Con il Black Friday è schizzata la domanda di credito al consumo 

Il Black Friday rappresenta per molti italiani un’occasione imperdibile per fare shopping. Tanto che sono moltissimi i nostri connazionali che decidono di ricorrere al credito al consumo pur di non lasciarsi sfuggire le offerte. In occasione del Black Friday e nei mesi di ottobre e novembre 2024 fino al Cyber Monday, la domanda di credito al consumo da parte delle famiglie italiane ha infatti registrato un deciso aumento. Rispetto alla media dello stesso periodo dell’anno precedente, si è osservato un incremento del 7%.

Tra le varie tipologie di finanziamento, si distinguono in particolare le richieste di Buy Now Pay Later (+59%) e di affidamenti revolving (+54%). L’aumento è stato favorito dall’anticipo delle offerte, che ha determinato un’accelerazione delle richieste già a partire da metà novembre.

Un’indagine su un campione di due milioni di richieste 

I dati provengono da uno studio condotto da Crif su un campione di oltre 2 milioni di richieste di prestiti personali, prestiti finalizzati, affidamenti revolving e Buy Now Pay Later effettuate da consumatori italiani nei due mesi presi in esame. L’indagine ha evidenziato che il periodo promozionale del Black Friday e del Cyber Monday ha giocato un ruolo chiave nel trainare la domanda di credito, con una forte concentrazione durante il fine settimana delle dedicato alle super offerte.

Voglia di flessibilità anche nei finanziamenti

Secondo Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, la crescita della domanda di credito è strettamente legata alle promozioni di questa stagione, che spingono i consumatori a scegliere forme di finanziamento flessibili come il Buy Now Pay Later, sempre più diffuse in Italia.

Inoltre, in un contesto economico caratterizzato da una riduzione dell’inflazione e da tassi d’interesse favorevoli, le famiglie italiane sembrano più fiduciose rispetto alla propria capacità di spesa, mostrando una maggiore propensione a ricorrere al credito per sostenere i consumi.

Tendenze, richiedenti e importo medio 

Durante il Black Friday, gli importi medi richiesti per il credito al consumo sono stati inferiori rispetto alle settimane precedenti. Questo dato riflette un cambiamento nel mix di prodotti acquistati, con una preferenza per strumenti finanziari innovativi e di basso importo, come il Buy Now Pay Later. Analizzando le richieste di credito durante il Black Friday, emerge che la Generazione X e i Millennials rappresentano la maggioranza dei richiedenti. Tuttavia, le forme di credito più innovative, come il Buy Now Pay Later, attirano anche la Generazione Z, che copre oltre il 20% delle richieste.

Al contrario, i Baby Boomers continuano a mantenere una quota rilevante nel settore dei prestiti tradizionali. Tale scenario mette in evidenza l’evoluzione del mercato del credito, che sempre più si adatta alle nuove abitudini di consumo delle diverse fasce generazionali.

Spam: analisi di un fenomeno che ha cambiato le abitudini quotidiane

Un fenomeno dalle dimensioni imponenti: lo spam in Italia ‘colpisce’ 9 persone su 10, con alcune differenze in termini di impatto e cambiamento dei comportamenti a seconda del mezzo ‘preso di mira’.
Secondo i dati di una ricerca condotta da Human Highway, il 43% degli italiani riceve diverse chiamate indesiderate alla settimana, e un altro 47%, una volta a settimana.

In termini di frequenza, è l’e-mail il mezzo più incriminato, e per il 34%, il più fastidioso. Quasi il 50% riceve molto frequentemente e-mail indesiderate, e un altro 38% in modo più sporadico.
Ma nonostante la posta elettronica sia la più utilizzata dagli spammer, è il cellulare quello che ‘soffre’ di più.

Come proteggersi?

Sono 22 milioni gli italiani che attribuiscono il livello massimo di fastidio a chiamate e SMS invadenti. E se donne e over 45 sono le categorie più infastidite dal fenomeno, il Nord Italia è la zona più insofferente.
Ma cosa si fa per proteggersi?
Venti milioni di italiani adottano strategie per limitare il fastidio delle chiamate indesiderate, tra cui silenziare la suoneria per numeri sconosciuti, bloccare i numeri da cui provengono chiamate non desiderate, oppure, non rispondere immediatamente e richiamare in seguito.

Più di 8 milioni, invece, non rispondono più al telefono se non riconoscono il numero.
Solo una minoranza, circa 3,4 milioni di italiani, non ha cambiato le proprie abitudini limitandosi a segnalare la pervasività e l’impatto di questo fenomeno.

Le origini di una parola

Il vocabolo ‘spam’, di fatto, è l’acronimo ottenuto dalla contrazione dei termini in lingua inglese ‘spiced’ e ‘ham’ (prosciutto speziato). Parola che indicava, originariamente, un marchio di carne in scatola dal costo contenuto e di bassa qualità.
La parola ‘spam’ venne resa celebre da uno sketch televisivo del gruppo comico inglese Monty Python trasmesso il 15 dicembre 1970, e da quel momento iniziò a essere associata a qualcosa di indesiderato, fastidioso, eccessivo e ossessivo.

Quanto all’utilizzo del termine ‘spam’ nella sua nuova accezione, quella di messaggi di posta elettronica non richiesti e indesiderati, pare che il primo spam sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC (Digital Equipment Corporation) a tutti i destinatari ARPAnet della costa ovest degli USA (alcune centinaia di persone) al fine di pubblicizzare un nuovo prodotto. 

Quando tutto è cominciato

Secondo altre fonti, l’anno del primo spam è il 1993. L’amministratore di Usenet, la rete mondiale composta da server interconnessi tra loro adibiti alla raccolta di news, post e messaggi, il 31 marzo del 1993 erroneamente inviò decine di messaggi identici a svariati destinatari, che trovarono immediatamente un termine efficace e appropriato per definire tali messaggi, ‘spam’, appunto.

Ma uno dei primi mass mailing di spamming ‘volontario’ ebbe luogo l’anno seguente a opera di uno studio legale statunitense, che utilizzò la rete Usenet per disseminare una gran quantità di messaggi pubblicitari segnando l’inizio vero e proprio dello spam commerciale.

Cybersecurity: aumenta il numero di app dannose spacciate per VPN

I cybercriminali non si fermano mai, e colgono ogni occasione per mettere a segno i loro attacchi per introdursi nei sistemi degli utenti al fine di sottrarre dati, o chiedere un riscatto sottoforma di denaro.
Da tempo, i criminali informatici stanno sfruttando l’esigenza di maggiore privacy da parte degli internauti offrendo false VPN gratuite da scaricare, anche dagli store ufficiali.

Ma cos’è una VPN? Una Virtual Private Network (rete privata virtuale) è un servizio che offre sicurezza e privacy agli utenti celando il loro indirizzo IP.
In questo modo, gli Internet Service Provider (ISP) e altri fornitori di terze parti non possono monitorare i siti web visitati o i dati inviati e ricevuti dagli utenti.

In Europa quadruplicano i download pericolosi

Una delle funzioni più apprezzate delle VPN è la possibilità di ‘cambiare’ posizione, collegandosi a un server in un altro Paese, permettendo così di accedere a contenuti web, come ad esempio show e film su piattaforme di streaming, aggirando le restrizioni geografiche.

Di fatto, nel terzo trimestre del 2024 gli esperti di Kaspersky hanno registrato un aumento di quattro volte rispetto al trimestre precedente nel numero di utenti in Europa che sono stati esposti a applicazioni che si spacciavano per VPN gratuite.
In realtà, queste app si sono rivelate essere malware o programmi che potrebbero essere sfruttati dai cybercriminali. E questa crescita è continuata anche nel quarto trimestre dell’anno.

Smantellata 911 S5, la più grande botnet mai creata

Nel maggio 2024, le forze dell’ordine hanno smantellato una botnet (una rete di dispositivi informatici compromessi), nota come 911 S5.
Per creare questa botnet sono stati utilizzati diversi servizi VPN gratuiti (MaskVPN, DewVPN, PaladinVPN, ProxyGate, ShieldVPN e ShineVPN). Quando gli utenti installavano queste app, i loro dispositivi venivano trasformati in server proxy che indirizzavano il traffico di altri.

Questo network dannoso si estendeva su 19 milioni di indirizzi IP unici in oltre 190 Paesi in tutto il mondo, diventando probabilmente la più grande botnet mai creata.
Gli amministratori della botnet vendevano l’accesso ai server proxy infetti ad altri cybercriminali, che li utilizzavano per attacchi informatici, riciclaggio di denaro e frodi su larga scala.

Se è su Google Play è sicura. Niente di più falso

“La domanda di app VPN è in forte crescita su tutte le piattaforme, inclusi smartphone e pc. Molti utenti credono che se una app VPN si trova in store affidabili, come Google Play, sia sicura e possa essere utilizzata per accedere a contenuti non disponibili nella loro zona – ha dichiarato Vasily Kolesnikov, esperto di sicurezza di Kaspersky -. In particolare, spesso si pensa che le app VPN gratuite siano quelle migliori. Tuttavia, questa convinzione può rivelarsi pericolosa, come dimostrano i recenti casi e le statistiche che evidenziano l’aumento delle app VPN malevole. Per proteggersi, è fondamentale scegliere un servizio VPN affidabile, e utilizzare contemporaneamente anche una soluzione di sicurezza adeguata”.

Retail: cosa vogliono i consumatori? Efficienza, facilità di acquisto, servizi digitali

È quanto emerge dalla ricerca condotta da BVA Doxa dal titolo ‘Consumer trend e le evoluzioni dei bisogni nel retail’, presentata all’apertura del Forum Retail 2024: i momenti chiave in un’esperienza d’acquisto possono influenzare significativamente la soddisfazione del cliente.
Infatti, 7 italiani su 10 sono alla ricerca di esperienze di acquisto nuove e diverse per il futuro.

In generale, efficienza, facilità di acquisto e servizi digitali sono gli elementi desiderati da tutti i consumatori, e si possono considerare veri e propri ‘must have’ delle aziende di ogni settore.
Ma allora come devono agire le aziende per rafforzare il legame con la clientela?

I momenti EPIC aiutano a costruire una relazione retailer-consumatore duratura

Anzitutto, devono puntare a creare ‘momenti EPIC’, ovvero esperienze memorabili che superino le aspettative di chi le fruisce.

Questo approccio è cruciale per costruire una relazione retailer-consumatore duratura nel tempo. Infatti, tra gli intervistati, con l’88% del consenso, emerge con forza il desiderio di esperienze fluide e coerenti nelle diverse fasi del processo di acquisto, prestando particolare attenzione alla continuità tra online e negozio fisico. 

Personalizzare è sempre più cruciale: come valorizzare l’esperienza di acquisto

Cresce anche la richiesta di una maggiore personalizzazione da parte dei clienti (75%), mentre il 63% afferma di essere disposto a cedere i propri dati, ma solo ai brand e alle aziende di cui si fidano e in cui si riconoscono, e che in cambio possono offrire loro proposte su misura.

Analizzando nel dettaglio due comparti molto diversi della distribuzione moderna, come fashion e pet, l’aspetto più rilevante sul quale fa luce la ricerca è l’apprezzamento da parte della clientela di una serie di opzioni. Un’ampia gamma di pagamenti digitali, servizi di consegna a casa, dettagli di prodotto, sistemi di pagamento veloci o senza cassa, smart display e totem informativi, sono infatti elementi chiave che contribuiscono in maniera significativa a valorizzare l’esperienza di acquisto.

Un ecosistema di servizi e l’empatia del personale fanno la differenza

Si evidenzia, quindi, come la facilità nel processo di acquisto e la disponibilità di un ecosistema di servizi diventino i nuovi ‘must have’ per le aziende di tutti i settori del retail.

Va inoltre segnalata l’importanza del fattore umano. Per il settore fashion, l’86% degli intervistati sceglie il negozio in base alla preparazione e all’empatia del personale.
Questa percentuale sale al 92% nel settore pet, evidenziando quanto ormai anche gli animali siano percepiti come parte integrante del nucleo familiare, e meritevoli di ogni cura e attenzione.

Intelligenza Artificiale e medicina di genere: quali scenari futuri? 

Fondazione Onda ETS, insieme a importanti istituzioni come l’Istituto Superiore di Sanità e la Società Italiana per la Salute Digitale e la Telemedicina, ha lanciato un appello per promuovere l’integrazione di un approccio di genere nell’Intelligenza Artificiale (IA) applicata alla medicina, con l’obiettivo di garantire equità e pari opportunità nella salute.

Rischi di disparità nei dati e nei trattamenti

L’introduzione dell’IA in medicina sta rivoluzionando le modalità di diagnosi e trattamento delle malattie. Tuttavia, si evidenziano potenziali rischi di disparità di genere, con conseguenze concrete sulla salute delle donne. Diagnosi meno accurate, diseguaglianze nel riconoscimento delle immagini mediche e una maggiore incidenza di reazioni avverse ai farmaci sono solo alcuni dei problemi emersi.

La Fondazione Onda ETS ha evidenziato l’importanza di considerare questi aspetti nel recente congresso tenutosi a settembre, durante il quale sono stati discussi i risultati di un’indagine di Elma Research su 433 medici. La ricerca ha rivelato che, sebbene l’IA venga associata principalmente alla diagnosi, oltre il 50% dei medici manifesta incertezze legate alla trasparenza e all’etica nell’uso di questi strumenti.

La necessità di un’IA davvero equa

Per garantire che l’IA rispetti i principi di equità di genere, è fondamentale che i modelli di apprendimento automatico siano addestrati su dati che rappresentino adeguatamente sia uomini sia donne. Come evidenziato da Elena Ortona, direttrice del Centro di Medicina di Genere dell’ISS, gli algoritmi basati su database che includono esclusivamente dati maschili rischiano di non rispondere alle esigenze di genere, soprattutto nei campi emergenti della medicina di precisione.

Per correggere questa tendenza, occorre raccogliere dati specifici per genere e valutare parametri complessi, come le differenze sociali e culturali, integrandoli nei modelli di IA.

Migliorare l’inclusività 

Secondo Anna Maria Moretti, Presidente di GISeG, considerare le variabili di genere nei processi clinici può contribuire a un percorso sanitario più personalizzato ed efficace. Tuttavia, la raccolta di dati più inclusivi non basta: serve anche un monitoraggio rigoroso e periodico dei sistemi di IA per individuare eventuali bias di genere.

Verso un’assistenza sanitaria più “giusta”

Maria Grazia Modena, del Centro P.A.S.C.I.A., sottolinea l’importanza di assicurare che l’IA rispetti le diversità di genere, migliorando la qualità delle cure per tutti. Solo un sistema sanitario che utilizza l’IA in modo equilibrato e inclusivo può prevenire errori diagnostici e promuovere trattamenti equi, raggiungendo così l’obiettivo di una medicina davvero personalizzata e accessibile.

Pagamenti digitali: l’impatto positivo su comunità, imprese, economie

Emerge da uno studio di Visa presentato al Visa Payments Forum, l’annuale evento internazionale in corso a Parigi: i pagamenti digitali possono avere un impatto in termini di efficienza economica e creazione di un tessuto sociale più connesso e inclusivo. A riscontrare maggiori benefici dal loro utilizzo saranno soprattutto le Piccole e medie imprese. Oggi il 67% delle Pmi europee accetta pagamenti con carte di credito o di debito, e l’accettazione tramite carta o mobile ha un impatto positivo sui profitti.

“La completa digitalizzazione delle Pmi europee potrebbe potenzialmente aumentare i ricavi di oltre 200 miliardi di euro all’anno in termini reali, di cui il 5%, circa 10 miliardi all’anno a beneficio delle Piccole e medie imprese italiane -commenta Charlotte Hogg, Chief Executive Officer di Visa Europe -. Riteniamo che la democratizzazione dei dati, ossia l’adozione di misure che diano ai consumatori il controllo su quali informazioni condividere, come, quando e con chi, aumenterà il grado di fiducia nelle tecnologie stesse”. 

Il Click-to-Pay riduce il tempo del check-out

Offrire un’ampia libertà di scelta di pagamenti digitali contribuisce ad aumentare anche le opportunità di vendita.
L’introduzione di Click to Pay, ad esempio, potrebbe ridurre il tempo del check-out fino al 40% durante gli acquisti online, rendendo l’esperienza dei clienti più rapida e agevole. Infatti, questa soluzione consente di inserire i dati della carta di credito, debito o prepagata, nell’app di pagamento solo la prima volta, in modo da poter poi pagare in seguito con un solo clic su tutti i siti in cui è disponibile il servizio.

Un rivenditore che adotta Click to Pay potrebbe aumentare i propri ricavi fino al 30%. Un risultato significativo che per le Pmi dell’Unione Europea e Regno Unito potrebbe generare un aumento annuale di 51 miliardi di euro nelle vendite e-commerce.

In Italia accelerano i pagamenti biometrici

Anche i pagamenti biometrici sono destinati ad accelerare, soprattutto in Italia, dove quasi 2 consumatori su 5 sono disposti a sostituire i propri oggetti di uso quotidiano con dispositivi a funzione biometrica.

Una volta divenuta di uso quotidiano e diffusa, la biometria potrebbe ridurre le frodi anche di 483 milioni di euro l’anno, mentre le Pmi dell’UE e del Regno Unito potrebbero ottenere fino a 43 miliardi di euro di vendite aggiuntive all’anno, di cui il 5% solo in Italia.

L’AI aiuta a gestire le finanze e apre nuove opportunità imprenditoriali

L’adozione di strumenti digitali come l’AI possono aiutare i consumatori nella gestione delle proprie finanze, con un potenziale aumento dei risparmi tra 130 e 250 miliardi di euro all’anno in tutta Europa.
Particolarmente ottimiste riguardo l’uso dell’AI sono le generazioni più giovani, soprattutto in Italia, dove il 44% delle persone tra 18 e 34 anni ritiene che tecnologia avrà un impatto positivo sul loro stile di vita.

Sempre in Italia, oltre la metà degli intervistati (52%) considera l’AI la chiave per sbloccare nuove opportunità imprenditoriali. 
Tanto che prenderebbero in considerazione la gestione di un’attività online o la vendita di articoli online per ottenere qualche guadagno in più nel caso in cui l’AI potesse aiutarli ad avviarla.

Automobili: quelle italiane hanno un’età media di 11 anni e 8 mesi

A settembre 2024 l’età media delle auto che viaggiano sulle strade del nostro Paese è salita a 11 anni e 8 mesi, addirittura il 3% in più rispetto a un anno prima.
In pratica, il parco di automobili circolante in Italia è sempre più vecchio. Tanto che secondo un’analisi condotta da Facile.it, considerata l’età ‘avanzata’ dei veicoli sono sempre di più gli italiani che optano per l’assistenza stradale.

Infatti, in fase di sottoscrizione della polizza Rc auto, tra coloro che scelgono una garanzia accessoria il 39% opta proprio per l’assistenza stradale.

Quanto incide l’anzianità di una vettura sull’Rc auto?

L’anzianità di una vettura, oltre a essere probabile causa di minore sicurezza per i passeggeri e di una peggiore sostenibilità ambientale, incide sul premio pagato per l’assicurazione Rc auto.

L’analisi di Facile.it ha preso in considerazione il profilo di un assicurato residente in provincia di Milano, di età compresa tra 50 e 60 anni, in prima classe di merito, e ha calcolato, a parità di condizioni, quanto varia il premio medio pagato con l’anzianità del veicolo.
Di fatto, con un’età media di 10 anni la tariffa da sostenere per l’Rc auto è di circa 206 euro, una cifra che sale a 228 euro se il veicolo ha 12 anni, e raggiunge addirittura i 284 euro in corrispondenza di un’anzianità di 14 anni. In pratica, una differenza del 38% in quattro anni.

Le più vecchie? Circolano in Basilicata

Guardando all’età media delle vetture nelle varie regioni italiane, dall’analisi emerge che le auto più vecchie si trovano in Basilicata, dove a settembre 2024 l’età delle auto ha raggiunto 13 anni e 9 mesi, 2 anni in più rispetto alla media nazionale.

Al secondo e terzo posto della classifica si posizionano il Molise, con auto in media di 13 anni e 7 mesi, e a pari merito, la Calabria e la Sicilia, dove sempre in media, le vetture hanno ‘compiuto’ 13 anni e 6 mesi.
Ai piedi del podio si posiziona il parco auto della Sardegna, con un’età media di 13 anni e 1 mese.

Le toscane sono le più giovani d’Italia

Al lato opposto della classifica si piazza la Toscana, dove circolano le auto più ‘giovani’ della Penisola.
Lo scorso mese infatti l’età media delle vetture toscane era di 10 anni e 7 mesi, 1 anno in meno rispetto alla media italiana.

Seguono le auto in Lombardia, con 11 anni e 1 mese, e il Lazio, con in media 11 anni e 2 mesi.
Quarto posto tra le più virtuose per l’Emilia-Romagna, con una media d’età pari a 11 anni e 5 mesi, seguita dal Piemonte (11 anni e 7 mesi).

Sostenibilità: italiani poco preparati sul tema biodiversità

È quanto emerge dall’indagine ‘Gli italiani e la biodiversità’, commissionata da Findus ad AstraRicerche. Sul tema biodiversità la conoscenza degli italiani è limitata. Tanto che oltre un italiano su due (56%) ammette di avere informazioni frammentarie o inesistenti.

Più preparata la GenZ, il cui livello di consapevolezza, tra chi dichiara di saperne molto o abbastanza, sale al 57%, rispetto al 44% della media nazionale. Somministrata ad agosto 2024 a un campione rappresentativo di 1.528 persone tra 18 e 65 anni, e 607 giovanissimi tra 5 e 14 anni, la ricerca è stata presentata in occasione del lancio del progetto ‘Futuro Fiorito’, che dal 24 al 28 settembre trasforma l’edicola di Piazza XXIV Maggio a Milano in un’oasi in fiore, ospitando attività e workshop per educare le persone di tutte le età alla salvaguardia del Pianeta.

L’informazione favorisce un comportamento pro-ambiente

Tra i dati emersi, appare quindi la necessità di una maggiore educazione e sensibilizzazione sulla biodiversità. Lo pensa il 90,2% degli intervistati.
Inoltre, secondo l’84,5%, una maggiore informazione sul tema favorirebbe, almeno in parte, comportamenti pro-ambiente.

Un pensiero condiviso anche dai più giovani, il cui livello di informazione cresce all’aumentare dell’età.
Infatti, ne sa molto o abbastanza il 38% degli 11-14enni, il 32% dei bambini di 8-10 anni e il 18% dei piccoli tra 5-7 anni.
Oltre l’80% di bambini e ragazzi manifesta poi il desiderio che a scuola si parli di più di natura, ecologia, biodiversità.

Mari e oceani i più minacciati

La grande maggioranza degli italiani (85,5%) ritiene necessario preservare la biodiversità dei vari ecosistemi del mondo con opportune azioni, e per il 54,8% si tratta di una necessità urgente.
Mari e oceani sono considerati gli ambienti più minacciati (79,8%), seguiti dalle foreste (72,2%) e dai ghiacciai (61,6%).

Anche le aziende possono svolgere la loro parte, contribuendo positivamente alla conservazione della biodiversità senza compromettere l’efficienza e la sostenibilità economica (85%).

Le azioni necessarie per un “futuro fiorito”

In merito alle azioni da compiere per proteggere la biodiversità, gli italiani ritengono fondamentale riciclare correttamente i rifiuti (65,6%), sostenere il rimboschimento, e penalizzare le produzioni che si basano sul disboscamento (61,6%).

Sono azioni ritenute rilevanti anche evitare lo spreco di acqua (57,5%), ridurre i consumi quando possibile (53,8%) e aumentare il numero e l’estensione delle aree protette (52,7%).
Lo stesso ordine di azioni è condiviso anche dalle generazioni più giovani (5-14 anni), che ritengono fondamentale anche piantare un albero o un fiore (32,1%) e ripulire dall’immondizia le aree naturali (31,2%). Ad esempio, un parco vicino a casa o una spiaggia.

Abbandono scolastico e povertà educativa: come contrastare questo fenomeno? 

Nel 2023, l’abbandono scolastico ha riguardato circa 431mila giovani italiani tra i 18 e i 24 anni, secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della Cgia su fonti Eurostat e Istat. Questi ragazzi, spesso con al massimo la licenza di terza media, hanno deciso di non proseguire la formazione professionale né frequentano alcun corso scolastico. La povertà educativa è particolarmente diffusa nel Sud Italia, ma anche alcune aree del Nord mostrano segnali preoccupanti.

Le difficoltà nel trovare lavoro

I giovani che abbandonano gli studi affrontano prospettive difficili nel mercato del lavoro. Le trasformazioni tecnologiche e la transizione ecologica richiedono competenze specializzate che questi ragazzi, senza un diploma o una qualifica professionale, non possiedono. Di conseguenza, saranno sempre più emarginati dalle opportunità lavorative di qualità, mettendo ulteriormente in difficoltà anche le imprese, che faticano a reperire personale qualificato per affrontare le sfide del futuro.

Il ruolo degli istituti professionali

Un importante punto di riferimento per contrastare la dispersione scolastica sono gli Istituti di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP). Queste scuole, spesso situate in periferie degradate, svolgono un ruolo cruciale nell’inclusione sociale, soprattutto per studenti stranieri e giovani che hanno avuto insuccessi scolastici. Gli IeFP rappresentano spesso l’unico presidio di legalità in contesti difficili, dove la criminalità e la mancanza di lavoro rendono ancora più urgente la necessità di supportare queste strutture con maggiori risorse.

Le regioni con il più alto tasso di abbandono scolastico

Le regioni del Sud Italia e delle Isole registrano i tassi di abbandono scolastico più elevati. La Sardegna guida questa classifica con un 17,3%, seguita dalla Sicilia (17,1%) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano (16,2%). Anche regioni come la Campania (16%) e la Puglia (12,8%) presentano numeri significativi. La Campania è la regione con il maggior numero di giovani che hanno lasciato la scuola, pari a 72mila unità. Nonostante il calo generale rispetto al 2019, alcune regioni come la Liguria, il Veneto e la Provincia di Bolzano hanno visto un aumento preoccupante dell’abbandono scolastico.

L’Italia in Europa: solo Spagna e Germania stanno peggio

A livello europeo, l’Italia si posiziona al terzo posto per tasso di abbandono scolastico tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, con un 10,5%. Solo Spagna (13,7%) e Germania (12,8%) registrano percentuali più alte. La media dell’Eurozona si attesta al 9,8%, segnalando che l’abbandono scolastico rimane una sfida da affrontare con urgenza anche a livello europeo.

La scelta degli studenti tra licei e istituti tecnici

Nel 2023/2024, su 2.631.879 studenti iscritti nelle scuole superiori italiane, il 51,4% ha optato per un liceo, mentre il 31,7% ha scelto un istituto tecnico e il 16,9% un istituto professionale. Tuttavia, in regioni come Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, dove l’economia è più dinamica, la maggioranza degli studenti ha preferito percorsi tecnici e professionali, con percentuali che superano il 50%. Al Sud, invece, la preferenza per il liceo rimane più marcata.

AI e lavoro: tutti pensano che porterà benefici, ma poche aziende investono

Lo ha scoperto una ricerca condotta da ASUS Business su oltre 300 decisori aziendali italiani: chi utilizza l’Intelligenza artificiale, anche solo a livello superficiale, ne percepisce tutti i vantaggi. Il 74% degli intervistati è infatti d’accordo sui benefici, concreti, potenziali o futuri derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie, ma meno del 28% delle aziende ha già investito in questa tecnologia. E se lo ha fatto, principalmente nei servizi legati alla cybersecurity, in quelli generativi o di gestione della logistica.

Il 46% invece sta investendo in maniera debole, e non pensa di continuare nei prossimi anni.
Insomma, l’AI è sempre più rilevante e tutti ne comprendono i vantaggi. Ma è ancora poco presente nel tessuto imprenditoriale italiano.

L’eterno problema della mancanza di competenze

Il 77% di intervistati esprime la necessità di una maggiore formazione, mentre fra chi già utilizza l’AI, il 35% non ha le competenze adeguate.
Nel caso di inserimento di figure specializzate, per il 35% degli intervistati la propria azienda avrebbe difficoltà a trovarle. La formazione però non è l’unica barriera, soprattutto per le Pmi, che registrano un numero ancora più basso di azioni concrete in questo campo.

Altri limiti riconosciuti a livello aziendale riguardano la mancanza di finanziamenti/risorse economiche (52%), e la poca conoscenza a livello manageriale e dei fornitori su questo tema (51%). 
In pratica, l’interesse è alto, ma il budget e i piani di investimento non sono diretti in questo ambito.

Pochi la conoscono veramente

A oggi, solo il 39% dei dipendenti italiani si definisce reale conoscitore degli strumenti di AI, ovvero, li usa abitualmente e ne studia le funzionalità. E solo circa un’azienda su 5 ne fa un uso discreto.
In ogni caso, il 59% dei dipendenti è ottimista e pensa che l’AI porterà grandi benefici in diversi ambiti, Inoltre, il 73% pensa che diventerà entro i prossimi 10 anni (il 62% prevede questo impatto già nei prossimi 2-3 anni).

A livello aziendale, si aspettano benefici soprattutto nel campo dell’innovazione, intesa come capacità di immettere sul mercato nuovi prodotti, seguita dall’efficienza e semplificazione dei processi. Due elementi che per il 63% degli intervistati porteranno a un miglioramento della reputazione dell’azienda presso la clientela.

Un importante limite operativo: mancano le dotazioni

A livello più operativo e personale, poi, il 56% è convinto che un’adozione di questi strumenti possa realmente portare un impatto positivo sui processi aziendali, i servizi offerti e le posizioni di lavoro.

In particolare, i lavoratori si aspettano maggiore efficienza e semplificazione dei processi a loro attribuiti. Appare però evidente un limite importante a livello più operativo. A oggi solo il 7% dei dipendenti ha i dispositivi tecnologici necessari a gestire operazioni con l’AI, senza doversi affidare a soluzioni esterne, spesso non approvate dall’azienda o che richiedono la condivisione di dati personali.
Una criticità che secondo il 71% dei dipendenti dovrebbe essere risolta con una maggiore dotazione per agevolare il lavoro, e favorire la sicurezza degli utenti.