La regolazione della temperatura con l’aria condizionata canalizzata: sistemi e zone

L’aria condizionata canalizzata è un tipo di sistema di climatizzazione efficiente e versatile che offre comfort e temperatura personalizzata in ogni ambiente di casa.

In questo caso l’aria trattata viene distribuita in tutte le stanze attraverso un sistema di tubature nascosti nel controsoffitto e delle apposite bocchette, il che garantisce un’estetica “pulita” e dal design moderno.

In particolare oggi ci soffermeremo sui sistemi e le zone di regolazione della temperatura che l’aria condizionata canalizzata offre, individuando aspetti utili sia per la scelta che per l’utilizzo ottimale di questo sistema.

Sistemi di regolazione

Esistono due sistemi principali per la regolazione della temperatura con l’aria condizionata canalizzata, il sistema centralizzato e quello a zone.

1. Sistema centralizzato:

In questo caso c’è un unico termostato che controlla la temperatura di tutta la casa. Quando l’impianto è acceso, la tamperatura impostata vale per tutte le stanze dell’appartamento. È un sistema semplice da utilizzare, ma che non offre grandi possibilità di personalizzazione. Va bene sia per abitazioni grandi che di piccole dimensioni o con esigenze di comfort non particolari.

2. Sistema a zone:

Qui abbiamo dei termostati indipendenti in ogni zona, che regolano la temperatura specifica. È un sistema che garantisce maggior comfort e personalizzazione, considerando ad esempio che è possibile stabilire una temperatura per la zona giorno e un’altra per la zona notte. Alla stessa maniera è possibile climatizzare solo una parte dell’appartamento e non l’altra, così da avere anche un risparmio energetico

Le zone di regolazione

Per zone di regolazione si intendono delle aree separate dell’appartamento, la cui temperatura può essere controllate individualmente con un termostato dedicato. La suddivisione in zone offre i seguenti vantaggi:

  • Maggior comfort: È possibile adattare la temperatura alle esigenze specifiche di ogni ambiente o momento della giornata.
  • Risparmio energetico: Si possono climatizzare solo le zone utilizzate (ad esempio solo le camere da letto durante la notte), evitando sprechi di energia.
  • Maggiore controllo: Si riesce a regolare la temperatura in modo più preciso, anche da remoto, così da trovare già la temperatura ideale al proprio rientro.

Di seguito alcuni esempi di zone di regolazione:

  • Zona giorno (salone, cucina, sala da pranzo)
  • Zona notte (camere da letto)
  • Bagni
  • Studio
  • Taverna

Risparmio energetico con il sistema a zone

L’utilizzo di un sistema a zone per la regolazione della temperatura con l’aria condizionata canalizzata può portare ad un significativo risparmio energetico.

Questo sistema consente, come evidenziato in precedenza, di climatizzare solo le zone della casa effettivamente utilizzate, evitando di sprecare energia in ambienti vuoti o momentaneamente inutilizzati.

Secondo diversi studi, il risparmio energetico ottenibile con un sistema a zone può variare dal 20% al 40%.

In particolare, la percentale di risparmio dipende da diversi fattori, tra cui:

  • Dimensione della casa: Più è grande la casa, maggiore è il potenziale risparmio.
  • Numero di zone: Più zone sono presenti, maggiore è la possibilità di controllare e ottimizzare il consumo energetico.
  • Efficienza energetica dell’impianto: Un impianto ad alta efficienza energetica consentirà di massimizzare il risparmio.
  • Abitudini di utilizzo: Se si climatizzano solo le zone di casa utilizzate al momento (ad esempio zona giorno o notte) e si spegne l’impianto quando non è necessario, il risparmio sarà maggiore.

In breve

L’aria condizionata canalizzata con sistema a zone è una soluzione efficiente per la climatizzazione dell’intera casa.

La scelta del sistema di regolazione e la suddivisione in zone dipendono dalle esigenze specifiche di ogni abitazione, e rappresentano anche un’ottima opportunità di risparmio energetico.

Per informazioni più approfondite per un utilizzo ottimale di questo tipo di impianto, si consiglia di consultare una aziende del settore.

Più autisti, meno catering: così cambiano le richieste durante la Milano Fashion Week

La Milano Fashion Week è un evento che richiama ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo, generando un notevole indotto economico. Nel 2023, secondo le stime di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, la kermesse della moda ha contribuito a generare oltre 70 milioni di euro.

La Fashion Week milanese, però, non solo ha aumentato le presenze in città, ma ha anche stimolato la richiesta di professionisti del settore. Lo mette in evidenza un report elaborato da ProntoPro, il marketplace per i servizi professionali.

Il driver è la figura più richiesta

Durante la Fashion Week, l’autista privato si conferma al primo posto tra i servizi più richiesti su ProntoPro: rappresenta il 61% delle richieste e registra un aumento del 34% rispetto al 2023. La richiesta di DJ è cresciuta dal 5% al 16%, posizionandosi al secondo posto, seguita dal servizio di catering che ha registrato un calo del 17,5%. Videomaker e fotografi per servizi fotografici completano la top 5, entrambi al 5%.

A Milano crescono i servizi legati alla mobilità

A Milano, città ospitante dell’evento, l’autista privato è il servizio più richiesto (63%), seguito dal fotografo per servizi fotografici (11%). A livello nazionale, il fotografo si trovava al quinto posto. Catering (9%) e videomaker (8%) occupano il terzo e quarto posto nella classifica milanese.

Milano e Roma catalizzano le domande di content creator

Le ricerche di professionisti nella creazione di contenuti visuali si concentrano principalmente su Milano e Roma durante la Fashion Week. Milano rappresenta rispettivamente il 15% e il 10,5% delle richieste nazionali per fotografi e videomaker. A Roma, le richieste di questi due servizi rappresentano il 20% e il 13,5% del totale nazionale.

Che budget serve durante la Settimana della Moda?

In termini di costi, durante la Fashion Week milanese, un autista privato parte da un minimo di 60 euro per gli spostamenti in città e 70 euro per i trasferimenti da e per l’aeroporto. Il catering ha un budget minimo di 40 euro a persona, mentre i makeup artist e parrucchieri hanno tariffe orarie che oscillano fra i 50 e i 65 euro. Fotografi (150 euro), DJ (180 euro a evento) e videomaker (300 euro a evento) hanno costi di partenza più elevati. Va ricordato che questi sono tariffari minimi e possono variare in base alle esigenze e al livello di esclusività richiesto.

Cosa fanno gli italiani sul web? Social e chat le attività preferite

L’accesso alla rete è diventato una parte integrante della vita quotidiana, con una la maggioranza degli italiani impegnati in varie attività online. Secondo l’ultimo Global Digital Report, pubblicato da We Are Social e Meltwater, il 94,7% degli utenti Internet (età 16-64 anni) utilizza servizi di chat e messaggistica, mentre il 94,3% partecipa attivamente ai social network.

I motori di ricerca sono al terzo posto, con l’80,7% degli intervistati che utilizza mensilmente Google e Bing. Lo shopping online si piazza al quarto posto, coinvolgendo ogni mese circa tre quarti degli utenti Internet, seguito dai servizi location-based come mappe e app per il parcheggio, utilizzati da oltre la metà degli intervistati.

Perchè si usa Internet?

Le ragioni principali dietro l’utilizzo di Internet sono “ricercare informazioni”, “rimanere in contatto con amici e familiari” e “guardare video, programmi TV e film”. Tutte queste categorie hanno registrato una crescita significativa, secondo il rapporto. La connessione con le altre persone e l’intrattenimento giocano un ruolo sempre più importante nelle attività online.

Complessivamente, l’utente medio di Internet ora trascorre 6 ore e 40 minuti online ogni giorno. Si tratta di un aumento di 4 minuti al giorno (+1%) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

I social media diventano uno spazio di intrattenimento

Oltre a esaminare le diverse piattaforme, il rapporto rivela che i social media sono sempre più uno spazio di intrattenimento. “Rimanere in contatto con amici e familiari” è la principale motivazione dietro l’uso dei social, ma il 38,5% degli intervistati afferma di utilizzarli anche per “riempire il tempo libero”. Questo indica che i social media stanno diventando tanto un mezzo di intrattenimento quanto un modo per connettersi.

TikTok e Instagram le piattaforme preferite  

Il rapporto evidenzia che il tipico utente dei social media utilizza in media 6,7 piattaforme al mese. TikTok spicca per il tempo medio trascorso dagli utenti, e con 34 ore al mese supera tutte le altre piattaforme social. YouTube è al secondo posto con poco più di 28 ore al mese. In termini di piattaforma “preferita” a livello mondiale, Instagram ha superato WhatsApp, diventando la scelta del 16,5% degli utenti Internet tra i 16 e i 64 anni, relegando WhatsApp al secondo posto con il 16,1%.

In sintesi, l’accesso alla rete si traduce principalmente in attività di chat, utilizzo dei social media, ricerca, shopping e servizi location-based, riflettendo la crescente importanza della connessione sociale e dell’intrattenimento nell’esperienza online delle persone.

I nuovi principi di corporate governance dell’OCSE

La corporate governance è considerata cruciale non solo per le singole aziende, ma anche per l’intero sistema nazionale.
I nuovi Principi di Corporate Governance dell’OCSE, adottati dal G20 e approvati nel settembre 2023, riflettono le nuove dimensioni della corporate governance, ponendo maggiore enfasi sulla sostenibilità e la resilienza delle imprese. 

I nuovi principi e la loro attuazione nel contesto italiano sono al centro di una guida di Assonime, l’associazione delle società per azioni, che analizza il ruolo del sistema di direzione e controllo delle aziende nel promuovere lo sviluppo del mercato dei capitali e la sostenibilità.
La guida evidenzia l’importanza dell’autoregolamentazione, sottolineando la flessibilità e la natura evolutiva di questa componente come elemento chiave di un solido quadro di governance, in linea con i Principi G20/OCSE.

Obiettivi e raccomandazioni

Questi principi sono stati elaborati con l’obiettivo di migliorare l’accesso delle società ai mercati finanziari, promuovono la trasparenza e la responsabilità nei confronti degli azionisti, e sostengono la sostenibilità e la resilienza aziendale.

Inoltre, i principi affrontano il ruolo crescente degli investitori istituzionali, promuovendo codici di stewardship e la disclosure dei conflitti di interesse. Contengono anche nuove raccomandazioni che riflettono l’importanza crescente del debito societario e il ruolo degli obbligazionisti nei mercati dei capitali.
In sintesi, mirano a creare un ambiente in cui le aspettative degli investitori evolute siano soddisfatte, favorendo la fiducia nei mercati finanziari e promuovendo la sostenibilità economica complessiva.

I punti chiave e la loro importanza per le aziende

I punti chiave relativi ai principi G20/OCSE e la loro importanza per le aziende sono standard internazionali, promozione della trasparenza, diritti degli azionisti e trattamento equo, responsabilità del consiglio di amministrazione, sostenibilità e CSR (responsabilità sociale e ambientale), accesso ai mercati finanziari, efiducia degli investitori.

I principi G20/OCSE offrono un quadro fondamentale per le aziende interessate a implementare pratiche di governance efficaci e adattate agli standard internazionali, migliorando così la loro reputazione, la fiducia degli investitori e il loro accesso ai mercati finanziari.
La flessibilità e la natura evolutiva dell’autoregolamentazione sono sottolineate come elementi chiave di un solido quadro di governance.

Il panorama italiano è allineato con gli standard internazionali

Secondo l’analisi di Assonime il sistema italiano mostra un elevato grado di allineamento con gli standard internazionali, specialmente grazie alla revisione ampia del Codice di Autodisciplina italiano del 2020, che ha adottato una visione ‘illuminata’ della corporate governance. In particolare, rispetto alla sostenibilità.

Tuttavia, viene sottolineato che una buona corporate governance è necessaria ma non sufficiente per raggiungere l’obiettivo più ampio di creare un mercato dei capitali in grado di sostenere la crescita, l’innovazione e la transizione verso un’economia sostenibile.

Il fenomeno deinfluencer: come rispondere e smascherare il marketing di massa

Il fenomeno dei defluencer sta prendendo sempre più piede sui social. È una nuova categoria di creatori di contenuti digitali in risposta al fenomeno influencer. Al posto di cavalcare i trend del momento i defluencer promuovono un consumo più sostenibile ed etico, e invece di sponsorizzare prodotti li criticano e si interrogano sull’impatto che questi possono generare sui comportamenti d’acquisto dei consumatori. 

Tra i deinfluencer più noti ed emergenti si può sicuramente annoverare Derek Guy, scrittore e commentatore canadese di moda, noto anche come ‘il ragazzo dell’abbigliamento maschile’ su X, ma anche Tanner Leatherstein o Andrea Cheong.
Insomma, i deinfluencer sono l’esatto opposto degli e delle influencer.  

Suggeriscono ai follower cosa non comprare

Citato anche da Bloomberg, in una serie di 27 post Guy ha spiegato la differenza tra un maglione di cashmere che costa 50 dollari e uno che potrebbe costarne fino a 5.000.
Guy sottolinea ovviamente che esistono grandi differenze in termini di qualità (morbidezza, elasticità, lunghezza del filato, longevità) tra i due capi, ma ne analizza l’impatto sull’ambiente e sul benessere degli animali.

Derek Guy sembra incarnare a tutti gli effetti il fenomeno dei deinfluencer, che sui social suggeriscono ai loro follower cosa non comprare, rifiutando le tendenze del momento, il consumismo sfrenato o le leggi imposte dal marketing di massa. Spesso i loro post e reel iniziano con la domanda: ‘Ne vale davvero la pena?’

Cosa c’è ”dentro” a una borsetta da migliaia di euro

Un altro esempio è quello di Tanner Leatherstein, i cui video dove smonta borsette da migliaia di euro dichiarandone il reale valore sono diventati virali su Instagram e TikTok.

Grazie alle sue doti di artigiano e la sua conoscenza dei pellami Tanner Leatherstein nei video che pubblica usa taglierini, solventi, forbici e lime per distruggere e sezionare ogni singolo componente degli oggetti in questione.
La domanda posta ai consumatori sé sempre la stessa: il prodotto vale davvero la cifra richiesta dal brand di lusso in oggetto?

Obiettivo: scoraggiare il consumismo sconsiderato 

Il fenomeno del deinfluencer non è nuovo al mondo dei social, riferisce Adnkronos, ma è emerso come trend circa un anno fa.
Anche Andrea Cheong, deinfluencer con oltre 390.000 follower su Instagram e TikTok, mostra come leggere le etichette di cuciture, fodere e materiali di abbigliamento e accessori esposti nei negozi.

In pratica, così come fa Guy, sui social Cheong tenta di scoraggiare il consumismo sconsiderato.
Insomma, chissà se anche in Italia alcuni consumatori non inizino ad avere una visione più critica e consapevole di quello che acquistano.

Turismo: con oltre 445 milioni di presenze il 2023 supera i livelli pre-Covid

Finalmente il turismo recupera i livelli pre-pandemia: l’anno appena passato dovrebbe infatti chiudersi con 445,3 milioni di presenze nelle strutture ricettive italiane (+8,1% rispetto 2022), una cifra superiore anche al periodo antecedente la pandemia. Nel 2019, infatti, le presenze turistiche erano state 436,7 milioni, circa 8,6 milioni in meno.
Il forte incremento dei turisti stranieri traina ancora la domanda, contribuendo in modo determinante a compiere il sorpasso sul 2019. Le presenze estere segnano +13,7% sul 2022, in valori assoluti si attestano a oltre 228,5 milioni (220,6 milioni nel 2019).

Più debole il rafforzamento del mercato italiano (+2,8%), per un totale di 216,8 milioni di pernottamenti (216 milioni nel 2019).
Emerge da un primo consuntivo sull’anno turistico 2023 condotto dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti.

Una ripresa difficile e a due velocità

Il movimento degli ospiti nelle strutture alberghiere è stimato in crescita del +9,3%, con le presenze turistiche che si attestano a 276,2 milioni, mentre l’extralberghiero si fermerebbe al +6,1%, con 169,1 milioni di pernottamenti.  

Ma per il settore è una ripresa difficile e a più velocità: il Sud e le Isole sono le aree che chiudono l’anno con i valori di più bassa crescita (+4,4%).
Si registrano, inoltre, aumenti sotto la media nazionale anche per il Nord-Est (+7%).
Per Nord-Ovest (+11,7%) e Centro (+10,4%) le stime riportano invece una crescita di oltre il 2% rispetto la media. 

Meno vacanze al mare più nelle città d’arte

Tutte le aree-prodotti registrano aumenti della domanda turistica, ma tra quelle più apprezzate nel 2023 conquistano il primo posto le strutture ricettive delle città/centri d’arte (+11,4%) e della montagna (+11,1%).
Stime altrettanto positive per le strutture attive nelle aree rurali/collina (+10,3%) e del termale (+10,2%).

Buoni, inoltre, i risultati anche per le località dei laghi (+9,6%) e ‘altro interesse’ (+9%), mentre nel corso dell’anno a frenare è il settore balneare. La stima riporta infatti la crescita più bassa dei flussi turistici (+3%), a causa della flessione, in particolare, della domanda italiana. 

Cosa accadrà nel 2024?

Sulle previsioni delle imprese ricettive per il primo trimestre 2024 emerge qualche elemento di incertezza. Instabilità geopolitica, crescita economica lenta nell’area euro e inflazione condizionano ancora la ripresa per il prossimo anno. Ma per il 59,6% degli intervistati la prima parte dell’anno dovrebbe caratterizzarsi con un trend di stabilità (nel primo trimestre 2023 la crescita media della domanda raggiunse il +30%).

Per il 19,7%, invece, le aspettative sono di un incremento dei flussi e il 20,7% circa prevede un decremento.
Gli imprenditori che hanno manifestato una preoccupazione maggiore sono quelli attivi nelle località marine e nelle aree rurali e di collina. Un po’ più di ottimismo traspare da parte delle imprese localizzate nelle città e centri d’arte. 

Bilancio 2023 e previsioni per il 2024: che anno sarà?

Il 2023 è stato il vero spartiacque tra il Covid e il post Covid. L’anno appena trascorso ha visto una notevole attenuazione dell’impatto della pandemia, poiché il virus ha gradualmente perso rilevanza nelle politiche governative e nelle menti delle persone.
La dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il 5 maggio, che ha decretato la fine dell’emergenza legata al Covid-19, ha contribuito a questo cambiamento.

Aumentano le tensioni geopolitiche e i fenomeni meteo dirompenti

Anche se sul fronte sanitario le cose vanno meglio, nel 2023 si è verificata un’escalation delle tensioni geopolitiche, in particolare con l’invasione russa in Ucraina, che ha creato un clima di incertezza globale. A complicare ulteriormente la situazione, in ottobre, è scoppiato il conflitto israelo-palestinese.

Parallelamente, i fenomeni meteorologici sono diventati più imprevedibili e instabili, con un aumento delle temperature estive in molte parti del mondo, indicando un potenziale peggioramento del riscaldamento globale. L’incremento delle catastrofi naturali ha causato disagi diffusi, soprattutto in Turchia, Siria, Marocco e Afghanistan, rafforzando la consapevolezza della costante minaccia delle crisi ambientali.

Tecnologia, quanti cambiamenti 

Il 2023 ha portato cambiamenti radicali nel mondo della tecnologia, con OpenAI che ha rivoluzionato l’Intelligenza Artificiale, influenzando il modo in cui interagiamo con le macchine. Questa e quelle sopra esposte sono evidenze del sondaggio internazionale di Ipsos, che ha coinvolto oltre 25.000 persone in 34 Paesi.
L’analisi ha esplorato le percezioni del 2023 e le aspettative per il 2024 su economia, ambiente, sicurezza, società e tecnologia. Nel complesso, più della metà delle persone descrive il 2023 come negativo per sé e la propria famiglia, con una percentuale ancora più alta (70%) per il proprio Paese.

2024, sale l’ottimismo 

Guardando al 2024, l’ottimismo è in aumento, con il 70% delle persone nel mondo che pensa che sarà un anno migliore del 2023. In Italia, sebbene in crescita (59%), l’ottimismo è meno pronunciato rispetto ad altri Paesi europei.
Le preoccupazioni economiche persistono, con il 70% delle persone che prevede un aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse nel 2024. Tuttavia, si registra un modesto miglioramento nelle percezioni rispetto all’anno precedente.

Sul fronte tecnologico, l’opinione pubblica globale è divisa sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale, con aspettative contrastanti su posti di lavoro, utilizzo dei social media e cambiamenti nella medicina.
La sicurezza mondiale nel 2024 è avvolta da incertezze, con una minoranza che prevede la fine della guerra in Ucraina. Cresce la preoccupazione per i rischi legati a un malfunzionamento dell’Intelligenza Artificiale, ma rimane stabile la percezione di un possibile impatto di un asteroide sulla Terra.

Il climate change fa paura

La preoccupazione per il cambiamento climatico è elevata, soprattutto in Italia, con la maggioranza che prevede un aumento delle temperature e degli eventi meteorologici estremi nel 2024.
C’è una crescente richiesta di interventi governativi per affrontare il cambiamento climatico, ma le opinioni sulla rapidità di adozione di misure più restrittive sono divise. 

Omnichannel Customer Experience: solo l’8% delle imprese è maturo

L’OCX Index valuta il grado di maturità delle medie e grandi imprese italiane nella trasformazione omnicanale. E solo l’8% delle aziende può definirsi Avanzato. Con un punteggio di 7,5/10, queste realtà si distinguono per una struttura organizzativa cross-funzionale, hanno lavorato sulla costruzione di una robusta raccolta e integrazione dei dati, e adottano strumenti tecnologici avanzati.

Il grado di maturità medio complessivo è invece pari a 4,5/10, addirittura in leggera contrazione rispetto al 2022 (4,8/10). Si tratta di un valore frutto della forte eterogeneità tra le imprese, e di un aumento di quelle ancora in una fase esplorativa iniziale, che contribuiscono ad abbassare la media generale.
È quanto emerge dalla settima edizione dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Il 40% dispone di un responsabile dedicato

Uno dei freni principali all’evoluzione nel percorso di maturità riguarda il superamento dei silos organizzativi, che prevede l’allineamento delle funzioni orientate al cliente, e di tutte le altre funzioni, primarie, e di supporto.

Ancora più complessa è la sfida del change management. I dipendenti, oltre a confermarsi un touchpoint chiave nell’interazione cliente-azienda nel customer journey, sono coinvolti nella trasformazione omnicanale su molteplici fronti. Diventa dunque importante strutturare un percorso di employee engagement per renderli protagonisti di tale trasformazione.

A livello internazionale realtà all’avanguardia hanno introdotto il Chief Experience Officer (CXO), per presidiare e migliorare l’esperienza di clienti e dipendenti.
In Italia, solo il 40% delle aziende dispone di un responsabile dell’Omnichannel Customer Experience incaricato di progettare e garantire un’esperienza fluida e coerente per i clienti.

Single Customer View per un’azienda su tre

Se la raccolta di dati basici è ormai una pratica consolidata, quella relativa ai dati avanzati (dati social, derivanti da interazioni umane o con terze parti), essenziali per una comprensione approfondita del cliente, rimane un punto critico. Solo un’azienda su tre riesce a integrare i dati a sua disposizione in logica Single Customer View, fondamentale per abilitare una reale personalizzazione dell’esperienza.

Le difficoltà nella gestione dei dati si ripercuotono sulla capacità di utilizzare i dati per ottimizzare i processi di relazione con il cliente. Se nel Marketing sono ormai diffusi strumenti di Marketing Automation (60%), e le attività di vendita evidenziano un’attenzione crescente alla personalizzazione online il processo di assistenza permane come fanalino di coda.

Il 63% sperimenta l’uso dell’AI

L’integrazione tra dimensione umana e tecnologica è al centro dei trend emergenti per l’evoluzione dei modelli di omnicanalità.
Il 63% delle aziende sta sperimentando l’utilizzo dell’AI in ambito Omnichannel Customer Experience, principalmente per la personalizzazione delle raccomandazioni (32%) e l’assistenza clienti digitale tramite chatbot o assistenti virtuali (43%).

L’AI potrebbe spingere anche il processo di ‘Hyperpersonalization’, dove la raccolta e l’elaborazione in tempo reale di dati sull’utente permettono di attivare azioni mirate sul cliente.
Emerge poi la centralità dell’ascolto proattivo della Voice of the Customer (VoC) grazie a tecnologie in grado di raccogliere i feedback dei clienti in maniera strutturata. Pratica che deve estendersi alla comprensione delle percezioni dei clienti sull’esperienza con il brand e l’identificazione e gestione proattiva di situazioni critiche.

Quantum Computing: in Italia oltre 140 milioni di euro dal PNRR

Secondo l’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano, i fondi stanziati dal Governo italiano per investire in tecnologie quantistiche sono ancora inadeguati, e al netto di alcuni casi, la maggior parte delle aziende stanzia budget residuali, tra 50.000 e 150.000 euro, senza una strategia di medio-lungo termine.
Nel 2023 l’investimento privato nel Quantum Computing è ancora modesto, inferiore a 6 milioni di euro, stanziati su risorse interne all’azienda, come personale dedicato, e all’esterno, in consulenza, tempo macchina e formazione.

Ma grazie all’iniezione di fondi in ricerca e sviluppo derivanti dal PNRR, con oltre 140 milioni di euro stanziati su un orizzonte di 3 anni, e al crescente interesse da parte di alcune grandi aziende, l’Italia muove i primi passi verso la creazione di un ecosistema nazionale sul Quantum Computing.

Investimenti nelle tecnologie quantistiche

La tecnologia è in una fase prototipale in cui sono i fondi governativi a trainare lo sviluppo di ecosistemi competitivi. Tra gli investimenti pubblici italiani spiccano due iniziative, quella del Centro Nazionale HPC, Big Data e Quantum Computing (budget totale 320 milioni di euro) e il partenariato esteso NQSTI, National Quantum Science and Technology Institute (116 milioni di euro).

Nonostante si tratti di un importante punto di partenza, i fondi governativi sono ancora insufficienti. Il ritardo accumulato porta il Paese a detenere una filiera dell’offerta nazionale embrionale, con poche startup nazionali in uno scenario attualmente dominato da aziende internazionali e grandi società di consulenza.

Domanda e offerta a livello internazionale

Anche a livello globale il mercato del Quantum Computing nel 2023 è piccolo ed emergente: si stimano tra gli 800 e i 900 milioni di dollari di spesa. 
La filiera del Quantum Computing nel mondo lungo tutto lo stack tecnologico (hardware e componenti abilitanti, piattaforme di sviluppo, ambienti middleware, software, algoritmi) identifica 250 attori, il 70% dei quali rappresenta nuove iniziative imprenditoriali.

Dal punto di vista della domanda, nel 2023 crescono gli annunci di progetti di sperimentazione sul Quantum Computing per un totale di 151 progetti (+50% negli ultimi due anni) realizzati da 108 aziende.
Tra i settori più prolifici per numero di progetti quello finanziario, il chimico-farmaceutico, l’automobilistico e quello energetico.

Grandi aziende italiane nel percorso di Quantum Readiness

Nel 2023 il 24% delle grandi aziende italiane ha avviato i primi passi nel percorso di Quantum Readiness. L’11% solo a scopo informativo, attraverso iniziative di disseminazione e qualche relazione di ecosistema, un ulteriore 12% in modo più concreto, avviando anche una sperimentazione, e solo l’1% è definibile Quantum Pioneer, ovvero sta lavorando in modo organico con un commitment aziendale di lungo termine.

All’interno del 76% di aziende che non hanno ancora avviato un percorso di Quantum Readiness, un 7% di imprese detiene tutte le caratteristiche abilitanti per l’innovazione tecnologica, ma decide di avere un approccio attendista.
La restante parte è invece ancora in una fase di trasformazione organizzativa, che rende il Quantum Computing difficile da inserire tra le priorità di lavoro.

Software gestionali, le PMI che li utilizzano dichiarano una “crescita del fatturato” 

Nel 2022, le imprese operanti nel settore del software e dei servizi correlati in Italia hanno impiegato oltre 137.000 addetti, generando un fatturato di 56,3 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente.
In particolare, la componente legata esclusivamente ai software gestionali ha segnato una crescita media superiore rispetto ad altre tipologie di servizio, registrando un +12% rispetto al 2021 e un totale di 22,4 miliardi di euro, pari al 40% del fatturato complessivo del settore analizzato.
Lo rivela la ricerca “Software nelle PMI: un motore d’innovazione per l’Italia,” condotta dagli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con AssoSoftware.

Intervistate 500 PMI di diversi settori

La ricerca ha coinvolto un campione esteso di oltre 500 PMI provenienti da diversi settori. Riguardo all’adozione di soluzioni gestionali, si è osservata una sostanziale stabilità nei tassi di penetrazione nel 2022, con un’eccezione rappresentata dalla Gestione documentale e workflow, che ha registrato un aumento del 5% rispetto al 2022, con un’adozione complessiva del 53% nel campione.
Questo incremento è stato guidato dalla diffusione dello smart working, che ha spinto le organizzazioni a riconsiderare l’approccio al lavoro e le metodologie, automatizzando e semplificando flussi e processi, tra cui la gestione dei documenti aziendali.

La Gestione amministrativa e contabile è la soluzione software più diffusa

La Gestione amministrativa e contabile rimane la soluzione software più diffusa (88%), con un aumento del 1% rispetto al 2022, principalmente a causa dell’obbligatorietà della fatturazione elettronica. Altre soluzioni, come la Gestione del personale (61%), il Controllo di gestione (58%), la Gestione logistica e magazzino (54%), l’Approvvigionamento e produzione (50%), e il CRM (42%), mantengono tassi di adozione stabili rispetto all’anno precedente.
Nonostante le incertezze economiche nel 2022 e nel 2023, il mercato del software ha registrato una crescita e ha avviato una fase di consolidamento delle soluzioni già presenti in azienda.
Un esempio di questa tendenza è l’aumento delle PMI che aggiornano completamente le soluzioni adottate (34%, +5 punti percentuali), mentre diminuiscono quelle che mantengono le soluzioni alla loro versione originale (7%, -2 punti percentuali).

Il 54% delle imprese ha rivisto almeno un processo aziendale

Guardando ai dati emersi dalla ricerca, emerge che il 54% delle imprese ha rivisto almeno un processo aziendale a seguito dell’introduzione di un software, mentre il 26% ha ritenuto necessario riscrivere tutti i processi aziendali.
Nonostante la propensione alla revisione dei processi, molte aziende preferiscono ancora la personalizzazione del software in base alle esigenze funzionali del business, con l’Approvvigionamento e produzione (40%) e la Gestione del personale (38%) come soluzioni più personalizzate.
L’integrazione applicativa tra i vari software è migliorata, passando dal 29% al 38% nelle imprese analizzate. Tuttavia, l’integrazione esterna rimane bassa, con il 43% delle PMI che non prevede uno scambio automatico di informazioni con gestionali e altri sistemi di terze parti.

Aumenta l’indice di maturità

Globalmente, le aziende hanno compiuto progressi nell’indice di maturità sviluppato dalla ricerca. Solo il 13% delle aziende è oggi all’inizio del percorso di trasformazione, mentre il 55% detiene un indicatore complessivo superiore alla media di mercato, e il 13% appartiene al cluster delle aziende avanzate che hanno avviato azioni in tutte le dimensioni identificate.
Le PMI più mature nell’utilizzo dei software gestionali risultano più competitive e registrano una crescita del fatturato e dell’Ebitda significativamente più elevata. Il cambiamento organizzativo e la visione sul digitale sono emersi come temi cruciali negli ultimi anni.
Sebbene si siano registrati progressi nella formazione di competenze digitali, questa rimane la principale difficoltà per le PMI nella trasformazione digitale. Molti dipendenti utilizzano software gestionali (fino al 80% in alcuni casi), ma la formazione sulle soluzioni adottate è ancora carente, con solo il 17% dei dipendenti che ha seguito corsi di formazione.

I benefici più rilevanti

I benefici derivanti dall’utilizzo maturo dei software gestionali sono vari. I vantaggi più rilevanti riguardano l’efficacia e la governance dei processi, con un maggior controllo sui processi (83%), una riduzione degli errori (80%), maggiore visibilità e tracciabilità dei flussi di lavoro (79%), aggiornamento in tempo reale dei dati (78%) e un aumento della qualità delle attività (76%).
Altri benefici sono legati alla collaborazione tra dipendenti (70%), alla proattività di risposta a problemi e cambiamenti (67%) e al supporto a nuove modalità di lavoro come lo smart working (60%).
Inoltre, le PMI più mature nell’utilizzo dei software gestionali risultano più competitive e registrano una crescita più sostenuta del fatturato e dell’Ebitda.