Tra decoupling e integrazione: come il confronto USA‑Cina rimodella le opportunità per l’economia italiana

Negli ultimi anni il confronto strategico tra Stati Uniti e Cina ha spinto governi e imprese a ripensare le catene globali del valore. Tra misure commerciali mirate, controlli alle esportazioni di tecnologia e incentivi per il reshoring, sta emergendo uno scenario in cui decoupling e integrazione coesistono: non una semplice rottura definitiva, ma una riorganizzazione selettiva delle relazioni economiche. Per l’Italia, sistema produttivo fortemente esposto ai flussi internazionali, la nuova configurazione presenta rischi concreti ma anche opportunità per riposizionare settori chiave e attrarre investimenti strategici.

Introduzione: contesto e driver del cambiamento

Il decoupling, inteso come riduzione della dipendenza tecnologica e produttiva tra grandi blocchi geopolitici, è stato alimentato da due fattori principali: la crescente diffusione di restrizioni all’export di tecnologie sensibili e le politiche industriali orientate a rafforzare la sovranità produttiva. Contemporaneamente, la digitalizzazione e la transizione ecologica creano nuove catene di valore che spesso richiedono prossimità geografica e competenze specializzate. In questo contesto, l’Italia—con la sua rete di piccole e medie imprese, un capitale umano specializzato in manifattura di alta precisione e un forte posizionamento nei beni di consumo premium—si trova di fronte a una scelta strategica: adattarsi come piattaforma europea di nearshoring o rischiare l’erosione di mercati chiave.

Analisi: dati, settori e casi esemplari

Le dinamiche in atto non sono omogenee: alcuni settori sono più esposti alle tensioni geopolitiche, altri possono beneficiarne. L’elettronica avanzata e i semiconduttori sono al centro delle politiche restrittive: Paesi e imprese stanno investendo per ridurre la dipendenza dall’Asia orientale, creando opportunità per impianti e fornitori europei. In Italia, aziende specializzate in chip packaging e microelettronica stanno ampliando la capacità produttiva grazie anche a incentivi nazionali ed europei. Parallelamente, l’automotive e la meccatronica vedono cambiamenti nelle supply chain: la transizione verso i veicoli elettrici richiede componenti ad alta tecnologia e materie prime critiche, spostando il baricentro degli acquisti verso fornitori con capacità di garantire sostenibilità e tracciabilità.

Un altro ambito rilevante è il lusso e l’agroalimentare, settori in cui l’Italia mantiene un vantaggio competitivo basato su qualità, design e filiere consolidate. Qui il rischio di sostituzione è basso, ma le tensioni globali possono incidere sui costi logistici e sulla domanda esterna. Alcune imprese italiane hanno già risposto diversificando mercati di sbocco e investendo in digital export e logistica integrata. Inoltre, il fenomeno del nearshoring verso l’Europa sud-orientale e il bacino del Mediterraneo può favorire l’Italia come hub logistico e di servizio: porti come Genova, Trieste e Napoli sono strategici per il riposizionamento dei flussi commerciali.

Implicazioni future

Per le imprese italiane le mosse vincenti saranno tre: diversificare le forniture e i mercati, investire in competenze digitali e tecnologiche, e partecipare in modo attivo alle iniziative europee di politica industriale e finanziaria. Il governo e le autorità locali dovranno facilitare questa transizione tramite incentivi mirati, semplificazione normativa e programmi di formazione per colmare il gap di competenze specialistiche. Sul fronte degli investimenti esteri, l’Italia può promuovere la sua rete di PMI come fornitrici di eccellenza per filiere critiche europee, puntando su sostenibilità, qualità e capacità di innovazione.

Infine, il rischio più grande sarebbe adottare una logica difensiva e frammentata. La strategia ottimale combina resilienza e apertura: rafforzare le capacità interne laddove necessario, senza rinunciare a relazioni commerciali multilaterali che restano vitali per un’economia come quella italiana. Se saprà interpretare i segnali del decoupling come momento di riposizionamento e non di isolazionismo, l’Italia potrà trasformare la complessità geopolitica in leva per modernizzare il proprio modello produttivo e consolidare la propria presenza nelle catene del valore europee e globali.

Parole chiave: decoupling USA-Cina, economia italiana, catene del valore, nearshoring, export italiano, politica industriale.

Rialzo dei tassi e fragilità delle famiglie: come cambia la struttura finanziaria in Italia

La ripresa economica post-pandemia ha messo in luce una trasformazione profonda nella struttura finanziaria delle famiglie italiane. Dopo anni di bassi tassi e politiche monetarie accomodanti, l’inasprimento delle condizioni finanziarie internazionali ha riallineato rischi e opportunità: risparmi accumulati, mutui a tasso variabile, spesa per interessi e portafogli di investimenti stanno cambiando volto. Questo articolo esamina il contesto, porta esempi concreti e prova a delineare le possibili implicazioni future per consumatori, istituzioni finanziarie e policy maker.

Introduzione: contesto e dinamiche recenti
La pandemia aveva spinto il tasso di risparmio delle famiglie italiane verso picchi raramente visti, alimentato da restrizioni alla spesa e sussidi pubblici. Con il rialzo dei tassi deciso dalle banche centrali per contrastare l’inflazione, il costo del credito è aumentato rapidamente. Le famiglie che avevano sottoscritto mutui a tasso variabile o rinegoziato prestiti a condizioni favorevoli si trovano ora ad affrontare rate più alte; allo stesso tempo, rendimenti sugli strumenti di risparmio tradizionali hanno iniziato a migliorare, offrendo nuove alternative all’investimento liquido.

Analisi: dati, segmenti e casi esemplificativi
Il profilo finanziario delle famiglie italiane mostra alcuni tratti distintivi: un’alta propensione alla liquidità (conti correnti e depositi), una quota non trascurabile di patrimonio immobiliare e un livello di indebitamento che, in media, resta più contenuto rispetto ad altri paesi europei. Tuttavia, la distribuzione del rischio è eterogenea. Giovani coppie in città che hanno acceso mutui negli ultimi anni con durata lunga e tasso variabile registrano incrementi significativi della rata mensile: anche un punto percentuale in più può tradursi in centinaia di euro aggiuntivi sul budget familiare.

Un esempio pratico: una famiglia media che alla firma del mutuo aveva un tasso dell’1% e un piano ventennale può vedere la rata aumentare sensibilmente se il tasso di riferimento sale di più punti. Al contrario, chi ha preferito mutui a tasso fisso nei periodi recenti ha goduto di protezione, seppur pagando uno spread iniziale più elevato. Le scelte di diversificazione sono dunque cruciali: portafogli di investimento con esposizione azionaria hanno subito volatilità, mentre obbligazioni e depositi cominciano a offrire rendimenti più interessanti, rendendo possibile una rotazione verso strumenti meno rischiosi per alcuni risparmiatori.

Impatti settoriali e territoriali
L’impatto non è uniforme: regioni con alto valore immobiliare e maggior accesso al credito mostrano tensioni diverse rispetto a territori con risparmio tradizionalmente più elevato. I piccoli commercianti e le famiglie con redditi da lavoro autonomo, spesso esposte a cicli più volatili di fatturato, possono trovarsi a dover tagliare consumi o ricorrere a moratorie e rinegoziazioni. Allo stesso tempo, istituti di credito e assicurazioni stanno ricalibrando prodotti: crescono offerte di mutui a tasso misto, polizze che proteggono il reddito e strumenti di risparmio con rendimenti indicizzati all’inflazione.

Politiche e ruolo delle istituzioni
Per i policy maker il tema chiave è bilanciare stabilità finanziaria e supporto alla domanda. Misure mirate possono includere incentivi alla ristrutturazione del debito per famiglie vulnerabili, programmi di educazione finanziaria per migliorare la comprensione dei rischi di tasso e promozione di prodotti trasparenti. Le banche, dal canto loro, devono rafforzare i processi di valutazione del rischio e offrire consulenza per strategie di copertura adeguate al profilo del cliente.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni
Nel medio termine, la struttura finanziaria delle famiglie italiane tenderà a una maggiore prudenza, con potenziale aumento della domanda di prodotti a rendimento reale e minore esposizione ad asset altamente volatili. Se i tassi dovessero stabilizzarsi a livelli più alti rispetto al passato recente, ci si può attendere una lenta normalizzazione dei prezzi immobiliari in zone dove la domanda è sensibile al costo del credito. Per le famiglie, raccomandazioni pratiche includono la verifica periodica delle condizioni dei finanziamenti, la diversificazione degli strumenti di risparmio e l’attenzione alla gestione del debito a breve termine.

Conclusione: verso una nuova cultura finanziaria
La transizione in corso rappresenta anche un’opportunità: educare all’uso consapevole del credito e a strategie di risparmio più sofisticate può rafforzare la resilienza delle famiglie italiane. In un contesto globale in evoluzione, la capacità di adattamento di consumatori e istituzioni sarà fondamentale per trasformare i rischi attuali in basi solide per crescita sostenibile e stabilità futura.

PMI italiane e transizione verde: tra sfide, incentivi e opportunità di crescita

La transizione verde non è più una scelta etica o di nicchia: è una leva competitiva e di resilienza per le piccole e medie imprese italiane. Convinte a lungo che innovazione e sostenibilità fossero un lusso appannaggio delle grandi imprese, molte PMI stanno oggi rivalutando modelli produttivi, filiere e investimenti per rispondere a normative più stringenti, richieste dei clienti e opportunità di mercato.

Negli ultimi anni il contesto è cambiato rapidamente. A livello europeo e nazionale si sono intensificati gli incentivi per efficienza energetica, economia circolare e digitalizzazione; dalla politica industriale arrivano fondi e misure fiscali pensati per sostenere la trasformazione. Allo stesso tempo, pressioni dai buyer internazionali e aspettative dei consumatori favoriscono prodotti tracciabili e a basso impatto ambientale. Per l’Italia — dove le PMI rappresentano oltre il 99% delle imprese e occupano circa i due terzi della forza lavoro — il successo della transizione verde è dunque cruciale per la competitività complessiva del sistema produttivo.

Analisi e dati: quali ostacoli e dove investire
Le imprese italiane si confrontano con barriere concrete: accesso al credito per investimenti green, competenze tecniche limitate, frammentazione della domanda e costi iniziali elevati. Tuttavia, i dati sulle opportunità non mancano. Incentivi come l’ecobonus, il superbonus per alcune categorie (con limiti e revisioni nel tempo), i contributi per il rinnovo tecnologico e le misure legate alla transizione 4.0 hanno reso più appetibili interventi su efficienza energetica, coibentazione degli stabilimenti, impianti fotovoltaici e processi produttivi meno energivori. Inoltre, programmi pubblici e fondi europei hanno aumentato la disponibilità di risorse per progetti innovativi legati all’economia circolare.

Esempi concreti rendono più chiaro il quadro. In Toscana, alcune aziende tessili familiari hanno iniziato a investire in sistemi di trattamento e recupero degli scarti tessili e in filiere locali per fibre rigenerate: riducendo i costi di approvvigionamento e rafforzando la narrativa di sostenibilità verso i brand acquirenti. In Emilia-Romagna, officine meccaniche di piccola-media dimensione hanno adottato sistemi di monitoraggio energetico e macchine a maggior efficienza, abbattendo consumi e migliorando i tempi di produzione grazie all’integrazione con strumenti digitali. Questi interventi hanno spesso richiesto un mix di finanziamento bancario, credito d’imposta e contributi a fondo perduto per ammortizzare il periodo iniziale di investimento.

Implicazioni per la competitività e il lavoro
La transizione verde porta con sé una doppia sfida: tecnologica e sociale. Da un lato, le imprese che investono in tecnologie pulite possono ridurre costi operativi, accedere a nuovi mercati e fidelizzare clientela attenta alla sostenibilità. Dall’altro lato, c’è il rischio di una polarizzazione: chi non è in grado di sostenere gli investimenti rischia di perdere quota di mercato. Per mitigare questo rischio servono strumenti che favoriscano l’accesso al credito, programmi di formazione per colmare il gap di competenze e reti di cooperazione tra imprese per condividere costi e conoscenze.

Per il mercato del lavoro, la transizione giocherà un ruolo dirompente: nasceranno nuove figure professionali (esperti in efficienza energetica, tecnici per l’economia circolare, data analyst nei processi produttivi), ma sarà necessario riconvertire capacità esistenti con programmi di formazione continua e formazione professionale mirata. Le politiche pubbliche e gli enti locali possono facilitare il processo creando percorsi integrati tra università, centri di ricerca e distretti industriali locali.

Prospettive future e raccomandazioni pratiche
Nel prossimo quinquennio la transizione verde nelle PMI italiane si giocherà su tre fronti: capacità di finanziamento a condizioni sostenibili; diffusione di competenze tecniche e manageriali; creazione di reti territoriali per progetti condivisi. Le imprese dovrebbero valutare un piano d’azione graduale: audit energetico, interventi a breve termine con rapido payback (come l’illuminazione LED e l’isolamento), e progetti più strutturali finanziati con mix pubblico-privato. Le istituzioni devono continuare a promuovere strumenti di de-risking per il credito e facilitare bandi mirati per la piccola impresa.

In sintesi, per le PMI italiane la transizione verde è un’opportunità strategica che richiede però scelte strutturate e il supporto di un ecosistema pubblico-privato coeso. Chi saprà governare questo passaggio non solo ridurrà l’impatto ambientale, ma potrà rilanciare competitività, occupazione e valore di lungo periodo nel sistema economico nazionale.

La nuova frammentazione del commercio globale: rischi e opportunità per le catene del valore

Negli ultimi anni il commercio internazionale ha avviato una fase di riorganizzazione profonda: non più solo integrazione crescente, ma anche frammentazione e regionalizzazione delle filiere. Tra pressioni geopolitiche, shock energetici, politiche industriali nazionali e spinte verso il near‑shoring, le catene del valore globali si rimodellano. Per imprese e decisori politici questa transizione produce rischi concreti ma anche opportunità strategiche se affrontata con progetti mirati e investimenti in resilienza.

Contesto: dal boom alla normalizzazione

Dopo il forte rimbalzo degli scambi post‑pandemia, che nel 2021 aveva registrato incrementi a doppia cifra, la crescita del commercio mondiale si è stabilizzata a ritmi più contenuti. A questo si sono sommate tensioni geopolitiche che hanno spinto molti Paesi a riconsiderare la dipendenza da fornitori strategici, in particolare nel settore energetico, dell’elettronica e dei semiconduttori. Al contempo, l’inasprirsi delle politiche industriali nazionali — incentivi per la produzione locale, controlli sugli investimenti esteri e misure di sostegno settoriale — ha accelerato i processi di diversificazione delle catene di fornitura.

Analisi: cosa sta cambiando nelle filiere

1) Regionalizzazione delle relazioni commerciali: molte imprese stanno spostando parte degli approvvigionamenti verso fornitori più vicini geograficamente. Questo modello riduce i tempi di consegna e i rischi logistici, ma può aumentare i costi unitari. Per settori ad alta intensità di capitale, come semiconduttori e farmaceutica, gli incentivi pubblici per la produzione locale stanno rendendo più conveniente riportare attività strategiche all’interno di regioni politicamente affini.

2) Diversificazione e stock di sicurezza: la lezione della pandemia e delle interruzioni logistiche è stata chiara: affidarsi a un singolo fornitore estero espone a shock sistemici. Così molte imprese hanno introdotto piani di multi‑sourcing e aumentato livelli di scorte critiche. Questo migliora la resilienza ma impatta sulla produttività e sul capitale circolante.

3) Finanza e investimenti: con un contesto di tassi più elevati rispetto all’ultimo decennio, il costo del capitale influenza le decisioni di reshoring e automazione. I governi rispondono con meccanismi di co‑finanziamento, crediti di imposta e fondi per la digitalizzazione delle PMI, cercando di compensare il maggior onere finanziario delle riconversioni produttive.

Esempi concreti: micro‑evidenze da settori chiave

Nel settore automotive, la spinta verso l’elettrico ha già modificato forniture e catene: componenti tradizionali della filiera interna combustione vengono sostituiti da nuovi fornitori di batterie e software, spingendo accordi cross‑border ma anche investimenti produttivi localizzati. Nell’elettronica, progetti strategici per la produzione di chip in specifiche regioni mostrano come l’alta specializzazione possa accompagnarsi a forme di protezionismo mirato. Per l’Italia, settori come la meccanica strumentale, la moda e l’agroalimentare restano altamente esposti alla domanda estera; la frammentazione del commercio impone loro strategie di penetrazione più flessibili e una forte attenzione alla qualità e al valore aggiunto.

Implicazioni future: politiche e scelte aziendali

Per i decisori pubblici: è essenziale combinare misure di sostegno a breve termine (incentivi per la reindustrializzazione, accesso al credito) con politiche strutturali: formazione per competenze digitali e tecniche, investimenti in infrastrutture logistiche e regolazione che favorisca scambi equi. La sfida sarà bilanciare la necessità di sicurezza strategica con i vantaggi del commercio aperto.

Per le imprese: la priorità sarà costruire resilienza operativa senza rinunciare alla competitività. Strumenti chiave includono: digitalizzazione dei processi di procurement, valutazione continua del rischio dei fornitori, cooperazione in cluster regionali per beneficiare di economie di scala e investimenti in automazione per mitigare i maggiori costi del lavoro localizzato.

Infine, per gli investitori e gli operatori finanziari, la nuova frammentazione crea opportunità in settori legati alla logistica, all’automazione, alle energie rinnovabili e alla cybersecurity delle supply chain. Allocare capitale verso soluzioni che aumentano trasparenza, tracciabilità e resilienza delle filiere offrirà rendimento e impatto strategico nel lungo periodo.

Conclusione

La frammentazione del commercio globale non significa ritorno a un mondo chiuso, ma una ri‑configurazione delle regole del gioco: scelte geopolitiche, tecnologie e politiche industriali plasmano nuove mappe delle filiere. Per l’Italia e per le imprese europee la sfida è trasformare i rischi in leva competitiva: adottando strategie di diversificazione, puntando su innovazione e formazione, e sfruttando strumenti pubblici per accompagnare la transizione verso catene del valore più resilienti e sostenibili.

L’intelligenza artificiale tra musica e cinema: l’allarme dell’Unesco 

L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui fruiamo e creiamo cultura, ma non senza conseguenze per chi lavora davvero con l’arte. Secondo l’ultimo rapporto dell’Unesco, entro il 2028 i creatori musicali potrebbero perdere fino al 24% del fatturato e quelli audiovisivi il 21%, con un impatto complessivo che sfiora gli 8,5 miliardi di euro l’anno.

Numeri enormi, che spiegano le preoccupazioni concrete per artisti e professionisti del settore.

Quando la musica viene dai robot

Non è fantascienza: alcune canzoni generate dagli algoritmi hanno già raggiunto le classifiche di Spotify e Billboard. Uno studio di Deezer mostra che ogni giorno vengono scaricate oltre 50.000 tracce prodotte da intelligenze artificiali, e per molti ascoltatori è difficile distinguere la musica artificiale da quella umana.
È un dato: l’IA sta entrando nel cuore della fruizione culturale.

I rischi per chi crea

Secondo l’Unesco, l’IA porta con sé anche rischi: può sostituire il lavoro umano, usare materiali protetti da copyright senza autorizzazione e ridurre la diversità culturale e linguistica. Inoltre, la digitalizzazione dei guadagni ha cambiato il mercato: oggi il 35% dei ricavi dei creatori arriva dal digitale, contro il 17% del 2018.

Più soldi online significano più esposizione e più instabilità, soprattutto per chi dipende da queste entrate per vivere.

Contenuti “imitativi” e qualità variabile

Il rapporto mette in luce un’altra questione: i contenuti prodotti quasi interamente dall’IA tendono a imitare stili già esistenti e hanno una qualità che va da bassa a media.

L’innovazione c’è, certo, ma non sostituisce la profondità creativa di un artista umano. Il rischio, riporta Ansa, è che il pubblico si abitui a prodotti standardizzati, a scapito dell’originalità e del talento.

Serve una governance chiara

Con finanziamenti pubblici alla cultura ancora sotto lo 0,6% del Pil globale, l’Unesco chiede regole chiare per l’uso dell’IA in ambito culturale. Proteggere i diritti d’autore, sostenere l’innovazione e investire nelle infrastrutture digitali diventa fondamentale per garantire uno sviluppo etico e sostenibile.

L’obiettivo è riuscire a sfruttare le potenzialità dell’intelligenza artificiale senza sacrificare la creatività, la diversità e i guadagni di chi dedica la vita all’arte.

EY Tax & Finance Operations: l’88% delle aziende italiane rivede il proprio modello operativo

Secondo la nuova edizione della survey EY Tax and Finance Operations 2025, per effetto delle tensioni geopolitiche l’88% delle aziende italiane sta apportando cambiamenti significativi alle proprie operation. Una quota superiore rispetto all’81% del dato globale e in crescita del 63% sul 2024.

Per rispondere a un contesto caratterizzato da cambiamenti non lineari, rapidi e interconnessi, le imprese accelerano la trasformazione dei modelli fiscali e finanziari. L’88% considera infatti dati, AI e tecnologia come priorità assolute per la funzione fiscale e finanziaria, superando di due punti la media globale (86%).
Tuttavia, solo una quota minoritaria si ritiene pronta a sfruttarne pienamente il potenziale.

Non tutte le imprese sono pronte per l’AI nelle funzioni fiscali e finanziarie

L’ostacolo principale è la difficoltà nel definire ed eseguire una strategia sostenibile in materia di dati e tecnologia (64%). Infatti, se l’adozione dell’AI incide soprattutto sulla gestione dati, l’automazione dei processi e gli analytics avanzati, le aziende non si considerano abbastanza preparate a sviluppare e implementare agenti AI nelle funzioni fiscali e finanziarie (54%, 61% globale).
Solo il 5% dichiara un elevato livello di fiducia nella propria strategia tecnologica (17% globale).

Il valore dell’AI è strettamente legato alla qualità dei dati che la alimentano, ma solo il 16% dei responsabili fiscali si dichiara molto sicuro nella gestione dei dati. E il 38% ritiene che la propria strategia sia allineata a quella aziendale complessiva.

A caccia di talenti con competenze innovative 

Al contrario, le organizzazioni più avanzate adottano modelli basati su dati centralizzati, accessibili e integrati, condizione necessaria per supportare l’AI e superare le principali barriere all’innovazione tecnologica.
Quanto alle competenze digitali, il 98% delle aziende le considera fondamentali per i professionisti fiscali del futuro, un valore superiore alla media globale. Tra le competenze ritenute più rilevanti figurano le capacità tecniche fiscali, il pensiero critico e strategico e il problem solving.

La riduzione dei nuovi ingressi nel settore rappresenta però un elemento di rischio. Per fronteggiare questa dinamica, il 70% delle imprese, in aumento rispetto all’anno precedente, investe in programmi di formazione interna e nell’assunzione di nuovi talenti con competenze innovative.

Co-sourcing e sfide normative

Secondo la survey, oggi il personale fiscale interno dedica il 53% del tempo ad attività operative, mentre solo il 16% su attività a maggiore specializzazione.
I leader del settore auspicano un riequilibrio, ovvero, ridurre al 21% il tempo dedicato ai compiti ricorrenti e aumentare al 34% quello destinato alle attività strategiche.

La principale sfida normativa? Si conferma BEPS 2.0, con l’85% delle aziende che indica la compliance con le regole Pillar Two come priorità (vs 81% globale).
Solo l’8% si dichiara però molto preparato a rispettare i nuovi requisiti di reporting (vs 21% globale), mentre l’88% ha già visto aumentare il proprio carico fiscale a causa di BEPS 2.0 (vs 85% globale).
Inoltre, il 58% sta collaborando con provider esterni e il 68% prevede di divulgare volontariamente il totale delle tasse pagate. Una quota più del doppio rispetto al 2023 (37%) ma meno della media globale (80%).

Over 55: la pubblicità efficace a misura di Silver

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque lavori nella comunicazione: oltre la metà delle persone sopra i 55 anni preferisce una pubblicità realistica, ma comunque piacevole. Niente caricature, niente forzature giovanilistiche. Allo stesso tempo, quasi un terzo apprezza rappresentazioni ancora più dirette, senza filtri, quasi spigolose. È quanto emerge da una recente ricerca Eumetra, e basta questo per smontare una vecchia abitudine: pensare ai Silver come a un blocco unico, prevedibile, facile da incasellare.

La verità è che non esiste “il” pubblico Silver. Esistono storie, stili di vita, aspettative molto diverse tra loro. Ed è proprio qui che la pubblicità spesso inciampa.

Quando non ci riconosciamo nello specchio pubblicitario

Il punto non riguarda solo l’età. Riguarda il modo in cui le persone vengono raccontate. Secondo Eumetra, il 79% degli intervistati non si riconosce nella rappresentazione pubblicitaria del proprio genere. La percentuale sale all’81% quando si parla di età. Una distanza che diventa ancora più evidente agli estremi: da un lato la Gen Z, che rifiuta etichette fisse; dall’altro i Boomer, stanchi di immagini che li dipingono come fuori dal tempo.

Questa frattura genera una certa diffidenza, ma apre anche a nuove interpretazioni. Il 73% delle persone chiede più inclusione e rappresentazioni oneste. Un segnale chiaro per i brand disposti ad ascoltare.

Chi sono davvero i Silver di oggi (e di domani)

Definire il target 55+ solo in base all’anagrafe non va bene e, soprattutto, non funziona.  I Silver di oggi sono più longevi, informati, digitali. Prendono decisioni economiche importanti, gestiscono patrimoni, influenzano scelte familiari e consumi. E quelli di domani arriveranno a questa fase della vita con un bagaglio culturale ancora più complesso, figlio di percorsi professionali e personali meno lineari.

Per le aziende questo significa una cosa semplice, ma scomoda: non basta adattare il tono. Serve ripensare il rapporto con questo pubblico.

Stereotipi o fiducia: la scelta dei brand

Due terzi delle persone dichiarano di fidarsi di più dei brand che evitano i luoghi comuni. Ma gli stereotipi ci sono ancora, dalla cosmetica ai servizi finanziari. Il risultato sono messaggi che non creano legami.

Al contrario, le campagne che raccontano la realtà con rispetto e intelligenza costruiscono valore, soprattutto con i Silver, per i quali sentirsi rappresentati è diventato un fattore decisivo.

L’Osservatorio Silver Longevity come “faro”

In questo scenario si inserisce l’Osservatorio Silver Longevity di Eumetra, pensato come strumento concreto per marketing e comunicazione.
Non solo dati, ma chiavi di lettura per comprendere consumi, aspettative e futuro della longevity economy. Perché oggi il vero vantaggio competitivo non è parlare ai Silver. È imparare, finalmente, ad ascoltarli.

RC auto: come risparmiare senza tentare di ridurre il costo… a tutti i costi

A dicembre 2025 il premio medio RC auto è salito a 629,24 euro, +1,51% rispetto a 6 mesi fa, quando era pari a 619,90 euro.
Ma è possibile risparmiare? E quanto? Facile.it ha messo a punto un vademecum per scoprire come risparmiare, ma senza inseguire una riduzione di costo a tutti i costi.

Le prime voci dell’Rc auto a cui prestare attenzione sono massimale, franchigia ed esclusioni o rivalsa, ovvero, i casi esplicitamente esclusi dal rimborso o quelli che in qualche modo invalidano la polizza.
È bene sapere che abbassando il massimale o accettando una franchigia più alta si potrebbe ottenere una riduzione sul premio. Ma occhio che il primo non diventi troppo basso e la seconda troppo alta. 

Abbassare il premio scegliendo guida esperta o esclusiva. Ma attenzione alle “esclusioni”

Se tutti coloro che guidano l’auto di proprietà hanno più di 26 anni si può scegliere l’opzione guida esperta, che fa ridurre il premio considerevolmente.
Attenzione però, se l’incidente è causato da qualcuno che siede al volante della nostra auto e ha meno di 26 anni, l’assicurazione potrà esercitare appunto il cosiddetto diritto di rivalsa, chiedendo all’assicurato il risarcimento degli importi liquidati.

Se invece siamo gli unici a guidare il veicolo che vogliamo assicurare possiamo scegliere di assicurarlo nella modalità guida esclusiva.
Come per la guida esperta, anche in questo caso il premio si riduce, ma l’assicurazione non paga se non siamo noi al volante al momento del sinistro. 

Come assicurarsi la migliore Classe di Merito 

Volendo, all’Rc standard possiamo affiancare altre garanzie accessorie, spesso molto utili, altre volte foriere di inutili esborsi.
Ad esempio, se ha senso assicurare contro il furto un veicolo nuovo o comunque con meno di 5 anni lo stesso non vale se il veicolo è con noi da più di un lustro.
In caso di furto, infatti, quello che viene restituito è il valore di listino del veicolo in quel momento in base all’anno della sua prima immatricolazione.

Considerare poi che la Legge Bersani permette di assicurare un nuovo veicolo usufruendo della migliore Classe di Merito (CU) (Bonus/Malus) di un familiare convivente consentendo risparmi significativi, specialmente per neopatentati, partendo da una classe più vantaggiosa anziché dalla 14.

La tariffa più conveniente è quella “confrontata”

Se un tempo si rimaneva “fedeli” alla stessa compagnia per decenni, oggi gli italiani hanno capito che è bene verificare l’esistenza anche di altre offerte e tariffe più adatte alle proprie esigenze.

Capita però che alcune compagnie facciano promozioni per attirare clienti o bilanciare periodi meno attivi.
Considerando che le nuove tariffe, di solito, vengono pubblicate il 1° di ogni mese, verificare i premi 30/45 giorni prima della data di rinnovo della polizza. Ciò consente di ottenere ottimi preventivi, che una volta salvati verranno riconosciuti validi anche se la polizza verrà sottoscritta in un momento diverso. 

Prezzi al consumo e inflazione in salita a dicembre 2025

Nella media del 2025 i prezzi al consumo in Italia risultano cresciuti e in accelerazione rispetto all’anno precedente. Così è anche su base mensile. Secondo le stime preliminari dell’Istat l’aumento previsto a dicembre per l’indice NIC è dello 0,2%. E se nel 2025 l’inflazione di fondo si ferma a +1,9%, a dicembre 2025 sale a +1,2%, tornando al livello di ottobre.

Sull’andamento dell’inflazione nella media annua pesa la dinamica dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+16,2% da -0,2% del 2024) e quella dei Beni alimentari non lavorati (+3,4% da +2,3%).

Media annua per indice NIC +1,5%

Sempre secondo le stime preliminari, nel mese di dicembre 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento del +0,2% su base mensile e del +1,2% su base annua (dal +1,1% del mese precedente).

In media, nel 2025, i prezzi al consumo registrano una crescita dell’1,5% (+1,0% nel 2024). L’inflazione al netto degli energetici e degli alimentari freschi (inflazione di fondo) e quella al netto dei soli energetici mostrano un aumento medio annuo rispettivamente dell’1,9% (+2,0% nell’anno precedente) e del 2,0% (+2,1% nel 2024).

Servizi di trasporti e alimenti non lavorati pesano su inflazione

La lieve accelerazione dell’inflazione osservata a dicembre è dovuta principalmente alla crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,9% a +2,6%), degli Alimentari non lavorati (da +1,1% a +2,3%) e lavorati (da +2,1% a +2,6%), in parte attenuata dalla diminuzione di quelli degli Energetici regolamentati (da -3,2% a -5,3%) e dal rallentamento dei prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,0% a +2,7%).

Nel mese di dicembre l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +1,7% a +1,8%, come quella al netto dei soli beni energetici, che passa da +1,7% a +1,9%.
Si accentua poi il ritmo di crescita su base annua dei prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +1,5% a +2,2%) e dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,0% a +2,2%).

Indice IPCA: +1,7% nel 2025

L’aumento congiunturale dell’indice generale riflette, per lo più, la crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+3,1% anche per fattori stagionali) e degli Alimentari non lavorati (+0,4%).
Gli effetti di questi aumenti sono stati solo in parte compensati dalla diminuzione dei prezzi di altri aggregati, tra cui quello degli Energetici regolamentati (-0,6%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,4%).

In base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione su base mensile pari a +0,2% e del +1,2% su base annua (in accelerazione da +1,1% di novembre).
Nella media del 2025, la variazione tendenziale dell’indice armonizzato è pari a +1,7% (+1,1% nel 2024).

Sistema Integrato delle Comunicazioni: in Italia vale 20,4 miliardi, 0,95% del PIL

Il valore economico complessivo del Sistema Integrato delle Comunicazioni (Sic) per l’anno 2023 è stimato in 20,4 miliardi di euro, pari allo 0,95% del Pil. Lo ha accertato l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni nella seduta del 17 dicembre. 

Si conferma la rilevanza della pubblicità online, che con 7 miliardi di euro (34,7% del Sic) e una crescita del 12,2%, amplia ulteriormente il divario rispetto alla raccolta pubblicitaria sui mezzi tradizionali, stabile a circa 5 miliardi (24,6% del Sic).
Quanto alla distribuzione delle risorse tra i diversi operatori, nel provvedimento l’Autorità ha dato evidenza di coloro che hanno conseguito ricavi almeno pari all’1% del totale. A quanto è emerso, nessuno degli operatori realizza ricavi superiori alla soglia del 20%.

Si riduce il divario tra primo e secondo operatore, Rai e Alphabet/Google

I primi due operatori si attestano su valori superiori al 10%, gli operatori che superano la soglia dell’8%, pur rimanendo sotto al 10%, sono tre, uno in più rispetto al 2022.
I soggetti con quote almeno pari all’1% restano dodici, gli stessi del 2022, pur con alcuni avvicendamenti nelle posizioni, e rappresentano congiuntamente il 69,3% delle risorse complessive.

Rai mantiene la prima posizione, con una quota del 12,3% (-0,7%) e Alphabet/Google conferma il secondo posto(11,8%, +0,4%), con una riduzione del divario tra primo e secondo operatore.
Seguono, il gruppo Fininvest (9,4%, -0,4%) e Comcast/Sky (9,2%, -0,75%).

Prevalgono i servizi audiovisivi e radiofonici

Tra gli altri, si riscontra la rilevanza delle piattaforme online che vedono crescere il proprio peso sul totale delle risorse, con Meta/Facebook che occupa la quinta posizione e detiene una quota superiore all’8%. Amazon, Netflix e DAZN + si collocano al sesto, settimo e nono posto, con un’incidenza dei propri ricavi rispettivamente del 4,5%, 3,3% e 2,4%.

Sotto il profilo della composizione del Sic, considerando le aree di attività economica si evidenzia il ruolo prevalente dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, che con quasi 8,9 miliardi di euro assorbono il 44% delle risorse economiche complessive (-1,2%). All’interno dell’area, i servizi in chiaro (4,8 miliardi), registrano una lieve flessione (-1,3%), per la contrazione delle risorse provenienti da fondi pubblici, mentre i servizi a pagamento (3,5 miliardi), mostrano una dinamica positiva.

L’editoria tradizionale scende ancora

La crescita della componente online (+20,9%), compensa ampiamente il calo del segmento tradizionale (-5%).
La radio con il 7% dei ricavi dell’area cresce del 4,5%. Seguono l’editoria elettronica e la pubblicità online, la cui incidenza sul Sic si avvicina al 36% (+2,2%) dovuto in particolare alla pubblicità online, che rappresenta il 97% del comparto.

L’editoria tradizionale scende al 14%: la contrazione delle entrate del 6,1% riflette la crisi strutturale del settore, che interessa vendita di copie e raccolta pubblicitaria.
Completano il quadro, la pubblicità esterna, con 715 milioni di euro (+8,8%) e un’incidenza del 4% sul Sic, e il cinema, 523 milioni di euro (+37,3%), grazie soprattutto alla crescita del box office.