innovazione

Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, ricorda che cultura e bellezza non sono un ornamento, ma una parte viva del Made in Italy, capace di guidare anche la transizione verde e digitale. Andrea Prete (Unioncamere) sottolinea invece una sfida urgente: la mancanza di competenze adeguate. Oltre una posizione lavorativa su due, nel settore, è difficile da coprire perché servono profili capaci di mescolare creatività, tecnologia e gestione.

Valeria Brambilla (Deloitte) ribadisce infine la necessità di misurare in modo accurato il valore culturale, che non si limita all’economia ma coinvolge coesione sociale e benessere.

Cosa accadrà nel futuro?

Il rapporto mostra un’Italia che cambia: più digitale, più creativa e sempre più consapevole che cultura e impresa non vivono su binari separati. Sono parte della stessa storia, quella che continua a spingere il Paese verso un’economia più umana e, proprio per questo, più competitiva.

Italia, quasi un milione di over 80 ancora al volante

Lo evidenzia un’elaborazione di Facile.it, basata sull’analisi di oltre cinque milioni di richieste di preventivo RC auto: in Italia ci sarebbe ormai una folta pattuglia di automobilisti che ha superato gli ottant’anni.
Circa il 3% dei preventivi esaminati riguarda infatti persone nate prima del 1945: un numero che, tradotto, sfiora il milione di guidatori “senior”.

L’età pesa sulla polizza: l’esperienza non basta più

Sappiamo tutti che chi guida da una vita può contare su un bagaglio di esperienza non indifferente. Eppure l’età, soprattutto quando si superano gli 80 anni, inizia a pesare sulle tariffe assicurative. Non è una questione di pregiudizi: semplicemente, vista, udito e prontezza di riflessi possono non essere più quelli di una volta.
Facile.it ha messo sotto la lente un campione di preventivi del 2025 relativi a automobilisti lombardi in prima classe di merito, con veicoli di cilindrata compresa tra 1.200 e 1.400 cc e formula “guida esperta”. Il quadro che ne emerge è chiaro: al compimento degli 80 anni, il premio medio RC auto sale in modo netto.

Secondo l’indagine, gli assicurati tra gli 80 e gli 89 anni pagano in media 356 euro, circa il 10% in più rispetto ai cinquantenni e addirittura il 15% in più rispetto ai sessantenni. Gli esperti di Facile.it spiegano che il parametro che più incide nella definizione delle tariffe è la probabilità di causare un sinistro. L’esperienza accumulata negli anni aiuta, certo, ma oltre una certa età questo vantaggio tende a essere compensato dai possibili limiti fisici.

Patente oltre gli 80 anni: cosa prevede la legge

Se il portafoglio può risentirne, il Codice della Strada, invece, non mette un vero tetto massimo all’età per guidare. La patente B può essere rinnovata anche dopo gli 80 anni, purché ci si sottoponga periodicamente alle visite previste.

Il calendario dei rinnovi cambia con l’avanzare dell’età: ogni 10 anni fino ai 50, ogni 5 anni tra 51 e 70, poi ogni 3 anni fino agli 80. Superata questa soglia, il controllo diventa biennale. La visita, effettuata da un medico autorizzato o da una commissione, serve a verificare vista, udito, riflessi e idoneità generale. In presenza di patologie specifiche – come diabete, problemi cardiaci o disturbi neurologici – possono essere richiesti accertamenti aggiuntivi.

Un equilibrio sottile

La fotografia scattata dallo studio mostra un’Italia che invecchia, ma che continua a muoversi su quattro ruote.
Un equilibrio sottile tra autonomia e sicurezza, che richiede attenzione da parte di tutti: guidatori, medici, famiglie e compagnie assicurative.

Mutui: l’impatto del cambiamento climatico sulle richieste

Da un’analisi della BCE sull’impatto del cambiamento climatico sui mutui emerge come negli ultimi dodici mesi i criteri di concessione siano stati allentati per gli edifici con elevate prestazioni energetiche e irrigiditi per quelli a basse prestazioni.

Oltre al calo generalizzato dei tassi sui mutui in conseguenza dei tagli della Banca Centrale, chi acquista case di classe elevata oggi tende a ottenere prestiti più leggeri. Al contrario, comprare una casa con basse prestazioni energetiche, o in zone a rischio ambientale, piò rendere più complicato ottenere un mutuo a condizioni vantaggiose. 
Facile.it ha analizzato il quinto bollettino economico del 2025 della Banca Centrale Europea confermando che acquistare un immobile in classe energetica superiore consente di accedere a un mutuo green, quindi, di risparmiare rispetto a un mutuo tradizionale.

Prestazioni energetiche: il fattore chiave

Le banche segnalano infatti che l’impatto del cambiamento climatico sulla domanda di mutui è positivo per gli edifici con prestazioni energetiche medie ed elevate, mentre è negativo per quelli con prestazioni basse.

Gli investimenti per migliorare le prestazioni energetiche sono stati il fattore chiave per la domanda di prestiti legati al clima, sostenuta da tassi di interesse favorevoli per i finanziamenti volti ad aumentare la sostenibilità, mentre l’incertezza sulla normativa futura sul clima viene indicata come elemento frenante per la domanda di prestiti.

Tassi più alti se l’immobile è a rischio “fisico” 

C’è poi un altro elemento, che ha a che fare con le zone più esposte ai fenomeni meteorologici estremi. Il cambiamento climatico, infatti, determina un “rischio fisico” maggiore, con il conseguente inasprimento netto delle condizioni di finanziamento. La possibilità concreta che l’immobile possa subire danni, e incidere sul futuro pagamento del prestito, fa sì che i tassi aumentino.

Chi invece vuole accendere un mutuo per acquistare un immobile dalle prestazioni energetiche elevate (classe A o B), può ricorrere ai mutui green che garantiscono condizioni economiche vantaggiose e tassi di interesse più bassi.
Secondo Facile.it, per un mutuo medio standard le migliori offerte online a tasso fisso oggi partono da un Tan al 2,75%, corrispondente a una rata di 581 euro, mentre quelle a tasso variabile partono da un Tan al 2,19% e una rata di 546 euro.

Le migliori offerte per fisso e variabile

Quanto alle abitazioni con classe energetica C-G la migliore offerta fissa prevede un Tan al 2,98% (596 euro), mentre quella variabile parte da un Tan del 2,29% (552 euro). Scegliendo un mutuo a tasso fisso green si possono quindi risparmiare fino a 4.500 euro in 25 anni rispetto a un mutuo tradizionale.

Giovedì 30 ottobre la BCE ha deciso di non intervenire sui tassi. Questo significa che la rata di un finanziamento variabile standard resterà ferma sui valori attuali, ovvero intorno a 615 euro.
Anche guardando ai prossimi mesi la situazione sembra stabile. Analizzando i Futures sugli Euribor da qui a fine 2026, al netto di qualche lieve oscillazione, gli indici dovrebbero rimanere sui livelli attuali.

Digitale: l’impegno delle imprese cresce ma non è ancora abbastanza

Il livello medio di adozione delle tecnologie digitali da parte delle imprese italiane non è ancora pienamente diffuso, sebbene negli ultimi anni risulti in crescita. I dati elaborati dai PID, i Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio, sulla base dei test di autovalutazione effettuati dalle imprese, mostrano infatti un miglioramento ancora contenuto della maturità digitale. Eppure il digitale fa bene alle imprese.

Secondo l’analisi di Unioncamere e Centro studi Tagliacarne le imprese digitalizzate mostrano una produttività superiore del 12% rispetto alle altre, e una maggiore propensione all’export (+67%).
Se ne è parlato nel corso dell’incontro “Transizione digitale per le piccole imprese: strumenti e risorse disponibili”, organizzato da Unioncamere e Il Sole 24 Ore.

I PID accompagnano le aziende nei processi di cambiamento

“I PID stanno svolgendo un ruolo determinante, avendo accompagnato oltre 800.000 imprese nei processi di cambiamento attraverso l’erogazione di servizi di informazione, formazione, assessment, orientamento e mentoring – ha sottolineato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. È necessario ampliare questa linea di azione, con iniziative capaci di rendere sempre più accessibili alle imprese le nuove tecnologie, e in particolare l’Intelligenza artificiale, creando cultura e consapevolezza e soprattutto adeguati strumenti finanziari per sostenere e procedere nella rivoluzione digitale”.

Meno Apprendiste più Esperte e Specialiste

Il sistema produttivo nazionale, però, non è proprio all’abc sul 4.0. Pur restando consistente, è diminuita la quota di imprese che conoscono e utilizzano poco le soluzioni più avanzate proposte dalla digitalizzazione. Tanto che le aziende denominate Esordienti e Apprendiste sono passate dal 60,5% del 2018 al 42% del 2024.

In compenso, sono aumentate le imprese considerate Specialiste, quelle che mostrano una applicazione limitata delle tecnologie abilitanti, passate dal 29,7% al 39,1% nel medesimo arco temporale, così come le Esperte (dal 6,5% al 13,7%) e le Campione (dal 3,3% al 5,2%), le aziende, cioè, che hanno pienamente inserito le nuove tecnologie nei propri processi/prodotti o servizi.

Attacchi informatici e AI le sfide principali per le più piccole

Di sicuro, però, le imprese hanno due snodi importanti con i quali confrontarsi: la sicurezza informatica, i cui attacchi sono cresciuti del 644% tra il 2020 e il 2024, e l’adozione dell’Intelligenza artificiale, oggi limitata al 13,1% della platea imprenditoriale. 

Per questo sono utili strumenti come PID-Next, l’iniziativa nazionale diretta ad accompagnare le micro, piccole e medie imprese nei percorsi di transizione digitale.
Il progetto è promosso da Unioncamere con il supporto di Dintec, finanziato con risorse PNRR e sostenuto da fondi dell’Unione Europea – NextGenerationEU.

Luce e gas: in arrivo lo switch in 24 ore. Quale sarà l’impatto sulle bollette? 

Nel 2012, in seguito all’introduzione dello switch in 24 ore nel mercato della telefonia mobile il prezzo per le chiamate è crollato del 35% in dodici mesi. Entro la fine del 2026 anche per il settore energetico verrà introdotta questa novità: il cambio fornitore luce e gas dovrà avvenire in 24 ore.
Dal prossimo anno quindi, le abitudini di consumo e le dinamiche competitive del mercato potrebbero essere  ivoluzionate.

“Il mercato dell’energia ha caratteristiche completamente diverse da quello della telefonia e l’impatto sulle bollette sarà sicuramente inferiore”, spiegano gli esperti di Facile.it. Sebbene sia difficile prevedere l’impatto sulle bollette, Facile.it ha formulato alcune ipotesi e in base a quanto è già accaduto nel settore della telefonia mobile, e nella migliore delle ipotesi l’impatto sulle bollette potrebbe attestarsi a una riduzione compresa tra il 10% e il 15%.

Famiglie: risparmio o incremento delle tariffe?

Se così fosse, si tratterebbe di un beneficio comunque non trascurabile, e quantificabile in un risparmio che per una famiglia tipo potrebbe arrivare fino a 230 euro l’anno tra bollette luce e gas.

“Di contro – continuano gli esperti -, non bisogna sottovalutare la portata di questa novità che, paradossalmente, potrebbe portare a un aumento dei costi a carico delle società di vendita, e di conseguenza, a un incremento delle tariffe”.
Le aziende energetiche saranno chiamate a rivedere radicalmente i propri sistemi informativi, flussi e processi di gestione per adeguarsi alle nuove tempistiche.

Con le nuove regole aumenterà il tasso di cambio fornitore

Le operazioni connesse al cambio operatore sono numerose e non banali (ad esempio, la verifica del cliente, del suo merito creditizio, la presenza di bollette arretrate e insoluti ecc.) e il processo che oggi viene gestito mediamente in 45 giorni, dal 2026 dovrà essere compresso in poche ore, senza però incidere sulla qualità delle verifiche.

Questo, anche per contenere fenomeni come quello del turismo energetico e delle frodi ai danni delle compagnie, che con la nuova norma, potrebbero essere agevolati.
Senza considerare che, con le nuove regole il tasso di cambio fornitore aumenterà, un fenomeno avvenuto, ad esempio, nel mercato della telefonia mobile quando, a seguito dell’introduzione dello switch rapido, si passò dal 14% al 35% in soli due anni.

Aziende: rischio riduzione dei ricavi 

Dal punto di vista delle aziende, questo nuovo scenario potrebbe quindi essere accompagnato da una significativa riduzione dei ricavi. Si stima che fino a 7 miliardi di euro di fatturato potrebbero spostarsi tra operatori, o essere messi a rischio a causa della maggiore mobilità e competizione indotta dallo switch rapido (fonte: EconomyMagazine).
Rimane da capire come si potranno muovere i fornitori per non perdere quote di mercato, evitando il rischio che la perdita di competitività si traduca in un aumento dei prezzi.

Centri Commerciali: siti web, social, nuovi servizi digitali ridisegnano la relazione con i visitatori

Il digitale sta diventando un elemento cardine nell’evoluzione dei centri commerciali. Non più soltanto luoghi di acquisto, ma spazi multidimensionali di relazione, intrattenimento e servizi.
I centri commerciali italiani stanno infatti vivendo un percorso di trasformazione che li rende sempre più digitalizzati e connessi alle nuove abitudini dei consumatori.

Oggi i visitatori degli shopping mall sono particolarmente interessati a soluzioni omnicanale, dai programmi di loyalty (62,2%) alle offerte personalizzate cross-brand (60,6%) alla possibilità di ritirare gli acquisti nei locker (59,2%). Emerge dalla ricerca NetRetail – Centri Commerciali “Omnicanalità e Centri Commerciali, ecosistemi esperienziali multidimensionali”, realizzata da Netcomm in collaborazione con CNCC – Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali.

L’evoluzione dell’omnicanalità

Particolarmente significativa è l’evoluzione di servizi come il click&collect, disponibile nel 32% dei centri commerciali e utilizzato da quasi un terzo dei visitatori, con un impatto maggiore in alcuni target rilevanti come gli acquirenti ad alta frequenza e alto spendenti.
Questa soluzione ‘drive to store’ è prevalentemente guidata dai singoli brand, ma si registrano anche i primi esperimenti in cui il centro commerciale offre un’infrastruttura integrata e cross-brand.

Anche i locker si affermano come soluzione logistica sempre più apprezzata dai consumatori, benché ancora concentrata soprattutto nelle strutture di grandi dimensioni.
Il reso omnicanale resta invece l’anello debole dell’offerta. Un ambito da potenziare per rendere l’esperienza d’acquisto sempre più fluida e completa.

Cinque identikit dei visitatori

Sul fronte della domanda, la ricerca ha identificato cinque principali profili di acquirenti e frequentatori dei centri commerciali in Italia.
I pragmatici, che rappresentano il 26,6% dei visitatori, privilegiano l’efficienza, la velocità e la possibilità di trovare in un unico luogo ciò che serve. Gli aspirazionali, pari al 22,9%, sono attratti dalla sicurezza e dal comfort dell’ambiente, dalla presenza di brand di riferimento e dall’offerta di eventi e intrattenimento.

Seguono poi gli esperienziali, che corrispondono al 20,2% e che vivono il centro commerciale come luogo di socialità, tempo libero e shopping, e gli abitudinari (18,9%) che lo frequentano come parte della loro routine quotidiana, mossi soprattutto da convenienza economica e promozioni.
I funzionali (11,3%) scelgono invece i centri commerciali per rapidità e acquisti di beni di prima necessità.

Acquisti primo driver, ma cresce la componente leisure

L’acquisto di prodotti si conferma driver principale (46,7%), ma cresce anche il peso della componente leisure e di intrattenimento, che in un caso su tre diventa motivo determinante della visita.
Prima di recarsi in un centro commerciale i consumatori consultano in media 4,5 touchpoint digitali (Google, sito web, app e social media del centro stesso), mentre i servizi e i canali digitali offerti direttamente (possibilità di prenotare servizi online, orientamento nella ricerca del prodotto e del brand, uso della fidelity card), risultano meno utilizzati, ma sono giudicati molto influenti sulla scelta di acquisto.

Durante la permanenza, invece, il 29% dichiara di aver ritirato un ordine effettuato online e il 26% ha utilizzato strumenti digitali come totem o QR code per usufruire di sconti e promozioni.

Comunicazione digitale: uno strumento per la creazione di sostenibilità

La comunicazione digitale può e deve essere uno strumento di sostenibilità, non solo un canale di diffusione. Con l’obiettivo di promuovere pratiche comunicative che riducano l’impatto ambientale, contrastino la disinformazione e favoriscano l’inclusione digitale Fondazione per la Sostenibilità Digitale ha creato un gruppo di lavoro composto dai CCO delle aziende socie/partner della Fondazione e dai docenti universitari appartenenti al network di ricerca.
Il gruppo ha stilato il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione, ed è impegnato nella definizione di KPI specifici e finalizzati all’elaborazione di una Prassi UNI.

La rapidità della trasformazione digitale richiede infatti un impegno condiviso di aziende e istituzioni nel garantire una formazione continua degli operatori della comunicazione e degli utenti finali. È essenziale diffondere la consapevolezza della natura e delle caratteristiche degli strumenti digitali, creando così un ecosistema comunicativo sostenibile e consapevole.

Un Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione

Il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione si compone di 11 articoli che tracciano altrettante linee guida per favorire lo sviluppo di modelli comunicativi a supporto della sostenibilità. La relazione tra comunicazione digitale e sostenibilità, in coerenza con il Manifesto, è sistemica e bidirezionale.

La trasformazione digitale ridefinisce profondamente la comunicazione on-line e quella off-line, determinando cambiamenti che investono persone, società, cultura ed economia. Una visione orientata alla sostenibilità digitale della comunicazione deve partire dalla convergenza e dall’integrazione di questi due elementi.

Un motore di evoluzione

Il digitale nella comunicazione va quindi sviluppato in coerenza con gli obiettivi di sostenibilità, ma al contempo diventa esso stesso motore di sviluppo sostenibile della comunicazione, che deve essere orientata al benessere umano.

La comunicazione digitale deve superare infatti ogni forma di esclusione e garantire accessibilità equa contribuendo alla riduzione delle diseguaglianze. La centralità della persona deve essere promossa attraverso l’attenzione a contenuti e infrastrutture digitali che permettono tale comunicazione.
La digitalizzazione deve poi assicurare condizioni lavorative dignitose e sicure, tutelando il benessere psicofisico dei professionisti della comunicazione e degli utenti. Deve anche incoraggiare un uso consapevole e responsabile delle tecnologie, prevenendo dipendenze e fenomeni di isolamento sociale

Prevenire disinformazione e manipolazioni algoritmiche

Inoltre, la comunicazione digitale deve fondarsi su principi di etica e responsabilità, valorizzando le diversità sociali e culturali e favorire una società più inclusiva, equa e dinamica.
Deve altresì prevenire la disinformazione e le manipolazioni algoritmiche garantendo trasparenza sui contenuti e sui processi decisionali.

La digitalizzazione della comunicazione ovviamente deve minimizzare l’impatto ambientale legato a infrastrutture e processi, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico e alla promozione di comportamenti di uso e produzione responsabili.
Ciò implica garantire la sostenibilità della comunicazione digitale, ma anche valutare le modalità con le quali la digitalizzazione possa rendere più sostenibile la comunicazione nel complesso.

Milano Cortina 2026, per le PMI i Giochi sono un’occasione di business

Non solo sport. I Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026 promettono di lasciare un segno importante anche sul tessuto economico del Nord Italia.

Un’indagine condotta da Ipsos per Visa racconta aspettative molto positive da parte delle piccole e medie imprese delle aree coinvolte: il 95% prevede benefici per il territorio, e oltre sei aziende su dieci immaginano ricadute dirette sul proprio business.

Cosa prevedono le imprese

Le prospettive cambiano a seconda della zona. A Milano, il 71% delle PMI pensa a un aumento di visitatori italiani ed europei, con un impatto diretto sui ricavi. Nelle località montane, invece, prevale l’idea che i Giochi attireranno soprattutto turisti internazionali: l’83% delle imprese guarda con fiducia a un’occasione unica di visibilità e sviluppo.

Per Nevio Devidé, Chief Revenue Officer della Fondazione Milano Cortina 2026, questi dati sono la conferma che l’evento sarà un volano di crescita: “La ricerca ci offre uno strumento prezioso per capire come le comunità e le aziende si preparano a cogliere questa opportunità”.

Il momento di investire

Le imprese ovviamente non stanno a guardare. Quasi una su due ha già avviato o pianificato investimenti legati ai Giochi: ristrutturazioni, assunzioni, nuove strategie di marketing e, soprattutto, digitalizzazione. Il 53% di chi investe punta infatti sui sistemi di pagamento, ritenuti fondamentali per accogliere visitatori da ogni parte del mondo.

In media, le aziende hanno destinato a questo scopo circa il 14% del fatturato, con alberghi e ristorazione in prima linea.

La spinta dei pagamenti digitali

Un dato mette tutti d’accordo: non si può prescindere dai pagamenti digitali. Più del 90% delle imprese crede che i turisti li utilizzeranno in maniera massiccia, in particolare per ristoranti, trasporti e shopping.

Visa sta già lavorando con i partner per rendere più semplice l’esperienza dei visitatori. Come spiega Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia: “Abbiamo introdotto i pagamenti contactless sui trasporti pubblici a Milano, Venezia e Verona, e presto estenderemo il servizio anche alle altre aree dei Giochi”.

Uno sguardo oltre il 2026

Il trend positivo non si fermerà alla cerimonia di chiusura. Quasi la metà delle imprese pensa che i benefici dureranno a lungo: più fatturato, più margini, infrastrutture migliori e maggiore attrattività turistica.

Milano Cortina 2026, dunque, non sarà solo un evento sportivo, ma anche un’occasione per ridisegnare l’economia dei territori che lo ospiteranno. 

Quando l’intelligenza artificiale incontra la cucina

Chi l’avrebbe mai detto che l’IA avrebbe cucinato per noi? Non è più solo un tema di business, automazione domestica o studio accademico: l’intelligenza artificiale sta entrando anche in cucina, conquistando uno spazio inaspettato ma sempre più rilevante nella vita quotidiana.

Un’indagine condotta da AEG, marchio premium del gruppo Electrolux, durante il Fuorisalone di Milano, ha raccolto le opinioni di circa 600 visitatori. Il risultato? Sorprendente: quasi tre quarti degli intervistati (73,68%) vedono l’AI come una risorsa fondamentale per la cucina del futuro, purché in armonia con la tradizione gastronomica italiana.

I forni intelligenti piacciono già

Ma quali sono gli aspetti che incuriosiscono di più gli italiani? Quali momenti della preparazione culinaria affiderebbero all’IA? Vince a mani basse il forno, considerato lo strumento più strategico per chi ama sperimentare piatti complessi. Ben il 90% del campione si è detto interessato a soluzioni che integrano l’AI: il 43,63% in modo marcato, il 46,86% con curiosità più moderata.

Ma quali funzioni attraggono di più? In cima alle preferenze ci sono i suggerimenti di ricette calibrati sugli ingredienti disponibili (36,33%), seguiti dal controllo della cottura tramite app (28,52%) e dall’adattamento automatico di tempi e temperature (26,99%).

Supporto sì, sostituzione no

Dalla ricerca emerge un orientamento chiaro: l’AI è vista come un aiuto prezioso, non come un sostituto del cuoco. Solo il 31,92% degli intervistati si affiderebbe senza esitazioni a un forno che gestisce in autonomia tutte le fasi di cottura, mentre la maggioranza (59,76%) preferisce mantenere un ruolo attivo.

Molti apprezzano invece la possibilità di migliorare le proprie ricette grazie a un’assistenza intelligente, indicazione condivisa dal 59,93% del campione.

Le soluzioni proposte 

Per rispondere a queste aspettative, AEG ha già introdotto funzionalità innovative. Tra le più apprezzate c’è AI TasteAssist: caricando una ricetta tramite app, il forno ne perfeziona impostazioni e modalità, suggerendo quando sfruttare anche la cottura a vapore, utile per preservare gusto e valori nutrizionali. L’utente non deve imparare complesse impostazioni, perché il sistema elabora tutto in autonomia e si affina nel tempo.

Accanto a questa novità c’è CookSmart Touch, un’interfaccia intuitiva che, grazie a un display di ultima generazione, rende semplice l’accesso a programmi e consigli personalizzati. Una tecnologia pensata per adattarsi alle esigenze di chi cucina, con modelli disponibili in diverse varianti sia per il retail tradizionale sia per quello dedicato alle cucine componibili.

Il futuro è ai fornelli

L’indagine conferma che gli italiani sono pronti ad accogliere l’intelligenza artificiale anche tra i fornelli, purché resti un alleato e non un sostituto. AEG sembra aver colto il messaggio: innovazione sì, ma sempre al servizio della creatività e del piacere di cucinare.