Logistica, elemento chiave per una sanità efficiente

Negli ultimi anni, la logistica nel settore sanitario ha assunto un ruolo sempre più centrale, sia perchè garantisce la distribuzione efficiente di farmaci e dispositivi medici, sia perchè migliora la qualità del servizio. Tuttavia, la gestione della supply chain sanitaria deve ancora evolversi per essere considerata un vero asset strategico e non solo un costo operativo.

Secondo lo studio dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, condotto in collaborazione con il Consorzio Dafne, il settore mostra un trend di crescita del fatturato tra il 2019 e il 2023, ma con margini di profitto ancora contenuti. Nel 2024, infatti, la redditività media degli operatori logistici nel comparto Healthcare si attesta al 3,5%, un valore inferiore rispetto alla media della Contract Logistics italiana, pari al 5,3%.

Crescita del fatturato, ma margini ridotti

Il settore presenta alcune differenze significative tra i vari attori della filiera. I vettori nazionali hanno una redditività media del 5,8%, superiore a quella degli operatori logistici generali (3,5%). I vettori regionali registrano un margine del 4,7%, inferiore rispetto ai vettori nazionali ma comunque positivo. La distribuzione intermedia è il segmento con le marginalità più ridotte: il profitto medio è del 1,5%, con il 47% degli operatori che ha un EBITDA inferiore al 2%.

Sul fronte operativo, il volume totale di colli movimentati è rimasto pressoché stabile (-1,7%), con una lieve crescita del peso trasportato (+1%). Tuttavia, si è verificata una riduzione del numero di spedizioni (-5,5%), segnale di una razionalizzazione dei flussi logistici.

Le principali destinazioni della logistica sanitaria restano farmacie (40%) e ospedali (43%), che assorbono oltre l’80% delle spedizioni complessive. Un dato interessante è la crescita della consegna diretta ai pazienti (home delivery), passata dall’1% nel 2019 al 4% nel 2024, una tendenza favorita dall’innovazione tecnologica e dai nuovi modelli di assistenza sanitaria domiciliare.
Dal punto di vista territoriale, Lombardia e Lazio si confermano le regioni da cui partono la maggior parte dei flussi logistici (quasi il 90% del totale), mentre Campania si unisce alle due precedenti come una delle principali destinazioni dei prodotti sanitari.

La digitalizzazione come leva di sviluppo

Un aspetto cruciale per il futuro della logistica sanitaria è rappresentato dalla digitalizzazione. Secondo lo studio, 8 aziende sanitarie su 10 stanno pianificando progetti per migliorare la gestione della supply chain attraverso tecnologie avanzate nei prossimi cinque anni.
Come sottolinea Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, l’integrazione di soluzioni digitali e la maggiore collaborazione tra gli attori del settore hanno già permesso di migliorare la gestione dei picchi di domanda, rendendo i processi più fluidi rispetto al passato.

Anche Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, evidenzia che la crescente complessità del mercato ha dimostrato l’importanza strategica della logistica nella sanità. Tuttavia, i margini di profitto ancora contenuti indicano che è necessario un ulteriore passo avanti per valorizzare pienamente il ruolo della logistica come funzione strategica.
Un tema ‘caldo’ per il futuro è l’applicazione della Falsified Medicine Directive (FMD), la normativa europea sulla serializzazione dei farmaci che entrerà in vigore in Italia. Secondo Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio, questa nuova regolamentazione imporrà cambiamenti significativi nei processi logistici, aumentando le esigenze di tracciabilità e sicurezza nella distribuzione dei medicinali.

Verso una logistica più innovativa

Il settore della logistica Healthcare è in piena trasformazione. L’integrazione di nuove tecnologie, l’ottimizzazione dei processi e un approccio più collaborativo tra le aziende stanno contribuendo a migliorare l’efficienza della filiera.

Tuttavia, per rendere la supply chain sanitaria un vero vantaggio competitivo, sarà fondamentale investire in innovazione, migliorare la gestione dei flussi e aumentare la redditività delle operazioni. Solo così il settore potrà affrontare le sfide future e garantire un servizio sempre più efficace e sostenibile.

Gli italiani e i risparmi: il 65% mette da parte per investire

Nonostante nell’ultimo anno sempre meno italiani riescano ad accantonare parte dello stipendio, il 65% degli italiani che negli anni ha risparmiato tende a investire i soldi messi da parte. Il 55% di loro predilige i prodotti finanziari classici, come fondi o titoli di Stato, mentre il 45% opta per libretti di risparmio e conti deposito.

C’è, inoltre, una quota rilevante di risparmiatori, pari al 35%, composta soprattutto da donne e giovani, che lascia i propri risparmi sul conto corrente rinunciando a farli fruttare. Il motivo? Soprattutto, diffidenza e timore.
È quanto è emerso dall’analisi sul risparmio degli italiani condotta dall’Osservatorio mensile Findomestic, del Gruppo Bnp, anticipata dall’Adnkronos

La diffusa tendenza a rinviare gli acquisti

Oltre la metà (55%) di chi ha risparmi investiti ha rinunciato ad acquisti importanti, oppure li ha rinviati per tenere bloccati i propri risparmi e beneficiare così dei rendimenti elevati garantiti dai prodotti finanziari negli ultimi tempi.

Si tratta del 23% del campione complessivo, la cui tendenza al rinvio degli acquisti importanti è dovuta anche al perdurante clima di grande incertezza e preoccupazione rilevato oramai da anni dall’Osservatorio Findomestic.

Si “accantona” a scopo difensivo

“Il risparmio accantonato – spiega Claudio Bardazzi, responsabile dell’osservatorio – ha principalmente uno scopo difensivo: quasi il 70% degli intervistati lo destina alla creazione di una riserva per le emergenze e gli imprevisti. Ma c’è anche un 55% che risparmia per permettersi acquisti significativi in futuro, come un immobile (13%), un’auto o altri beni per la famiglia (19%), o per sostenere spese importanti per i figli (18%). Altri risparmiano per mantenere in pensione il tenore di vita acquisito in età lavorativa (23%) o per lasciare un’eredità importante ai propri familiari (11%), a dimostrazione di come gli italiani continuino a considerare il risparmio uno strumento essenziale per affrontare il futuro con maggiore sicurezza”.

Ma il 56% non riesce a mettere via niente

Negli ultimi mesi solo il 33% degli italiani però è riuscito a risparmiare qualcosa del reddito guadagnato, ma quasi 7 su 10 dichiarano di avere comunque soldi da parte. Oltre la metà (56%) non riesce, l’11% non ne ha percezione.

Se da un lato la capacità di accantonare regolarmente una parte di quanto si guadagna è una prerogativa di pochi, dall’altro la tendenza a costruire un risparmio nel tempo appartiene a una larga maggioranza della popolazione.
Quasi la metà di chi ha soldi da parte risparmia senza un metodo e un programma specifico, solo il 22% fissa degli obiettivi e li raggiunge, mentre il 30%, pur ponendosi degli obiettivi, non riesce a centrarli.

AI evolve negli attacchi di phishing. A rischio anche gli esperti

Secondo uno studio di Kaspersky, nell’ultimo anno il numero di attacchi informatici subiti dalle aziende italiane è aumentato del 45%. Tra le minacce più comuni, il phishing, segnalato da poco più della metà (52%) degli italiani. E con l’adozione sempre più diffusa dell’Intelligenza artificiale da parte dei cybercriminali, il 52% prevede un ulteriore aumento degli attacchi di phishing nei prossimi mesi.

L’evoluzione dell’AI ha trasformato le modalità di attacco dei cybercriminali. Una tendenza preoccupante è il suo utilizzo per perfezionare gli attacchi di phishing, rendendoli sempre più mirati, sofisticati e difficili da riconoscere. Tanto che anche i dipendenti più esperti cadono in queste truffe.

L’esperienza non è più sufficiente a evitare di cadere nella trappola

In passato, gli attacchi di phishing prevedevano l’invio di messaggi generici a migliaia di persone, sperando che qualcuno cadesse nella truffa.
L’Intelligenza artificiale ha rivoluzionato questo approccio, permettendo di generare e-mail altamente personalizzate e in grandi quantità.

Sfruttando le informazioni pubbliche, come quelle presenti su social media, siti web aziendali e offerte di lavoro, gli strumenti basati sull’AI sono in grado di creare messaggi su misura per il ruolo, gli interessi e lo stile di comunicazione di ogni singolo utente.

Ad esempio, un cfo potrebbe ricevere una falsa e-mail che riproduce perfettamente il tono e lo stile dei messaggi del ceo, con riferimenti precisi a eventi aziendali recenti.
Questo livello di personalizzazione rende estremamente difficile distinguere le comunicazioni legittime da quelle fraudolente.

Bypassare le difese tradizionali

Poi ci sono i deepfake. In un recente caso gli attaccanti hanno utilizzato questa la tecnologia per impersonificare diversi soggetti durante una videoconferenza, convincendo un dipendente a trasferire circa 25,6 milioni di dollari.

Ma grazie all’aiuto dell’AI i cybercriminali possono anche manipolare lo script dei sistemi di filtraggio tradizionali delle e-mail. Analizzando e replicando modelli di e-mail legittime, le e-mail di phishing generate dall’AI riescono spesso a eludere il rilevamento da parte dei software di sicurezza. E gli algoritmi di machine learning possono perfezionare in tempo reale le campagne di phishing, aumentando le probabilità di successo e rendendo gli attacchi sempre più sofisticati.

Come difendersi?

Il livello di realismo e personalizzazione che l’AI è in grado di raggiungere può annullare lo scetticismo che mantiene cauti i professionisti più esperti. Inoltre, questi attacchi sfruttano abilmente la psicologia umana, facendo leva sull’urgenza, la paura o l’autorità, per indurre i dipendenti ad agire d’impulso senza verificare l’autenticità delle richieste.

Per difendersi dagli attacchi di phishing basati sull’AI le aziende devono adottare un approccio proattivo e multilivello alla cybersecurity. È fondamentale che i dipendenti ricevano una formazione periodica e sempre aggiornata in materia di sicurezza informatica.
Inoltre, le aziende dovrebbero implementare soluzioni di sicurezza avanzate, e un modello ‘zero-trust’, in grado di minimizzare i danni in caso di attacco poiché limita l’accesso ai dati e ai sistemi sensibili.

Smart working: preferito da donne giovani e senza figli

Lo smart working è una modalità organizzativa molto apprezzata tra le donne giovani e senza figli. Nella fascia 30-34 anni la scelta del lavoro agile è tre volte più alta tra chi non è madre, ed è pari al 12,6%, mentre tra chi lo è la quota si ferma al 4,5%.
Ma la situazione si ribalta verso i 45 anni: nella fascia 45-49 anni le smart worker madri superano quelle senza figli, e le curve si invertono.

Questo cambiamento è attribuibile a una maggiore esigenza di flessibilità per conciliare lavoro e famiglia in una fase della vita dove i figli richiedono un supporto più strutturato.
Sono alcuni risultati di uno studio della multinazionale delle biotecnologie farmaceutiche Amgen e dell’Università Bicocca di Milano.

Chi lavora “tanto” da remoto si preoccupa per la carriera

A partire dai 40 anni, le differenze tra i due gruppi si riducono e le donne con figli ricorrono maggiormente a questa modalità lavorativa rispetto a quelle senza.
Dopo i 50 anni, invece, lo smart working declina e tende a stabilizzarsi. Un quadro, questo, su cui si vede l’impatto della tendenza generale ad avere figli in età sempre più avanzata.

Lo studio Amgen-Bicocca, intitolato ‘Flessibilità sul luogo e l’orario di lavoro: cosa ne pensano lavoratori e lavoratrici?’, fa emergere, per la prima volta, anche le differenze legate alla frequenza di utilizzo dello smart working.
Ad esempio, le donne che lavorano con maggior frequenza da remoto, ovvero, per più del 50% dell’orario lavorativo, mostrano più preoccupazioni per i percorsi di carriera rispetto alle donne che non praticano il lavoro agile, o lo praticano con minore assiduità.

Dopo i 50 anni diminuisce la necessità di flessibilità

La ragione sembra risiedere nel timore che essere meno ‘in presa diretta’ con le dinamiche lavorative possa fare perdere opportunità in termini di promozioni e mobilità, riferisce Il Sole 24 Ore.

In pratica, le donne senza figli vedono nello smart working un’opportunità per dedicarsi maggiormente alla carriera e alle ambizioni personali, mentre dopo i 50 anni la preferenza per lo smart working diminuisce sia per la minore necessità di flessibilità legata ai figli, sia per un ritorno alla socialità lavorativa e al desiderio di mantenere un contatto più diretto con l’ambiente aziendale.

Libertà, produttività e bilanciamento delle responsabilità familiari

Le scelte legate allo smart working sono fortemente influenzate da fattori personali e professionali. Se per i giovani adulti senza figli il lavoro agile rappresenta una modalità che favorisce libertà e produttività, per i genitori è uno strumento utile per bilanciare meglio le responsabilità familiari.

Di fatto, l’evoluzione dello smart working riflette i cambiamenti nelle priorità personali e professionali durante le diverse fasi della vita.
Questi dati evidenziano come le aziende possano trarre beneficio da una maggiore flessibilità nelle politiche di lavoro, adattandole alle esigenze specifiche dei propri dipendenti in base all’età, alla famiglia e alle ambizioni di carriera.

Live shopping: il “ponte” fra social media ed e-commerce piace agli utenti?

Il live shopping si sta imponendo come una soluzione innovativa per combinare l’interazione sociale dei social media con l’efficienza dell’e-commerce. Secondo la ricerca “Live Shopping: la rivoluzione dell’e-commerce”, realizzata da Nielsen per Bazr,  app europea di live social commerce, gli italiani stanno manifestando un interesse sempre maggiore verso questa modalità di acquisto.

Lo studio ha coinvolto 2.060 consumatori tra i 18 e i 44 anni che acquistano online e seguono influencer, analizzando l’evoluzione delle abitudini di acquisto e le potenzialità di tale sinergia.

Vantaggi e limiti dell’e-commerce “classico”
L’e-commerce è apprezzato per la sua comodità (67%), la possibilità di confrontare prezzi e recensioni (63%) e l’ampia scelta di prodotti (51%). Non mancano però alcuni elementi critici: il 49% degli acquirenti segnala discrepanze tra i prodotti ricevuti e le descrizioni online, mentre il 44% lamenta recensioni inaffidabili.

Rappresentano un deterrente anche alcuni ostacoli logistici, come i problemi nei resi (31%) o i costi di spedizione elevati (45%). Questi elementi suggeriscono la necessità di migliorare l’esperienza online, rendendola più trasparente e affidabile.

Il ruolo strategico dei social media
I social media influenzano profondamente le decisioni di acquisto, con il 93% degli intervistati che riconosce il loro impatto. Questi strumenti aiutano a scoprire nuovi prodotti (78%) e trend (66%) e a consultare recensioni (63%).

Però quasi la metà degli utenti (48%) che nota un prodotto interessante sui social non procede all’acquisto, spesso per dimenticanza (17%) o difficoltà a trovare l’articolo (13%).

La crescita dei contenuti live
I contenuti live stanno guadagnando terreno: il 46% degli intervistati ha aumentato il consumo di live streaming nell’ultimo anno, attratto dall’intrattenimento (33%), dalla sensazione di appartenenza (35%) e dall’interazione diretta con creator (39%). Il 37% degli utenti apprezza l’autenticità dei presentatori, soprattutto tra i più giovani.

Il futuro del live shopping
Il live shopping offre una soluzione ai limiti dell’e-commerce tradizionale. Il 58% degli intervistati conosce questa modalità, e il 49% si dichiara interessato a provarla. Gli utenti apprezzano la possibilità di vedere i prodotti in diretta (36%) e l’autenticità dei presentatori, desiderando un’esperienza più immediata e vera.
Simone Giacomini, founder di Bazr, sottolinea come questa modalità rappresenti una rivoluzione: “Uniamo l’autenticità delle live all’immediatezza dell’acquisto, trasformando l’e-commerce in un’esperienza più umana e interattiva”.

Con il Black Friday è schizzata la domanda di credito al consumo 

Il Black Friday rappresenta per molti italiani un’occasione imperdibile per fare shopping. Tanto che sono moltissimi i nostri connazionali che decidono di ricorrere al credito al consumo pur di non lasciarsi sfuggire le offerte. In occasione del Black Friday e nei mesi di ottobre e novembre 2024 fino al Cyber Monday, la domanda di credito al consumo da parte delle famiglie italiane ha infatti registrato un deciso aumento. Rispetto alla media dello stesso periodo dell’anno precedente, si è osservato un incremento del 7%.

Tra le varie tipologie di finanziamento, si distinguono in particolare le richieste di Buy Now Pay Later (+59%) e di affidamenti revolving (+54%). L’aumento è stato favorito dall’anticipo delle offerte, che ha determinato un’accelerazione delle richieste già a partire da metà novembre.

Un’indagine su un campione di due milioni di richieste 

I dati provengono da uno studio condotto da Crif su un campione di oltre 2 milioni di richieste di prestiti personali, prestiti finalizzati, affidamenti revolving e Buy Now Pay Later effettuate da consumatori italiani nei due mesi presi in esame. L’indagine ha evidenziato che il periodo promozionale del Black Friday e del Cyber Monday ha giocato un ruolo chiave nel trainare la domanda di credito, con una forte concentrazione durante il fine settimana delle dedicato alle super offerte.

Voglia di flessibilità anche nei finanziamenti

Secondo Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, la crescita della domanda di credito è strettamente legata alle promozioni di questa stagione, che spingono i consumatori a scegliere forme di finanziamento flessibili come il Buy Now Pay Later, sempre più diffuse in Italia.

Inoltre, in un contesto economico caratterizzato da una riduzione dell’inflazione e da tassi d’interesse favorevoli, le famiglie italiane sembrano più fiduciose rispetto alla propria capacità di spesa, mostrando una maggiore propensione a ricorrere al credito per sostenere i consumi.

Tendenze, richiedenti e importo medio 

Durante il Black Friday, gli importi medi richiesti per il credito al consumo sono stati inferiori rispetto alle settimane precedenti. Questo dato riflette un cambiamento nel mix di prodotti acquistati, con una preferenza per strumenti finanziari innovativi e di basso importo, come il Buy Now Pay Later. Analizzando le richieste di credito durante il Black Friday, emerge che la Generazione X e i Millennials rappresentano la maggioranza dei richiedenti. Tuttavia, le forme di credito più innovative, come il Buy Now Pay Later, attirano anche la Generazione Z, che copre oltre il 20% delle richieste.

Al contrario, i Baby Boomers continuano a mantenere una quota rilevante nel settore dei prestiti tradizionali. Tale scenario mette in evidenza l’evoluzione del mercato del credito, che sempre più si adatta alle nuove abitudini di consumo delle diverse fasce generazionali.

Spam: analisi di un fenomeno che ha cambiato le abitudini quotidiane

Un fenomeno dalle dimensioni imponenti: lo spam in Italia ‘colpisce’ 9 persone su 10, con alcune differenze in termini di impatto e cambiamento dei comportamenti a seconda del mezzo ‘preso di mira’.
Secondo i dati di una ricerca condotta da Human Highway, il 43% degli italiani riceve diverse chiamate indesiderate alla settimana, e un altro 47%, una volta a settimana.

In termini di frequenza, è l’e-mail il mezzo più incriminato, e per il 34%, il più fastidioso. Quasi il 50% riceve molto frequentemente e-mail indesiderate, e un altro 38% in modo più sporadico.
Ma nonostante la posta elettronica sia la più utilizzata dagli spammer, è il cellulare quello che ‘soffre’ di più.

Come proteggersi?

Sono 22 milioni gli italiani che attribuiscono il livello massimo di fastidio a chiamate e SMS invadenti. E se donne e over 45 sono le categorie più infastidite dal fenomeno, il Nord Italia è la zona più insofferente.
Ma cosa si fa per proteggersi?
Venti milioni di italiani adottano strategie per limitare il fastidio delle chiamate indesiderate, tra cui silenziare la suoneria per numeri sconosciuti, bloccare i numeri da cui provengono chiamate non desiderate, oppure, non rispondere immediatamente e richiamare in seguito.

Più di 8 milioni, invece, non rispondono più al telefono se non riconoscono il numero.
Solo una minoranza, circa 3,4 milioni di italiani, non ha cambiato le proprie abitudini limitandosi a segnalare la pervasività e l’impatto di questo fenomeno.

Le origini di una parola

Il vocabolo ‘spam’, di fatto, è l’acronimo ottenuto dalla contrazione dei termini in lingua inglese ‘spiced’ e ‘ham’ (prosciutto speziato). Parola che indicava, originariamente, un marchio di carne in scatola dal costo contenuto e di bassa qualità.
La parola ‘spam’ venne resa celebre da uno sketch televisivo del gruppo comico inglese Monty Python trasmesso il 15 dicembre 1970, e da quel momento iniziò a essere associata a qualcosa di indesiderato, fastidioso, eccessivo e ossessivo.

Quanto all’utilizzo del termine ‘spam’ nella sua nuova accezione, quella di messaggi di posta elettronica non richiesti e indesiderati, pare che il primo spam sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC (Digital Equipment Corporation) a tutti i destinatari ARPAnet della costa ovest degli USA (alcune centinaia di persone) al fine di pubblicizzare un nuovo prodotto. 

Quando tutto è cominciato

Secondo altre fonti, l’anno del primo spam è il 1993. L’amministratore di Usenet, la rete mondiale composta da server interconnessi tra loro adibiti alla raccolta di news, post e messaggi, il 31 marzo del 1993 erroneamente inviò decine di messaggi identici a svariati destinatari, che trovarono immediatamente un termine efficace e appropriato per definire tali messaggi, ‘spam’, appunto.

Ma uno dei primi mass mailing di spamming ‘volontario’ ebbe luogo l’anno seguente a opera di uno studio legale statunitense, che utilizzò la rete Usenet per disseminare una gran quantità di messaggi pubblicitari segnando l’inizio vero e proprio dello spam commerciale.

Cybersecurity: aumenta il numero di app dannose spacciate per VPN

I cybercriminali non si fermano mai, e colgono ogni occasione per mettere a segno i loro attacchi per introdursi nei sistemi degli utenti al fine di sottrarre dati, o chiedere un riscatto sottoforma di denaro.
Da tempo, i criminali informatici stanno sfruttando l’esigenza di maggiore privacy da parte degli internauti offrendo false VPN gratuite da scaricare, anche dagli store ufficiali.

Ma cos’è una VPN? Una Virtual Private Network (rete privata virtuale) è un servizio che offre sicurezza e privacy agli utenti celando il loro indirizzo IP.
In questo modo, gli Internet Service Provider (ISP) e altri fornitori di terze parti non possono monitorare i siti web visitati o i dati inviati e ricevuti dagli utenti.

In Europa quadruplicano i download pericolosi

Una delle funzioni più apprezzate delle VPN è la possibilità di ‘cambiare’ posizione, collegandosi a un server in un altro Paese, permettendo così di accedere a contenuti web, come ad esempio show e film su piattaforme di streaming, aggirando le restrizioni geografiche.

Di fatto, nel terzo trimestre del 2024 gli esperti di Kaspersky hanno registrato un aumento di quattro volte rispetto al trimestre precedente nel numero di utenti in Europa che sono stati esposti a applicazioni che si spacciavano per VPN gratuite.
In realtà, queste app si sono rivelate essere malware o programmi che potrebbero essere sfruttati dai cybercriminali. E questa crescita è continuata anche nel quarto trimestre dell’anno.

Smantellata 911 S5, la più grande botnet mai creata

Nel maggio 2024, le forze dell’ordine hanno smantellato una botnet (una rete di dispositivi informatici compromessi), nota come 911 S5.
Per creare questa botnet sono stati utilizzati diversi servizi VPN gratuiti (MaskVPN, DewVPN, PaladinVPN, ProxyGate, ShieldVPN e ShineVPN). Quando gli utenti installavano queste app, i loro dispositivi venivano trasformati in server proxy che indirizzavano il traffico di altri.

Questo network dannoso si estendeva su 19 milioni di indirizzi IP unici in oltre 190 Paesi in tutto il mondo, diventando probabilmente la più grande botnet mai creata.
Gli amministratori della botnet vendevano l’accesso ai server proxy infetti ad altri cybercriminali, che li utilizzavano per attacchi informatici, riciclaggio di denaro e frodi su larga scala.

Se è su Google Play è sicura. Niente di più falso

“La domanda di app VPN è in forte crescita su tutte le piattaforme, inclusi smartphone e pc. Molti utenti credono che se una app VPN si trova in store affidabili, come Google Play, sia sicura e possa essere utilizzata per accedere a contenuti non disponibili nella loro zona – ha dichiarato Vasily Kolesnikov, esperto di sicurezza di Kaspersky -. In particolare, spesso si pensa che le app VPN gratuite siano quelle migliori. Tuttavia, questa convinzione può rivelarsi pericolosa, come dimostrano i recenti casi e le statistiche che evidenziano l’aumento delle app VPN malevole. Per proteggersi, è fondamentale scegliere un servizio VPN affidabile, e utilizzare contemporaneamente anche una soluzione di sicurezza adeguata”.

Retail: cosa vogliono i consumatori? Efficienza, facilità di acquisto, servizi digitali

È quanto emerge dalla ricerca condotta da BVA Doxa dal titolo ‘Consumer trend e le evoluzioni dei bisogni nel retail’, presentata all’apertura del Forum Retail 2024: i momenti chiave in un’esperienza d’acquisto possono influenzare significativamente la soddisfazione del cliente.
Infatti, 7 italiani su 10 sono alla ricerca di esperienze di acquisto nuove e diverse per il futuro.

In generale, efficienza, facilità di acquisto e servizi digitali sono gli elementi desiderati da tutti i consumatori, e si possono considerare veri e propri ‘must have’ delle aziende di ogni settore.
Ma allora come devono agire le aziende per rafforzare il legame con la clientela?

I momenti EPIC aiutano a costruire una relazione retailer-consumatore duratura

Anzitutto, devono puntare a creare ‘momenti EPIC’, ovvero esperienze memorabili che superino le aspettative di chi le fruisce.

Questo approccio è cruciale per costruire una relazione retailer-consumatore duratura nel tempo. Infatti, tra gli intervistati, con l’88% del consenso, emerge con forza il desiderio di esperienze fluide e coerenti nelle diverse fasi del processo di acquisto, prestando particolare attenzione alla continuità tra online e negozio fisico. 

Personalizzare è sempre più cruciale: come valorizzare l’esperienza di acquisto

Cresce anche la richiesta di una maggiore personalizzazione da parte dei clienti (75%), mentre il 63% afferma di essere disposto a cedere i propri dati, ma solo ai brand e alle aziende di cui si fidano e in cui si riconoscono, e che in cambio possono offrire loro proposte su misura.

Analizzando nel dettaglio due comparti molto diversi della distribuzione moderna, come fashion e pet, l’aspetto più rilevante sul quale fa luce la ricerca è l’apprezzamento da parte della clientela di una serie di opzioni. Un’ampia gamma di pagamenti digitali, servizi di consegna a casa, dettagli di prodotto, sistemi di pagamento veloci o senza cassa, smart display e totem informativi, sono infatti elementi chiave che contribuiscono in maniera significativa a valorizzare l’esperienza di acquisto.

Un ecosistema di servizi e l’empatia del personale fanno la differenza

Si evidenzia, quindi, come la facilità nel processo di acquisto e la disponibilità di un ecosistema di servizi diventino i nuovi ‘must have’ per le aziende di tutti i settori del retail.

Va inoltre segnalata l’importanza del fattore umano. Per il settore fashion, l’86% degli intervistati sceglie il negozio in base alla preparazione e all’empatia del personale.
Questa percentuale sale al 92% nel settore pet, evidenziando quanto ormai anche gli animali siano percepiti come parte integrante del nucleo familiare, e meritevoli di ogni cura e attenzione.

Intelligenza Artificiale e medicina di genere: quali scenari futuri? 

Fondazione Onda ETS, insieme a importanti istituzioni come l’Istituto Superiore di Sanità e la Società Italiana per la Salute Digitale e la Telemedicina, ha lanciato un appello per promuovere l’integrazione di un approccio di genere nell’Intelligenza Artificiale (IA) applicata alla medicina, con l’obiettivo di garantire equità e pari opportunità nella salute.

Rischi di disparità nei dati e nei trattamenti

L’introduzione dell’IA in medicina sta rivoluzionando le modalità di diagnosi e trattamento delle malattie. Tuttavia, si evidenziano potenziali rischi di disparità di genere, con conseguenze concrete sulla salute delle donne. Diagnosi meno accurate, diseguaglianze nel riconoscimento delle immagini mediche e una maggiore incidenza di reazioni avverse ai farmaci sono solo alcuni dei problemi emersi.

La Fondazione Onda ETS ha evidenziato l’importanza di considerare questi aspetti nel recente congresso tenutosi a settembre, durante il quale sono stati discussi i risultati di un’indagine di Elma Research su 433 medici. La ricerca ha rivelato che, sebbene l’IA venga associata principalmente alla diagnosi, oltre il 50% dei medici manifesta incertezze legate alla trasparenza e all’etica nell’uso di questi strumenti.

La necessità di un’IA davvero equa

Per garantire che l’IA rispetti i principi di equità di genere, è fondamentale che i modelli di apprendimento automatico siano addestrati su dati che rappresentino adeguatamente sia uomini sia donne. Come evidenziato da Elena Ortona, direttrice del Centro di Medicina di Genere dell’ISS, gli algoritmi basati su database che includono esclusivamente dati maschili rischiano di non rispondere alle esigenze di genere, soprattutto nei campi emergenti della medicina di precisione.

Per correggere questa tendenza, occorre raccogliere dati specifici per genere e valutare parametri complessi, come le differenze sociali e culturali, integrandoli nei modelli di IA.

Migliorare l’inclusività 

Secondo Anna Maria Moretti, Presidente di GISeG, considerare le variabili di genere nei processi clinici può contribuire a un percorso sanitario più personalizzato ed efficace. Tuttavia, la raccolta di dati più inclusivi non basta: serve anche un monitoraggio rigoroso e periodico dei sistemi di IA per individuare eventuali bias di genere.

Verso un’assistenza sanitaria più “giusta”

Maria Grazia Modena, del Centro P.A.S.C.I.A., sottolinea l’importanza di assicurare che l’IA rispetti le diversità di genere, migliorando la qualità delle cure per tutti. Solo un sistema sanitario che utilizza l’IA in modo equilibrato e inclusivo può prevenire errori diagnostici e promuovere trattamenti equi, raggiungendo così l’obiettivo di una medicina davvero personalizzata e accessibile.