Pagamenti digitali: l’impatto positivo su comunità, imprese, economie

Emerge da uno studio di Visa presentato al Visa Payments Forum, l’annuale evento internazionale in corso a Parigi: i pagamenti digitali possono avere un impatto in termini di efficienza economica e creazione di un tessuto sociale più connesso e inclusivo. A riscontrare maggiori benefici dal loro utilizzo saranno soprattutto le Piccole e medie imprese. Oggi il 67% delle Pmi europee accetta pagamenti con carte di credito o di debito, e l’accettazione tramite carta o mobile ha un impatto positivo sui profitti.

“La completa digitalizzazione delle Pmi europee potrebbe potenzialmente aumentare i ricavi di oltre 200 miliardi di euro all’anno in termini reali, di cui il 5%, circa 10 miliardi all’anno a beneficio delle Piccole e medie imprese italiane -commenta Charlotte Hogg, Chief Executive Officer di Visa Europe -. Riteniamo che la democratizzazione dei dati, ossia l’adozione di misure che diano ai consumatori il controllo su quali informazioni condividere, come, quando e con chi, aumenterà il grado di fiducia nelle tecnologie stesse”. 

Il Click-to-Pay riduce il tempo del check-out

Offrire un’ampia libertà di scelta di pagamenti digitali contribuisce ad aumentare anche le opportunità di vendita.
L’introduzione di Click to Pay, ad esempio, potrebbe ridurre il tempo del check-out fino al 40% durante gli acquisti online, rendendo l’esperienza dei clienti più rapida e agevole. Infatti, questa soluzione consente di inserire i dati della carta di credito, debito o prepagata, nell’app di pagamento solo la prima volta, in modo da poter poi pagare in seguito con un solo clic su tutti i siti in cui è disponibile il servizio.

Un rivenditore che adotta Click to Pay potrebbe aumentare i propri ricavi fino al 30%. Un risultato significativo che per le Pmi dell’Unione Europea e Regno Unito potrebbe generare un aumento annuale di 51 miliardi di euro nelle vendite e-commerce.

In Italia accelerano i pagamenti biometrici

Anche i pagamenti biometrici sono destinati ad accelerare, soprattutto in Italia, dove quasi 2 consumatori su 5 sono disposti a sostituire i propri oggetti di uso quotidiano con dispositivi a funzione biometrica.

Una volta divenuta di uso quotidiano e diffusa, la biometria potrebbe ridurre le frodi anche di 483 milioni di euro l’anno, mentre le Pmi dell’UE e del Regno Unito potrebbero ottenere fino a 43 miliardi di euro di vendite aggiuntive all’anno, di cui il 5% solo in Italia.

L’AI aiuta a gestire le finanze e apre nuove opportunità imprenditoriali

L’adozione di strumenti digitali come l’AI possono aiutare i consumatori nella gestione delle proprie finanze, con un potenziale aumento dei risparmi tra 130 e 250 miliardi di euro all’anno in tutta Europa.
Particolarmente ottimiste riguardo l’uso dell’AI sono le generazioni più giovani, soprattutto in Italia, dove il 44% delle persone tra 18 e 34 anni ritiene che tecnologia avrà un impatto positivo sul loro stile di vita.

Sempre in Italia, oltre la metà degli intervistati (52%) considera l’AI la chiave per sbloccare nuove opportunità imprenditoriali. 
Tanto che prenderebbero in considerazione la gestione di un’attività online o la vendita di articoli online per ottenere qualche guadagno in più nel caso in cui l’AI potesse aiutarli ad avviarla.

Automobili: quelle italiane hanno un’età media di 11 anni e 8 mesi

A settembre 2024 l’età media delle auto che viaggiano sulle strade del nostro Paese è salita a 11 anni e 8 mesi, addirittura il 3% in più rispetto a un anno prima.
In pratica, il parco di automobili circolante in Italia è sempre più vecchio. Tanto che secondo un’analisi condotta da Facile.it, considerata l’età ‘avanzata’ dei veicoli sono sempre di più gli italiani che optano per l’assistenza stradale.

Infatti, in fase di sottoscrizione della polizza Rc auto, tra coloro che scelgono una garanzia accessoria il 39% opta proprio per l’assistenza stradale.

Quanto incide l’anzianità di una vettura sull’Rc auto?

L’anzianità di una vettura, oltre a essere probabile causa di minore sicurezza per i passeggeri e di una peggiore sostenibilità ambientale, incide sul premio pagato per l’assicurazione Rc auto.

L’analisi di Facile.it ha preso in considerazione il profilo di un assicurato residente in provincia di Milano, di età compresa tra 50 e 60 anni, in prima classe di merito, e ha calcolato, a parità di condizioni, quanto varia il premio medio pagato con l’anzianità del veicolo.
Di fatto, con un’età media di 10 anni la tariffa da sostenere per l’Rc auto è di circa 206 euro, una cifra che sale a 228 euro se il veicolo ha 12 anni, e raggiunge addirittura i 284 euro in corrispondenza di un’anzianità di 14 anni. In pratica, una differenza del 38% in quattro anni.

Le più vecchie? Circolano in Basilicata

Guardando all’età media delle vetture nelle varie regioni italiane, dall’analisi emerge che le auto più vecchie si trovano in Basilicata, dove a settembre 2024 l’età delle auto ha raggiunto 13 anni e 9 mesi, 2 anni in più rispetto alla media nazionale.

Al secondo e terzo posto della classifica si posizionano il Molise, con auto in media di 13 anni e 7 mesi, e a pari merito, la Calabria e la Sicilia, dove sempre in media, le vetture hanno ‘compiuto’ 13 anni e 6 mesi.
Ai piedi del podio si posiziona il parco auto della Sardegna, con un’età media di 13 anni e 1 mese.

Le toscane sono le più giovani d’Italia

Al lato opposto della classifica si piazza la Toscana, dove circolano le auto più ‘giovani’ della Penisola.
Lo scorso mese infatti l’età media delle vetture toscane era di 10 anni e 7 mesi, 1 anno in meno rispetto alla media italiana.

Seguono le auto in Lombardia, con 11 anni e 1 mese, e il Lazio, con in media 11 anni e 2 mesi.
Quarto posto tra le più virtuose per l’Emilia-Romagna, con una media d’età pari a 11 anni e 5 mesi, seguita dal Piemonte (11 anni e 7 mesi).

Sostenibilità: italiani poco preparati sul tema biodiversità

È quanto emerge dall’indagine ‘Gli italiani e la biodiversità’, commissionata da Findus ad AstraRicerche. Sul tema biodiversità la conoscenza degli italiani è limitata. Tanto che oltre un italiano su due (56%) ammette di avere informazioni frammentarie o inesistenti.

Più preparata la GenZ, il cui livello di consapevolezza, tra chi dichiara di saperne molto o abbastanza, sale al 57%, rispetto al 44% della media nazionale. Somministrata ad agosto 2024 a un campione rappresentativo di 1.528 persone tra 18 e 65 anni, e 607 giovanissimi tra 5 e 14 anni, la ricerca è stata presentata in occasione del lancio del progetto ‘Futuro Fiorito’, che dal 24 al 28 settembre trasforma l’edicola di Piazza XXIV Maggio a Milano in un’oasi in fiore, ospitando attività e workshop per educare le persone di tutte le età alla salvaguardia del Pianeta.

L’informazione favorisce un comportamento pro-ambiente

Tra i dati emersi, appare quindi la necessità di una maggiore educazione e sensibilizzazione sulla biodiversità. Lo pensa il 90,2% degli intervistati.
Inoltre, secondo l’84,5%, una maggiore informazione sul tema favorirebbe, almeno in parte, comportamenti pro-ambiente.

Un pensiero condiviso anche dai più giovani, il cui livello di informazione cresce all’aumentare dell’età.
Infatti, ne sa molto o abbastanza il 38% degli 11-14enni, il 32% dei bambini di 8-10 anni e il 18% dei piccoli tra 5-7 anni.
Oltre l’80% di bambini e ragazzi manifesta poi il desiderio che a scuola si parli di più di natura, ecologia, biodiversità.

Mari e oceani i più minacciati

La grande maggioranza degli italiani (85,5%) ritiene necessario preservare la biodiversità dei vari ecosistemi del mondo con opportune azioni, e per il 54,8% si tratta di una necessità urgente.
Mari e oceani sono considerati gli ambienti più minacciati (79,8%), seguiti dalle foreste (72,2%) e dai ghiacciai (61,6%).

Anche le aziende possono svolgere la loro parte, contribuendo positivamente alla conservazione della biodiversità senza compromettere l’efficienza e la sostenibilità economica (85%).

Le azioni necessarie per un “futuro fiorito”

In merito alle azioni da compiere per proteggere la biodiversità, gli italiani ritengono fondamentale riciclare correttamente i rifiuti (65,6%), sostenere il rimboschimento, e penalizzare le produzioni che si basano sul disboscamento (61,6%).

Sono azioni ritenute rilevanti anche evitare lo spreco di acqua (57,5%), ridurre i consumi quando possibile (53,8%) e aumentare il numero e l’estensione delle aree protette (52,7%).
Lo stesso ordine di azioni è condiviso anche dalle generazioni più giovani (5-14 anni), che ritengono fondamentale anche piantare un albero o un fiore (32,1%) e ripulire dall’immondizia le aree naturali (31,2%). Ad esempio, un parco vicino a casa o una spiaggia.

Abbandono scolastico e povertà educativa: come contrastare questo fenomeno? 

Nel 2023, l’abbandono scolastico ha riguardato circa 431mila giovani italiani tra i 18 e i 24 anni, secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della Cgia su fonti Eurostat e Istat. Questi ragazzi, spesso con al massimo la licenza di terza media, hanno deciso di non proseguire la formazione professionale né frequentano alcun corso scolastico. La povertà educativa è particolarmente diffusa nel Sud Italia, ma anche alcune aree del Nord mostrano segnali preoccupanti.

Le difficoltà nel trovare lavoro

I giovani che abbandonano gli studi affrontano prospettive difficili nel mercato del lavoro. Le trasformazioni tecnologiche e la transizione ecologica richiedono competenze specializzate che questi ragazzi, senza un diploma o una qualifica professionale, non possiedono. Di conseguenza, saranno sempre più emarginati dalle opportunità lavorative di qualità, mettendo ulteriormente in difficoltà anche le imprese, che faticano a reperire personale qualificato per affrontare le sfide del futuro.

Il ruolo degli istituti professionali

Un importante punto di riferimento per contrastare la dispersione scolastica sono gli Istituti di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP). Queste scuole, spesso situate in periferie degradate, svolgono un ruolo cruciale nell’inclusione sociale, soprattutto per studenti stranieri e giovani che hanno avuto insuccessi scolastici. Gli IeFP rappresentano spesso l’unico presidio di legalità in contesti difficili, dove la criminalità e la mancanza di lavoro rendono ancora più urgente la necessità di supportare queste strutture con maggiori risorse.

Le regioni con il più alto tasso di abbandono scolastico

Le regioni del Sud Italia e delle Isole registrano i tassi di abbandono scolastico più elevati. La Sardegna guida questa classifica con un 17,3%, seguita dalla Sicilia (17,1%) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano (16,2%). Anche regioni come la Campania (16%) e la Puglia (12,8%) presentano numeri significativi. La Campania è la regione con il maggior numero di giovani che hanno lasciato la scuola, pari a 72mila unità. Nonostante il calo generale rispetto al 2019, alcune regioni come la Liguria, il Veneto e la Provincia di Bolzano hanno visto un aumento preoccupante dell’abbandono scolastico.

L’Italia in Europa: solo Spagna e Germania stanno peggio

A livello europeo, l’Italia si posiziona al terzo posto per tasso di abbandono scolastico tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, con un 10,5%. Solo Spagna (13,7%) e Germania (12,8%) registrano percentuali più alte. La media dell’Eurozona si attesta al 9,8%, segnalando che l’abbandono scolastico rimane una sfida da affrontare con urgenza anche a livello europeo.

La scelta degli studenti tra licei e istituti tecnici

Nel 2023/2024, su 2.631.879 studenti iscritti nelle scuole superiori italiane, il 51,4% ha optato per un liceo, mentre il 31,7% ha scelto un istituto tecnico e il 16,9% un istituto professionale. Tuttavia, in regioni come Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, dove l’economia è più dinamica, la maggioranza degli studenti ha preferito percorsi tecnici e professionali, con percentuali che superano il 50%. Al Sud, invece, la preferenza per il liceo rimane più marcata.

AI e lavoro: tutti pensano che porterà benefici, ma poche aziende investono

Lo ha scoperto una ricerca condotta da ASUS Business su oltre 300 decisori aziendali italiani: chi utilizza l’Intelligenza artificiale, anche solo a livello superficiale, ne percepisce tutti i vantaggi. Il 74% degli intervistati è infatti d’accordo sui benefici, concreti, potenziali o futuri derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie, ma meno del 28% delle aziende ha già investito in questa tecnologia. E se lo ha fatto, principalmente nei servizi legati alla cybersecurity, in quelli generativi o di gestione della logistica.

Il 46% invece sta investendo in maniera debole, e non pensa di continuare nei prossimi anni.
Insomma, l’AI è sempre più rilevante e tutti ne comprendono i vantaggi. Ma è ancora poco presente nel tessuto imprenditoriale italiano.

L’eterno problema della mancanza di competenze

Il 77% di intervistati esprime la necessità di una maggiore formazione, mentre fra chi già utilizza l’AI, il 35% non ha le competenze adeguate.
Nel caso di inserimento di figure specializzate, per il 35% degli intervistati la propria azienda avrebbe difficoltà a trovarle. La formazione però non è l’unica barriera, soprattutto per le Pmi, che registrano un numero ancora più basso di azioni concrete in questo campo.

Altri limiti riconosciuti a livello aziendale riguardano la mancanza di finanziamenti/risorse economiche (52%), e la poca conoscenza a livello manageriale e dei fornitori su questo tema (51%). 
In pratica, l’interesse è alto, ma il budget e i piani di investimento non sono diretti in questo ambito.

Pochi la conoscono veramente

A oggi, solo il 39% dei dipendenti italiani si definisce reale conoscitore degli strumenti di AI, ovvero, li usa abitualmente e ne studia le funzionalità. E solo circa un’azienda su 5 ne fa un uso discreto.
In ogni caso, il 59% dei dipendenti è ottimista e pensa che l’AI porterà grandi benefici in diversi ambiti, Inoltre, il 73% pensa che diventerà entro i prossimi 10 anni (il 62% prevede questo impatto già nei prossimi 2-3 anni).

A livello aziendale, si aspettano benefici soprattutto nel campo dell’innovazione, intesa come capacità di immettere sul mercato nuovi prodotti, seguita dall’efficienza e semplificazione dei processi. Due elementi che per il 63% degli intervistati porteranno a un miglioramento della reputazione dell’azienda presso la clientela.

Un importante limite operativo: mancano le dotazioni

A livello più operativo e personale, poi, il 56% è convinto che un’adozione di questi strumenti possa realmente portare un impatto positivo sui processi aziendali, i servizi offerti e le posizioni di lavoro.

In particolare, i lavoratori si aspettano maggiore efficienza e semplificazione dei processi a loro attribuiti. Appare però evidente un limite importante a livello più operativo. A oggi solo il 7% dei dipendenti ha i dispositivi tecnologici necessari a gestire operazioni con l’AI, senza doversi affidare a soluzioni esterne, spesso non approvate dall’azienda o che richiedono la condivisione di dati personali.
Una criticità che secondo il 71% dei dipendenti dovrebbe essere risolta con una maggiore dotazione per agevolare il lavoro, e favorire la sicurezza degli utenti.

Nel I semestre 2024 attacchi tramite e-mail +293% e 10 nuovi gruppi ransomware  

Il ransomware continua a essere una tra le principali minacce per le Piccole e medie imprese, soprattutto in settori critici come quelli governativo e sanitario. Nel primo trimestre 2024 sono stati registrati 10 nuovi gruppi di ransomware, che nel complesso hanno rivendicato 84 attacchi informatici in tutto il mondo.

Il report di Acronis sulle minacce digitali del primo semestre 2024, dal titolo “Gli attacchi via e-mail aumentano del 293%, ed emergono nuovi gruppi di ransomware”, evidenzia infatti un aumento del numero di rilevamenti di ransomware, con un incremento del 32% tra l’ultimo trimestre del 2023 e il primo del 2024.
Inoltre, le organizzazioni hanno registrato un aumento delle comunicazioni via e-mail, che ha coinciso con un incremento del 47% degli attacchi sferrati con questo vettore.

MSP nel mirino dei cybercriminali

I Managed Service Provider (MSP) hanno subito attacchi consistenti da gennaio a maggio 2024. I dati di Acronis indicano che le campagne di phishing via e-mail sono le più utilizzate dagli aggressori.

Le cinque tecniche MITRE ATT&CK rilevate con più frequenza nel primo semestre dell’anno includono l’esecuzione di script in PowerShell e in Windows Management Instrumentation, l’iniezione di codice nei processi, la manipolazione dei dati e il rilevamento di account.

Dal phishing al social engineering agli exploit delle vulnerabilità

Gli attacchi di phishing e di social engineering, gli exploit delle vulnerabilità, la compromissione delle credenziali e gli attacchi alla supply chain risultano essere le tecniche più efficaci per violare le difese di cyber security degli MSP.
Il report si concentra anche sui trend emergenti della cyber security, evidenziando l’uso crescente dell’Intelligenza artificiale generativa e dei grandi modelli linguistici (LLM) da parte dei cybercriminali.

In particolare, Acronis sottolinea la crescente diffusione dell’AI nella creazione degli attacchi di social engineering e di automazione.
I più comuni attacchi generati con l’AI rilevati includono le e-mail pericolose, l’uso di deepfake per la compromissione delle e-mail aziendali (BEC) e le estorsioni, l’elusione delle verifiche KYC e la produzione di script e malware.

Le due minacce AI più diffuse

I ricercatori di Acronis hanno quindi individuato due tipi di minacce relative all’AI. Il primo tipo riguarda le minacce in cui il malware viene creato con tecniche di AI, anche se questa non viene utilizzata durante l’attività di attacco. Il secondo è invece il malware basato sull’AI, che incorpora questa tecnologia nel suo funzionamento.

In particolare, i cybercriminali continuano a sfruttare strumenti AI dannosi come WormGPT e FraudGPT. Ma se l’Intelligenza artificiale può facilitare gli attaccanti in ogni fase della catena di attacco, può anche essere utilizzata come meccanismo di difesa, perché consente di rilevare gli attacchi in qualsiasi momento e di segnalarli agli esperti, che potranno intraprendere le azioni di risposta necessarie a garantire la continuità operativa.

Quanto contano i momenti di condivisione per gli italiani? Ancora tantissimo 

Nonostante i ritmi frenetici, i social e la poca disponibilità di tempo, gli italiani non rinunciano ai momenti di condivisione “reali”. Momenti preziosi, che portano benessere e buon umore. Secondo un recente studio, i nostri connazionali amano condividere gli attimi di gioia individuale (71%), legati al lavoro (78%) o alla vita sentimentale (73%) principalmente con il partner (64%) e gli amici (58%).

Questo è quanto emerge da uno studio promosso da Cocktail Sanpellegrino, condotto con metodologia SWOA (Social Web Opinion Analysis) su un campione di 1.200 italiani attraverso un monitoraggio dei principali social network, forum, blog e community lifestyle internazionali per indagare quali sono i momenti che gli italiani non vedono l’ora di condividere con i propri cari.

Le azioni della condivisione…

Cosa fanno gli italiani quando c’è qualcosa di particolare da condividere? La tendenza a sfoderare cellulari e smartphone per immortalare il momento con foto e video è in calo (55%). Infatti, quasi 7 italiani su 10 (69%) preferiscono vivere appieno il momento di persona.

Ma cosa significa nel profondo la parola condivisione? Per gli italiani, condividere significa comunicare i propri traguardi e successi (76%) e trasferire le proprie emozioni agli altri (67%). Tuttavia, per alcuni, la condivisione è un momento di confronto per trovare soluzioni o consigli (54%) o per riconnettersi con la socialità autentica (47%).

…e i soggetti

La maggior parte degli italiani preferisce condividere i propri momenti con il partner (64%), mentre altri scelgono amici (58%) o persone con cui trascorrono la maggior parte del tempo, come colleghi o vicini di casa (54%).

Anche il momento della giornata è fondamentale per staccare la spina e godere di un momento di condivisione. Le ore tardo pomeridiane e serali (42%), tipiche di cene e aperitivi, sono i momenti più “sociali” per gli italiani. Seguono la tarda mattinata (29%), la mattina (18%) e il primo pomeriggio (12%).

Di cosa si parla?

Gli italiani prediligono la semplicità nei momenti da condividere. Al primo posto si trova la vita lavorativa, con il 78% delle preferenze. Seguono le avventure sentimentali, che raccolgono il 73%, e i momenti di intimità quotidiana, apprezzati dal 69% degli intervistati.

Tra le altre preferenze, troviamo il gossip su familiari o amici (66%), le ricorrenze come compleanni e anniversari (61%), e i confronti per ottenere consigli personali (59%). I racconti di viaggi sono condivisi dal 55% delle persone, mentre i programmi e le serie TV coinvolgono il 53%. Anche gli acquisti importanti, come una casa o un’auto, sono tra i momenti condivisi (51%), così come le trasformazioni personali, come un nuovo look o un taglio di capelli (46%).

Spesa non-food per i pet: integratori e antiparassitari i più acquistati

Quali sono le abitudini di spesa dei proprietari di animali d’affezione in Italia per gli acquisti di prodotti del comparto non-food? Lo ha scoperto Nomisma, che ha condotto un’indagine per Zoomark. Nell’ultimo anno sono integratori e antiparassitari i prodotti del pet non-food acquistati più frequentemente dai proprietari italiani (69%). Oltre il 60% ha affrontato una spesa anche per altri accessori (cucce, gabbie, ciotole per cibo/acqua), o prodotti per la cura, l’igiene e la toelettatura fai-da-te dell’animale, il 54% giochi e il 38% guinzagli, collari o pettorine.

Inoltre, per tutte le categorie del comparto, la maggior parte dei proprietari ha allocato in media un budget di 100 euro.

Il pet owner premium spende di più

Tra le categoria con percentuali più alte di spesa rientrano le apparecchiature elettroniche, per cui circa il 16% dei pet owner negli ultimi 12 mesi ha speso più di 300 euro.
Il 32% degli intervistati è considerato un pet owner ‘alto spendente’. In altre parole, ha speso più della media per gli accessori del proprio animale.

Per questa categoria di consumatori, il fattore decisivo nella scelta di acquisto di un certo accessorio è determinato dalla conoscenza e dalla fiducia verso il produttore.
Si tratta di un consumatore ‘Premium’, ovvero, molto attento alla qualità complessiva del prodotto, all’unicità e l’originalità, ai materiali o ai tessuti, alla resistenza, il design e la sostenibilità, ma sempre nell’ottica di garantire il meglio al proprio pet e salvaguardarne il benessere.

Dove comprare: catene specializzate, online o GDO?

Il 37% del campione preferisce effettuare lo shopping per accessori pet nei punti vendita specializzati, soprattutto nelle medio-grandi catene dedicate, perché permettono di vedere e testare i prodotti dal vivo.
Il 35% predilige invece gli acquisti online. Il 19% prevalentemente su siti generici come Amazon e il 16% su siti dedicati o quelli delle catene specializzate. Chi si rivolge al canale online è principalmente alla ricerca del prezzo più conveniente e di una più ampia gamma di scelta di prodotti.

Il 16% concentra poi gli acquisti nei supermercati o ipermercati per la comodità di fare al tempo stesso anche la spesa per la variabile prezzo e la prossimità con l’abitazione principale. Meno rilevanti gli acquisti nei discount e mercatoni (7%).

I driver delle scelte: prezzo, brand, sostenibilità

Sono soprattutto i gusti personali e il prezzo dei prodotti i driver d’acquisto dei pet owner italiani. Ma per il 20% dei proprietari anche la conoscenza del brand o dell’insegna risulta un importante driver di acquisto.

Anche la sostenibilità è però una componente sempre più rilevante, considerando che il 46% di loro afferma che porrà maggiore attenzione a questo aspetto nei prossimi 2-3 anni
Questo dato pone una sfida a tutto il comparto del non-food, spingendo le aziende produttrici di accessori a proporre prodotti dal minore impatto ambientale, e a prestare maggior attenzione alla sostenibilità sociale interna ed esterna all’impresa.

Vacanze: per i viaggiatori sono all’insegna del gusto

In occasione dell’inizio dell’estate, TheFork ha condotto un sondaggio tra i propri utenti per indagare il loro comportamento al ristorante e le preferenze in fatto di vacanze estive e tempo libero.
Secondo i dati raccolti dalla piattaforma di prenotazione ristoranti, la maggioranza degli intervistati (88%) si metterà in viaggio per una vacanza, che per quasi la totalità (96%) e a prescindere dalla destinazione, dovrà essere all’insegna del ‘buon gusto’.

Oltre la metà (52%) dichiara infatti che vivere un’esperienza gastronomica piacevole è un fattore importante per poter passare bene le ferie, e il 44% lo ritiene addirittura molto importante. 
Tanto che una volta arrivati a destinazione la domanda è sempre la stessa: dove andiamo a mangiare?

I fattori che incidono nella scelta del ristorante

Il 79% predilige ristoranti che offrono piatti tipici della cucina locale, a dimostrazione che il turismo è profondamente legato al territorio, ai suoi prodotti e alle sue tradizioni culinarie.

Meglio ancora se l’offerta del menu proposto è stagionale (29%), se dalla struttura è possibile godere di una vista eccezionale (28%) o di una terrazza per poter consumare il pasto all’aperto (27%), ma anche se il ristorante ha a cuore il tema della sostenibilità (12%).
Inoltre, per orientarsi meglio nella varietà dell’offerta, il 68% sceglie il ristorante consultando recensioni e verificando le esperienze positive di altri utenti.

Frequenza dei pasti consumati fuori e relativo budget

Mediamente, la metà degli intervistati (51%) afferma che in vacanza andrà al ristorante più spesso del solito. Il 21% si recherà a mangiare fuori circa tre volte a settimana, il 20% due volte, il 13% sette volte.
Il 53% andrà al ristorante in occasione della cena, mentre il 43% opterà per il ristorante sia la sera sia a mezzogiorno, a seconda dei propri desideri. E gli utenti più ‘gourmet’ (18%), proveranno almeno un ristorante stellato.

Il budget destinato alla cena è più alto rispetto al pranzo. A mezzogiorno il 53% vorrebbe destinare meno di 20 euro a persona, mentre un 45% è disposto a spendere da 20 a 50 euro.
A cena invece, il 55% è disposto a spendere da 30 a 50 euro a testa, con un 6% disposto anche a pagare un conto superiore a 50 euro.

La cucina che fa bene

Sempre più interesse viene riscontrato dai ristoranti sociali, ovvero, quelli che puntano sulla ristorazione per aprire le porte dell’inserimento sociale e lavorativo a chi per motivi diversi incontra difficoltà nella vita di tutti i giorni o appartiene a minoranze.

Il 36% degli utenti TheFork è già stato ospite di un ristorante sociale, dichiarando di aver vissuto un’esperienza invariata rispetto ad altri ristoranti (84%), se non migliore (12%).
Tra chi non l’ha ancora fatto, l’81% sarebbe felice di fare questa esperienza, influenzato positivamente dall’opportunità di fare del bene (40%).

Sicurezza: le password troppo semplici si decifrano in appena un minuto

Nel mese di giugno 2024 uno studio di Kaspersky ha analizzato 193 milioni di password compromesse dagli infostealer nel dominio pubblico e disponibili su varie risorse darknet. Il 45% di tutte le password analizzate, 87 milioni, poteva essere indovinato dai cybercriminali entro un minuto. Solo il 23% delle combinazioni (44 milioni) si è rivelato abbastanza forte, tanto che servirebbe più di un anno per decifrarle.

Il 14% (27 milioni), invece, si decifra in un lasso di tempo che va da 1 minuto a 1 ora, l’8% (15 milioni) da 1 ora a 1 giorno, il 6% (12 milioni) da 1 giorno a 1 mese, e il 4% (8 milioni) da 1 mese a 1 anno.
Insomma, lo studio dimostra che la maggior parte delle password che utilizziamo non sono abbastanza ‘forti’, e possono essere compromesse facilmente tramite algoritmi di smart guessing. 

L’importanza dell’igiene digitale

Nel 2023 la telemetria di Kaspersky ha evidenziato oltre 32 milioni di tentativi di attacco agli utenti con password stealer. Questi numeri dimostrano l’importanza dell’igiene digitale e di policy adeguate in materia di password.
Di fatto, la maggior parte delle password esaminate a giugno 2024 (57%) contiene una parola del dizionario, il che ne riduce significativamente la forza. Tra le sequenze di vocaboli più popolari, si possono distinguere diversi gruppi: nomi, parole ricorrenti, e password standard.

L’analisi ha mostrato che solo il 19% di tutte le password contiene gli elementi di una combinazione forte e difficile da decifrare, ovvero, lettere minuscole e maiuscole, numeri e simboli e non contiene parole standard del dizionario. Allo stesso tempo, il 39% di queste password potrebbe essere indovinato con algoritmi intelligenti in meno di un’ora.

Forza bruta e algoritmi intelligenti

L’aspetto più preoccupante è che gli aggressori non hanno bisogno di conoscenze approfondite o di attrezzature costose per decifrare le password.
Ad esempio, un potente processore di un computer portatile è in grado di trovare la combinazione corretta per una password di 8 lettere minuscole o cifre utilizzando la forza bruta in soli 7 minuti

Inoltre, le moderne schede video sono in grado di svolgere lo stesso compito in 17 secondi. E gli algoritmi intelligenti per indovinare le password considerano le sostituzioni di caratteri (‘e’ con ‘3’, ‘1’ con ‘!’ o ‘a’ con ‘@’) e le sequenze più diffuse (qwerty, 12345, asdfg).

Il trucco è usare combinazioni casuali

“Inconsciamente, gli esseri umani creano password ‘umane’, contenenti parole del dizionario nella loro lingua madre, con nomi e numeri, ecc. Anche le combinazioni apparentemente forti sono di rado completamente casuali, quindi possono essere indovinate dagli algoritmi – ha commentato Yuliya Novikova, Head of Digital Footprint Intelligence di Kaspersky -. Di conseguenza, la soluzione più affidabile è quella di generare una password casuale utilizzando password manager moderni e affidabili. Tali applicazioni sono in grado di memorizzare in modo sicuro grandi volumi di dati, fornendo una protezione completa ed efficace delle informazioni degli utenti”.