Bonus bollette: in arrivo 200 euro per famiglie con Isee inferiore a 25mila euro

Per far fronte al caro energia, dal 1 aprile 2025 è arrivato un nuovo aiuto alle famiglie italiane.  Lo ha deciso il Governo con l’ultimo decreto Bollette, che prevede l’erogazione di un contributo straordinario di 200 euro.

A beneficiare dell’agevolazione saranno tutti coloro che hanno un Isee, ovvero, l’Indicatore della situazione economica e sociale, inferiore a 25 mila euro, mentre per i cittadini o i nuclei famigliari con reddito inferiore a 9.530 euro, o 20.000 euro per le famiglie con 4 figli a carico, il beneficio si sommerà al già esistente bonus sociale.
In ogni caso, il bonus verrà erogato con tempistiche diverse a seconda delle soglie di reddito.

Erogazione immediata a coloro che già percepiscono il bonus sociale 

In pratica, il nuovo bonus bollette è destinato a coloro che già percepivano il bonus sociale, ma con una estensione della platea che già percepisce appunto l’agevolazione per la fornitura elettrica, la fornitura gas e la fornitura idrica.

In dettaglio, il bonus sociale è la misura di sostegno rivolta a chi versa in condizioni di disagio economico, o disagio fisico se nella casa di abitazione vive una persona gravemente malata che necessita di apparecchiature elettromedicali
In questo caso, il bonus bollette verrà erogato immediatamente.

I fornitori di energia opereranno direttamente sulla bolletta

Per chi invece non ha accesso al bonus sociale, i tempi saranno un po’ più dilatati, poiché si dovrà attendere che siano fissate le modalità di erogazione con una delibera dell’Autorità per l’Energia, le reti e l’ambiente (Arera).
Una delibera attesa nei prossimi giorni, dato che il Collegio si riunisce settimanalmente.

In generale, il meccanismo di erogazione potrebbe essere lo stesso in vigore per i destinatari del bonus sociale.
Gli interessati devono quindi presentare la domanda fornendo la documentazione che attesti un valore dell’Isee inferiore a 25 mila euro, e attendere le verifiche necessarie.
Se i requisiti previsti dal decreto sono rispettati, allora l’Inps invierà una segnalazione al Sistema informativo integrato (una sorta di ‘anagrafica’ delle bollette di tutta Italia) che sarà poi trasmessa ai fornitori di energia.
A loro volta, i fornitori di energia opereranno direttamente sulla bolletta del singolo o del nucleo familiare.

Rate giornaliere di 1,64 euro per 3 mesi

L’Autorità per l’Energia ha chiarito che per le famiglie che già percepiscono lo sconto in bolletta l’erogazione del nuovo assegno, che si aggiunge al beneficio esistente, avverrà rapidamente, mentre per tutti gli altri scatterà non appena i potenziali beneficiari avranno presentato l’Isee e saranno state effettuate tutte le verifiche sul possesso dei requisiti.

Il contributo straordinario sarà erogato per un trimestre (dal 1° aprile al 31 luglio), in rate giornaliere di 1,64 euro al giorno, che verranno sommati agli importi già ricevuti con il bonus sociale elettrico e, differenziati a seconda della numerosità del nucleo familiare.

Imprese: in 10 anni quelle straniere aumentano del 27%, +140mila

A rivelarlo sono i dati Unioncamere-InfoCamere aggiornati al 31 dicembre 2024 ed elaborati sulla base del Registro delle Imprese delle Camere di commercio: oltre un terzo delle imprese straniere presenti in Italia ha superato il traguardo dei 10 anni di attività. Alla fine del 2024 le imprese governate da imprenditori stranieri erano circa 670mila, 140mila in più rispetto alla fine del 2014.
Si tratta di un aumento percentuale superiore al 27% nel decennio.

Di contro, alla forte dinamica di queste realtà, nel periodo considerato ha fatto eco una riduzione del 5,6% delle imprese autoctone, passate dai 5,5 milioni del 2014 ai 5,2 milioni attuali.

Commercio, costruzioni e artigianato i settori della crescita

In un’Italia che negli ultimi dieci anni ha visto contrarsi il proprio tessuto imprenditoriale, le imprese a guida straniera vanno contro corrente e rafforzano le proprie radici. 
Il commercio si conferma il settore prediletto, con 92.604 imprese straniere ultradecennali (37,5% del totale). Seguono le costruzioni, con 54.240 imprese (22%), mentre ristorazione e alloggio rappresentano l’8,3% del totale, con 20.393 attività. 

Significativa anche la presenza nel manifatturiero (17.086 imprese) e nei servizi alle imprese (11.673). ed è particolarmente rilevante il contributo all’artigianato italiano.
Quasi il 30% delle imprese straniere di lunga data opera in questo comparto, evidenziando un forte radicamento nelle tradizioni produttive locali.

Da Nord a Sud l’integrazione è economica e sociale

I numeri raccontano una storia di integrazione economica di successo, con oltre 246mila imprese straniere che hanno dimostrato capacità di inserirsi nei territori, costruendo rapporti duraturi con le comunità locali, accreditandosi sul mercato, e delineando una presenza distribuita che abbraccia Nord, Centro e Sud del Paese.

La Lombardia guida la classifica delle regioni, con 44.069 imprese straniere di lungo corso (17,9%), seguita da Lazio (27.834) e Toscana (23.102). Completano la top 5 Campania (21.097) ed Emilia-Romagna (20.523), 

Marocco, Romania, Cina i Paesi di maggiore provenienza

Colpisce poi la significativa presenza femminile: oltre 54.500 imprese straniere longeve sono guidate da donne (22,1%), confermando il ruolo cruciale dell’imprenditoria femminile straniera nell’economia italiana.
Considerando le sole imprese individuali ultradecennali, l’analisi delle origini del titolare rivela una geografia variegata: Marocco (15,6%), Romania (10,5%) e Cina (9,3%) guidano la classifica dei Paesi di provenienza, seguiti da Albania (7,1%), Bangladesh (5,7%), Svizzera (5,2%) e Senegal (4,8%).

Questi dati evidenziano come le imprese straniere non rappresentino più un fenomeno transitorio, ma un elemento strutturale e dinamico della nostra economia.
La capacità di consolidarsi e prosperare anche in periodi di contrazione generale dimostra un contributo fondamentale alla diversificazione e la resilienza del sistema imprenditoriale italiano.

Italiani dipendenti dalle notifiche: siamo un popolo sempre connesso

Gli italiani vivono in un costante stato di connessione, sempre in attesa della prossima notifica, incapaci di staccarsi dai loro dispositivi digitali. Un recente studio condotto per Amazon Kindle in occasione della Giornata Mondiale della Disconnessione (il 7 marzo) evidenzia come questa abitudine influenzi profondamente il benessere quotidiano.

Secondo la ricerca, realizzata da Censuswide su un campione di 2.000 adulti italiani, il 28% dei nostri connazionali riceve notifiche fino al momento di andare a letto, con un orario medio di interruzione fissato alle 23:26. Non va bene: gli esperti suggeriscono che per favorire un sonno rigenerante, le notifiche andrebbero disattivate almeno un’ora prima di coricarsi. 

Meno concentrazione, più stress

Essere costantemente interrotti dai dispositivi ha effetti negativi sulla capacità di concentrazione. Più della metà degli italiani (59%) si sente spesso distratta a causa dell’afflusso continuo di notifiche provenienti da smartphone, smartwatch, laptop e tablet.

Secondo il neuroscienziato Mark Williams, il semplice suono o la vibrazione di una notifica attiva nel cervello un riflesso di attenzione immediata, costringendo la mente a uno stato di allerta costante. Ogni interruzione, spiega l’esperto, richiede tra i 60 e i 90 secondi per riacquistare la piena concentrazione, con conseguenze negative sulla produttività e sull’efficacia nello svolgimento delle attività.

Un comportamento che crea dipendenza

L’attaccamento ai dispositivi digitali va oltre le semplici notifiche ricevute: il 91% degli italiani controlla il telefono almeno una volta ogni ora, con alcuni che arrivano a farlo fino a 80 volte nell’arco della giornata. Williams, riporta Ansa, paragona questo comportamento a una forma di dipendenza, spiegando che le notifiche stimolano il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato al piacere e alla ricompensa, inducendo un controllo compulsivo dello smartphone.

Questa abitudine non solo mina la capacità di rilassarsi, ma contribuisce ad aumentare i livelli di stress: l’83% degli italiani dichiara di sentirsi sopraffatto la sera e il 30% fatica a rilassarsi prima di dormire.

Addio relax

Per cercare di allentare la tensione accumulata, gli italiani ricorrono a diverse attività serali: il 71% guarda la TV, il 37% ascolta musica e il 34% si dedica alla lettura. Tuttavia, anche questi momenti di relax vengono spesso interrotti dalle notifiche, con il 43% delle persone che continua a essere distratto dai dispositivi.

Il risultato? Un riposo disturbato: il 74% ammette di addormentarsi più tardi del previsto proprio a causa del tempo trascorso controllando lo smartphone.

Un problema generazionale e sociale

Roberto Toro, Senior PR Manager di Amazon, sottolinea come la nostra società sia immersa in un flusso ininterrotto di informazioni, con il telefono che diventa una presenza costante nella vita quotidiana.

Valentina Pano, divulgatrice digitale, evidenzia un dato impressionante: gli italiani trascorrono in media 349 minuti al giorno davanti allo schermo e percorrono circa 126 km con il pollice scrollando le notifiche. Questo fenomeno è particolarmente accentuato tra i giovani della Generazione Z, per i quali i social media rappresentano non solo un mezzo di intrattenimento, ma anche una forma fondamentale di socializzazione.

Ritrovare il contatto con la realtà

Secondo gli esperti, il rischio maggiore di questa iperconnessione è la perdita del rapporto con il momento presente. La costante ricerca di nuove notifiche può far dimenticare l’importanza di vivere pienamente il qui e ora.

Per questo motivo, è fondamentale adottare strategie per ridurre l’uso compulsivo dei dispositivi, dedicando maggiore attenzione alle relazioni reali e al benessere mentale. 

Casa intelligente: 6 italiani su 10 hanno un dispositivo smart 

Il settore della Smart Home in Italia continua a espandersi, registrando nel 2024 una crescita dell’11% e raggiungendo un valore complessivo di 900 milioni di euro. Un risultato incoraggiante, soprattutto se confrontato con la crescita media europea del 6,5% nei primi sei mesi dell’anno. Tuttavia, la spesa per abitante nel nostro Paese resta inferiore rispetto al resto d’Europa: 15,5 euro contro i 32,5 della media continentale.

Questi dati emergono dall’indagine condotta dall’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, in collaborazione con BVA Doxa. La ricerca offre uno spaccato interessante sulle abitudini e le percezioni degli italiani nei confronti della tecnologia per la casa intelligente, evidenziando sia le opportunità che le sfide ancora da affrontare.

Tecnologia domestica, quanto è utilizzata? 

Oggi sei italiani su dieci possiedono almeno un dispositivo smart in casa, ma meno della metà di loro (quattro su dieci) lo ha effettivamente connesso a internet. Nonostante questo, l’interesse verso la Smart Home è in crescita: un italiano su tre prevede di acquistare nuovi dispositivi nei prossimi mesi.

Il modo in cui le persone interagiscono con questi strumenti sta cambiando rapidamente. L’utilizzo delle app per gestire la casa intelligente è aumentato del 18% rispetto all’anno precedente, mentre gli assistenti vocali sono usati dal 24% delle persone (+4%). Sempre più utenti combinano entrambi i sistemi per un controllo più intuitivo e immediato. Le app si confermano il principale punto di accesso alla domotica, anche se resta da migliorare l’integrazione tra i vari dispositivi per rendere l’esperienza ancora più fluida.

Sicurezza, comodità e risparmio: cosa cercano gli italiani?

Le motivazioni che spingono all’acquisto di soluzioni smart riguardano principalmente tre aspetti: sicurezza, praticità e gestione dei consumi. Il 30% degli utenti desidera una casa più sicura, il 28% punta su una maggiore comodità nell’uso dei dispositivi connessi, mentre il 23% è interessato a soluzioni che consentano di monitorare e ridurre i consumi energetici.

Il peso degli incentivi nelle scelte d’acquisto

Un elemento cardine per il mercato della Smart Home è rappresentato dagli incentivi statali. Più della metà degli intervistati considera le agevolazioni fiscali un fattore determinante per investire in dispositivi connessi. Un italiano su cinque afferma che un potenziamento degli incentivi lo spingerebbe ad acquistare nuove soluzioni smart, mentre il 15% ammette che, in caso di riduzione delle agevolazioni, rinuncerebbe all’idea di rendere la propria casa più tecnologica.

In un contesto in cui l’innovazione continua a evolversi, il mercato della Smart Home in Italia si trova davanti a un’importante opportunità di crescita. La chiave per il futuro sarà migliorare l’integrazione tra i dispositivi, rendere la tecnologia sempre più accessibile e garantire strumenti adeguati per incentivare un uso consapevole e vantaggioso per tutti.

Banche e imprese: gli imprenditori scelgono l’autofinanziamento

A dispetto di quanto si possa pensare, non sono le banche a chiudere i rubinetti del credito alle aziende, sono gli imprenditori italiani che decidono di non rivolgersi più agli istituti di credito facendo ricorso all’autofinanziamento.

Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA, e la diminuzione della domanda di credito da parte delle imprese conferma questa ipotesi. Nonostante i buoni risultati economici, molte attività rimaste sul mercato hanno aumentato i risparmi utilizzandoli per far fronte a spese correnti e investimenti.
Questa tendenza macroeconomica ovviamente non coinvolge tutte le realtà produttive/commerciali. Per molte microimprese, alla contrazione dei prestiti è seguito un progressivo deterioramento economico/finanziario.

Prestiti: -329 miliardi in quasi 15 anni

A fine dicembre 2011 i prestiti bancari alle imprese ammontavano a 995 miliardi di euro, verso la fine del 2024 la quota è scesa a 666 (-329 miliardi, -33%).
Di contro, i depositi bancari delle aziende sono passati da 219 miliardi a 519 (+300 miliardi, +137%).

La contrazione del credito alle attività economiche è riconducibile alla combinazione di più fattori, non ultimi, i parametri molto più stringenti nella valutazione del merito/rischio credito imposti dalla BCE.
Gli istituti bancari sono stati costretti ad aumentare il livello di patrimonializzazione, con misure che inducono il sistema creditizio a razionalizzare i prestiti alle imprese meno insolventi.
In questo modo, i crediti deteriorati sono stati ridotti grazie alla vendita delle sofferenze (mercato delle cartolarizzazioni). 

Meno aiuti anche al netto delle cartolarizzazioni 

Dal 2011 al 2024 sono molte le fasi in cui il credito alle imprese è sceso. Dal 2012 al 2015, nel 2019, nella prima parte del 2020, e a partire dal 2023 a oggi.
La fase di crescita molto sostenuta tra la metà del 2020 fino al 2022 è stata ottenuta a seguito delle misure introdotte per fronteggiare la crisi pandemica.

Il governo Conte 2 e quello Draghi hanno approvato alcuni provvedimenti a sostegno del credito, compresa la garanzia statale al 100% sui prestiti, che ha consentito di incrementare i prestiti alle società non finanziarie corretti per cartolarizzazioni e altre cessioni. 

…soprattutto nel Centro-Sud

Tra novembre 2011 e lo stesso mese del 2024 la maggiore contrazione delle consistenze si è verificata al Centro (-42,6%) e al Sud (-42,4%). In termini assoluti, la riduzione più importante ha interessato proprio quest’ultima ripartizione geografica (-118,1 miliardi).
A livello provinciale, le flessioni più significative si sono verificate a Siena (-59,1%).
Uniche province che hanno ottenuto un risultato anticipato dal segno più, Trieste (+1,4%) e Bolzano (+1,5%). Il dato medio nazionale è stato del -34,9%. 

I risparmi sono invece cresciuti soprattutto a Nord-Est, che ha subito l’incremento più importante (+178%), mentre la provincia con le imprese che hanno accumulato più depositi è Cremona (+298,3%), seguita da Bolzano (+281,6%) ed Enna (+278,9%).
Siena è l’unica provincia d’Italia che ha visto diminuire i risparmi (-20,1%). 

Logistica, elemento chiave per una sanità efficiente

Negli ultimi anni, la logistica nel settore sanitario ha assunto un ruolo sempre più centrale, sia perchè garantisce la distribuzione efficiente di farmaci e dispositivi medici, sia perchè migliora la qualità del servizio. Tuttavia, la gestione della supply chain sanitaria deve ancora evolversi per essere considerata un vero asset strategico e non solo un costo operativo.

Secondo lo studio dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, condotto in collaborazione con il Consorzio Dafne, il settore mostra un trend di crescita del fatturato tra il 2019 e il 2023, ma con margini di profitto ancora contenuti. Nel 2024, infatti, la redditività media degli operatori logistici nel comparto Healthcare si attesta al 3,5%, un valore inferiore rispetto alla media della Contract Logistics italiana, pari al 5,3%.

Crescita del fatturato, ma margini ridotti

Il settore presenta alcune differenze significative tra i vari attori della filiera. I vettori nazionali hanno una redditività media del 5,8%, superiore a quella degli operatori logistici generali (3,5%). I vettori regionali registrano un margine del 4,7%, inferiore rispetto ai vettori nazionali ma comunque positivo. La distribuzione intermedia è il segmento con le marginalità più ridotte: il profitto medio è del 1,5%, con il 47% degli operatori che ha un EBITDA inferiore al 2%.

Sul fronte operativo, il volume totale di colli movimentati è rimasto pressoché stabile (-1,7%), con una lieve crescita del peso trasportato (+1%). Tuttavia, si è verificata una riduzione del numero di spedizioni (-5,5%), segnale di una razionalizzazione dei flussi logistici.

Le principali destinazioni della logistica sanitaria restano farmacie (40%) e ospedali (43%), che assorbono oltre l’80% delle spedizioni complessive. Un dato interessante è la crescita della consegna diretta ai pazienti (home delivery), passata dall’1% nel 2019 al 4% nel 2024, una tendenza favorita dall’innovazione tecnologica e dai nuovi modelli di assistenza sanitaria domiciliare.
Dal punto di vista territoriale, Lombardia e Lazio si confermano le regioni da cui partono la maggior parte dei flussi logistici (quasi il 90% del totale), mentre Campania si unisce alle due precedenti come una delle principali destinazioni dei prodotti sanitari.

La digitalizzazione come leva di sviluppo

Un aspetto cruciale per il futuro della logistica sanitaria è rappresentato dalla digitalizzazione. Secondo lo studio, 8 aziende sanitarie su 10 stanno pianificando progetti per migliorare la gestione della supply chain attraverso tecnologie avanzate nei prossimi cinque anni.
Come sottolinea Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, l’integrazione di soluzioni digitali e la maggiore collaborazione tra gli attori del settore hanno già permesso di migliorare la gestione dei picchi di domanda, rendendo i processi più fluidi rispetto al passato.

Anche Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, evidenzia che la crescente complessità del mercato ha dimostrato l’importanza strategica della logistica nella sanità. Tuttavia, i margini di profitto ancora contenuti indicano che è necessario un ulteriore passo avanti per valorizzare pienamente il ruolo della logistica come funzione strategica.
Un tema ‘caldo’ per il futuro è l’applicazione della Falsified Medicine Directive (FMD), la normativa europea sulla serializzazione dei farmaci che entrerà in vigore in Italia. Secondo Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio, questa nuova regolamentazione imporrà cambiamenti significativi nei processi logistici, aumentando le esigenze di tracciabilità e sicurezza nella distribuzione dei medicinali.

Verso una logistica più innovativa

Il settore della logistica Healthcare è in piena trasformazione. L’integrazione di nuove tecnologie, l’ottimizzazione dei processi e un approccio più collaborativo tra le aziende stanno contribuendo a migliorare l’efficienza della filiera.

Tuttavia, per rendere la supply chain sanitaria un vero vantaggio competitivo, sarà fondamentale investire in innovazione, migliorare la gestione dei flussi e aumentare la redditività delle operazioni. Solo così il settore potrà affrontare le sfide future e garantire un servizio sempre più efficace e sostenibile.

Gli italiani e i risparmi: il 65% mette da parte per investire

Nonostante nell’ultimo anno sempre meno italiani riescano ad accantonare parte dello stipendio, il 65% degli italiani che negli anni ha risparmiato tende a investire i soldi messi da parte. Il 55% di loro predilige i prodotti finanziari classici, come fondi o titoli di Stato, mentre il 45% opta per libretti di risparmio e conti deposito.

C’è, inoltre, una quota rilevante di risparmiatori, pari al 35%, composta soprattutto da donne e giovani, che lascia i propri risparmi sul conto corrente rinunciando a farli fruttare. Il motivo? Soprattutto, diffidenza e timore.
È quanto è emerso dall’analisi sul risparmio degli italiani condotta dall’Osservatorio mensile Findomestic, del Gruppo Bnp, anticipata dall’Adnkronos

La diffusa tendenza a rinviare gli acquisti

Oltre la metà (55%) di chi ha risparmi investiti ha rinunciato ad acquisti importanti, oppure li ha rinviati per tenere bloccati i propri risparmi e beneficiare così dei rendimenti elevati garantiti dai prodotti finanziari negli ultimi tempi.

Si tratta del 23% del campione complessivo, la cui tendenza al rinvio degli acquisti importanti è dovuta anche al perdurante clima di grande incertezza e preoccupazione rilevato oramai da anni dall’Osservatorio Findomestic.

Si “accantona” a scopo difensivo

“Il risparmio accantonato – spiega Claudio Bardazzi, responsabile dell’osservatorio – ha principalmente uno scopo difensivo: quasi il 70% degli intervistati lo destina alla creazione di una riserva per le emergenze e gli imprevisti. Ma c’è anche un 55% che risparmia per permettersi acquisti significativi in futuro, come un immobile (13%), un’auto o altri beni per la famiglia (19%), o per sostenere spese importanti per i figli (18%). Altri risparmiano per mantenere in pensione il tenore di vita acquisito in età lavorativa (23%) o per lasciare un’eredità importante ai propri familiari (11%), a dimostrazione di come gli italiani continuino a considerare il risparmio uno strumento essenziale per affrontare il futuro con maggiore sicurezza”.

Ma il 56% non riesce a mettere via niente

Negli ultimi mesi solo il 33% degli italiani però è riuscito a risparmiare qualcosa del reddito guadagnato, ma quasi 7 su 10 dichiarano di avere comunque soldi da parte. Oltre la metà (56%) non riesce, l’11% non ne ha percezione.

Se da un lato la capacità di accantonare regolarmente una parte di quanto si guadagna è una prerogativa di pochi, dall’altro la tendenza a costruire un risparmio nel tempo appartiene a una larga maggioranza della popolazione.
Quasi la metà di chi ha soldi da parte risparmia senza un metodo e un programma specifico, solo il 22% fissa degli obiettivi e li raggiunge, mentre il 30%, pur ponendosi degli obiettivi, non riesce a centrarli.

AI evolve negli attacchi di phishing. A rischio anche gli esperti

Secondo uno studio di Kaspersky, nell’ultimo anno il numero di attacchi informatici subiti dalle aziende italiane è aumentato del 45%. Tra le minacce più comuni, il phishing, segnalato da poco più della metà (52%) degli italiani. E con l’adozione sempre più diffusa dell’Intelligenza artificiale da parte dei cybercriminali, il 52% prevede un ulteriore aumento degli attacchi di phishing nei prossimi mesi.

L’evoluzione dell’AI ha trasformato le modalità di attacco dei cybercriminali. Una tendenza preoccupante è il suo utilizzo per perfezionare gli attacchi di phishing, rendendoli sempre più mirati, sofisticati e difficili da riconoscere. Tanto che anche i dipendenti più esperti cadono in queste truffe.

L’esperienza non è più sufficiente a evitare di cadere nella trappola

In passato, gli attacchi di phishing prevedevano l’invio di messaggi generici a migliaia di persone, sperando che qualcuno cadesse nella truffa.
L’Intelligenza artificiale ha rivoluzionato questo approccio, permettendo di generare e-mail altamente personalizzate e in grandi quantità.

Sfruttando le informazioni pubbliche, come quelle presenti su social media, siti web aziendali e offerte di lavoro, gli strumenti basati sull’AI sono in grado di creare messaggi su misura per il ruolo, gli interessi e lo stile di comunicazione di ogni singolo utente.

Ad esempio, un cfo potrebbe ricevere una falsa e-mail che riproduce perfettamente il tono e lo stile dei messaggi del ceo, con riferimenti precisi a eventi aziendali recenti.
Questo livello di personalizzazione rende estremamente difficile distinguere le comunicazioni legittime da quelle fraudolente.

Bypassare le difese tradizionali

Poi ci sono i deepfake. In un recente caso gli attaccanti hanno utilizzato questa la tecnologia per impersonificare diversi soggetti durante una videoconferenza, convincendo un dipendente a trasferire circa 25,6 milioni di dollari.

Ma grazie all’aiuto dell’AI i cybercriminali possono anche manipolare lo script dei sistemi di filtraggio tradizionali delle e-mail. Analizzando e replicando modelli di e-mail legittime, le e-mail di phishing generate dall’AI riescono spesso a eludere il rilevamento da parte dei software di sicurezza. E gli algoritmi di machine learning possono perfezionare in tempo reale le campagne di phishing, aumentando le probabilità di successo e rendendo gli attacchi sempre più sofisticati.

Come difendersi?

Il livello di realismo e personalizzazione che l’AI è in grado di raggiungere può annullare lo scetticismo che mantiene cauti i professionisti più esperti. Inoltre, questi attacchi sfruttano abilmente la psicologia umana, facendo leva sull’urgenza, la paura o l’autorità, per indurre i dipendenti ad agire d’impulso senza verificare l’autenticità delle richieste.

Per difendersi dagli attacchi di phishing basati sull’AI le aziende devono adottare un approccio proattivo e multilivello alla cybersecurity. È fondamentale che i dipendenti ricevano una formazione periodica e sempre aggiornata in materia di sicurezza informatica.
Inoltre, le aziende dovrebbero implementare soluzioni di sicurezza avanzate, e un modello ‘zero-trust’, in grado di minimizzare i danni in caso di attacco poiché limita l’accesso ai dati e ai sistemi sensibili.

Smart working: preferito da donne giovani e senza figli

Lo smart working è una modalità organizzativa molto apprezzata tra le donne giovani e senza figli. Nella fascia 30-34 anni la scelta del lavoro agile è tre volte più alta tra chi non è madre, ed è pari al 12,6%, mentre tra chi lo è la quota si ferma al 4,5%.
Ma la situazione si ribalta verso i 45 anni: nella fascia 45-49 anni le smart worker madri superano quelle senza figli, e le curve si invertono.

Questo cambiamento è attribuibile a una maggiore esigenza di flessibilità per conciliare lavoro e famiglia in una fase della vita dove i figli richiedono un supporto più strutturato.
Sono alcuni risultati di uno studio della multinazionale delle biotecnologie farmaceutiche Amgen e dell’Università Bicocca di Milano.

Chi lavora “tanto” da remoto si preoccupa per la carriera

A partire dai 40 anni, le differenze tra i due gruppi si riducono e le donne con figli ricorrono maggiormente a questa modalità lavorativa rispetto a quelle senza.
Dopo i 50 anni, invece, lo smart working declina e tende a stabilizzarsi. Un quadro, questo, su cui si vede l’impatto della tendenza generale ad avere figli in età sempre più avanzata.

Lo studio Amgen-Bicocca, intitolato ‘Flessibilità sul luogo e l’orario di lavoro: cosa ne pensano lavoratori e lavoratrici?’, fa emergere, per la prima volta, anche le differenze legate alla frequenza di utilizzo dello smart working.
Ad esempio, le donne che lavorano con maggior frequenza da remoto, ovvero, per più del 50% dell’orario lavorativo, mostrano più preoccupazioni per i percorsi di carriera rispetto alle donne che non praticano il lavoro agile, o lo praticano con minore assiduità.

Dopo i 50 anni diminuisce la necessità di flessibilità

La ragione sembra risiedere nel timore che essere meno ‘in presa diretta’ con le dinamiche lavorative possa fare perdere opportunità in termini di promozioni e mobilità, riferisce Il Sole 24 Ore.

In pratica, le donne senza figli vedono nello smart working un’opportunità per dedicarsi maggiormente alla carriera e alle ambizioni personali, mentre dopo i 50 anni la preferenza per lo smart working diminuisce sia per la minore necessità di flessibilità legata ai figli, sia per un ritorno alla socialità lavorativa e al desiderio di mantenere un contatto più diretto con l’ambiente aziendale.

Libertà, produttività e bilanciamento delle responsabilità familiari

Le scelte legate allo smart working sono fortemente influenzate da fattori personali e professionali. Se per i giovani adulti senza figli il lavoro agile rappresenta una modalità che favorisce libertà e produttività, per i genitori è uno strumento utile per bilanciare meglio le responsabilità familiari.

Di fatto, l’evoluzione dello smart working riflette i cambiamenti nelle priorità personali e professionali durante le diverse fasi della vita.
Questi dati evidenziano come le aziende possano trarre beneficio da una maggiore flessibilità nelle politiche di lavoro, adattandole alle esigenze specifiche dei propri dipendenti in base all’età, alla famiglia e alle ambizioni di carriera.

Live shopping: il “ponte” fra social media ed e-commerce piace agli utenti?

Il live shopping si sta imponendo come una soluzione innovativa per combinare l’interazione sociale dei social media con l’efficienza dell’e-commerce. Secondo la ricerca “Live Shopping: la rivoluzione dell’e-commerce”, realizzata da Nielsen per Bazr,  app europea di live social commerce, gli italiani stanno manifestando un interesse sempre maggiore verso questa modalità di acquisto.

Lo studio ha coinvolto 2.060 consumatori tra i 18 e i 44 anni che acquistano online e seguono influencer, analizzando l’evoluzione delle abitudini di acquisto e le potenzialità di tale sinergia.

Vantaggi e limiti dell’e-commerce “classico”
L’e-commerce è apprezzato per la sua comodità (67%), la possibilità di confrontare prezzi e recensioni (63%) e l’ampia scelta di prodotti (51%). Non mancano però alcuni elementi critici: il 49% degli acquirenti segnala discrepanze tra i prodotti ricevuti e le descrizioni online, mentre il 44% lamenta recensioni inaffidabili.

Rappresentano un deterrente anche alcuni ostacoli logistici, come i problemi nei resi (31%) o i costi di spedizione elevati (45%). Questi elementi suggeriscono la necessità di migliorare l’esperienza online, rendendola più trasparente e affidabile.

Il ruolo strategico dei social media
I social media influenzano profondamente le decisioni di acquisto, con il 93% degli intervistati che riconosce il loro impatto. Questi strumenti aiutano a scoprire nuovi prodotti (78%) e trend (66%) e a consultare recensioni (63%).

Però quasi la metà degli utenti (48%) che nota un prodotto interessante sui social non procede all’acquisto, spesso per dimenticanza (17%) o difficoltà a trovare l’articolo (13%).

La crescita dei contenuti live
I contenuti live stanno guadagnando terreno: il 46% degli intervistati ha aumentato il consumo di live streaming nell’ultimo anno, attratto dall’intrattenimento (33%), dalla sensazione di appartenenza (35%) e dall’interazione diretta con creator (39%). Il 37% degli utenti apprezza l’autenticità dei presentatori, soprattutto tra i più giovani.

Il futuro del live shopping
Il live shopping offre una soluzione ai limiti dell’e-commerce tradizionale. Il 58% degli intervistati conosce questa modalità, e il 49% si dichiara interessato a provarla. Gli utenti apprezzano la possibilità di vedere i prodotti in diretta (36%) e l’autenticità dei presentatori, desiderando un’esperienza più immediata e vera.
Simone Giacomini, founder di Bazr, sottolinea come questa modalità rappresenti una rivoluzione: “Uniamo l’autenticità delle live all’immediatezza dell’acquisto, trasformando l’e-commerce in un’esperienza più umana e interattiva”.