Pil +0,01% nel primo trimestre. Istat corregge le stime negative

Per il periodo gennaio-marzo 2021 l’Istat calcola un aumento del Pil dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato. L’Istat ribalta quindi le stime rilasciate al 30 aprile, che indicavano un calo congiunturale del -0,4%. Inoltre, la variazione acquisita del Pil italiano per il 2021, quella che si otterrebbe se nei trimestri successivi al primo si registrasse una crescita nulla, viene calcolata pari al +2,6%. L’Istat ha rivisto anche la stima sul primo trimestre 2020, pari al -0,8% rispetto al -1,4% comunicato ad aprile. Nello stesso mese però il tasso di disoccupazione sale al 10,7% (+0,3 punti), mentre tra i giovani scende al 33,7% (-0,2 punti).

+870mila le persone in cerca di lavoro, +48,3% rispetto ad aprile 2020

Secondo le stime, ad aprile 2021, rispetto ad aprile dell’anno scorso, le persone in cerca di lavoro risultano in “forte crescita”, ovvero pari a +870mila unità (+48,3%), a causa “dell’eccezionale crollo della disoccupazione che aveva caratterizzato l’inizio dell’emergenza sanitaria”, commenta l’Istituto. D’altra parte, diminuiscono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-6,3%, pari a -932mila unità), che ad aprile 2020 avevano registrato, invece, un forte aumento. Inoltre, ad aprile 2021, rispetto a marzo, si registra un lieve aumento degli occupati (+0,1%, pari a +20mila unità), mentre rispetto ad aprile 2020 si registra un calo del -0,8%, pari a -177mila unità.

In un anno il calo degli occupati coinvolge autonomi e dipendenti permanenti

Sempre ad aprile, la lieve crescita degli occupati su base mensile è dovuta solamente ai dipendenti a termine, che risultano pari a +96mila (+3,5%), in quanto i dipendenti permanenti e gli autonomi diminuiscono dello 0,3% e dello 0,6% (rispettivamente, -47mila e -30mila). Nel confronto annuo, il calo degli occupati coinvolge gli indipendenti, che diminuiscono del 3,6% (-184mila) e i dipendenti permanenti, che diminuiscono dell’1,5% (-222mila). Crescono invece dell’8,9% (+229mila) i dipendenti a termine. Rispetto al mese di marzo, l’aumento del numero di persone in cerca di lavoro (+3,4%, pari a +88mila unità) riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età.

Diminuisce il numero di inattivi

Nel confronto mensile diminuisce poi anche il numero di inattivi di 15-64 anni (-1,0%, pari a -138mila unità), e il tasso di occupazione sale al 56,9% (+0,1 punti), riporta Ansa. “Ad aprile prosegue la crescita dell’occupazione già registrata nei due mesi precedenti, portando a un incremento di oltre 120 mila occupati rispetto a gennaio 2021 – si legge in una nota dell’Istat -. L’aumento coinvolge entrambe le componenti di genere e si concentra tra i dipendenti a termine. Ciononostante, rispetto a febbraio 2020, mese precedente a quello di inizio della pandemia, gli occupati sono oltre 800 mila in meno e il tasso di occupazione è più basso di quasi 2 punti percentuali”.

Le Pmi vengono sempre più prese di mira dagli hacker

La pandemia ha avuto un impatto profondo sulla sicurezza informatica delle organizzazioni, con gli attacchi di phishing e ransomware aumentati rispettivamente dell’11% e del 6%, e i casi di false dichiarazioni cresciuti di 15 volte rispetto allo scorso anno. Ma il gap fra le violazioni che colpiscono le grandi aziende e le Pmi si sta assottigliando. Se lo scorso anno le violazioni a danno delle Pmi erano meno della metà rispetto a quelle subite dalle grandi aziende, dall’edizione 2021 del Data Breach Investigations Report di Verizon Business emerge un rapporto di 100 a 87. Il Dbir 2021 ha preso in esame 5.258 violazioni segnalate dalle 83 aziende coinvolte, un terzo in più di quelle analizzate lo scorso anno. E le Pmi risultano sempre di più nel mirino degli hacker.

Tipologie di attacco ora simili per grandi aziende e Pmi

“Anche le tipologie di attacco – sottolinea all’Adnkronos Phillip Larbey, Managing Principal di Verizon Business – vanno uniformandosi: sia per le Pmi sia per le grandi aziende, oltre il 70% delle violazioni sono state determinate da intrusioni all’interno del sistema di sicurezza, errori di vario tipo e attacchi alle applicazioni web. Un panorama che mette dunque in evidenza la sempre maggiore attrattività delle Pmi per gli hacker – continua Larbey – e che dimostra come anche in paesi come l’Italia, il cui tessuto economico è basato su realtà imprenditoriali di piccole e medie dimensioni, non si possa dormire sonni tranquilli, ma si debba continuare a investire sull’aggiornamento continuo dei sistemi di cybersecurity, ma soprattutto sulle competenze It delle risorse”.

Violazioni alle applicazioni web: il 39% del totale 

Il rapporto 2021 di Verizon ha anche evidenziato le sfide che le aziende devono affrontare quando trasferiscono la maggior parte delle loro funzioni aziendali in cloud, dato che gli attacchi alle applicazioni web rappresentano il 39% del totale delle violazioni.

“Con l’aumentare delle aziende che trasferiscono in cloud funzioni essenziali per il business, le potenziali minacce per le loro operazioni potrebbero diventare più concrete – evidenzia il Ceo di Verizon Business, Tami Erwin -, poiché i malintenzionati cercano di sfruttare le vulnerabilità umane e la maggiore dipendenza dalle infrastrutture digitali”.

I vari settori vengono colpiti in maniera differenziata

Sebbene la sicurezza rimanga per tutti una sfida prioritaria, esistono differenze significative tra i vari settori. Nel settore finanziario e assicurativo, l’83% dei dati compromessi in caso di violazione sono di tipo personale, mentre nell’ambito dei servizi professionali, scientifici e tecnici lo è il 49%. Nella Sanità, invece, il banale errore umano continua a caratterizzare questo settore, in particolare la misdelivery (36%), sia elettronica o relativa a documenti cartacei. Mentre nella PA la minaccia di gran lunga più grande è il social engineering.

Per gli italiani “smart” è un concetto che va oltre la tecnologia

Una vita smart, dalla casa al benessere alla cucina. Ma come viene percepito dagli italiani il concetto di “smart”? Alla domanda risponde AMC, azienda nel settore dei sistemi di cottura in acciaio inox di alta qualità, che insieme all’Istituto Internazionale AstraRicerche ha condotto un’indagine per analizzare le percezioni, i comportamenti, i valori e le aspettative riguardo al concetto di smart. I dati rivelano che secondo la maggioranza degli italiani il benessere fisico, mentale ed economico sono elementi essenziali per valutare quanto sia smart la propria vita. Insomma, la smart way of life presenta diverse sfaccettature: sostenibilità, salute, benessere, semplicità ed efficienza.

Smart life: per ora è solo per un italiano su due

Per quasi il 44% degli italiani smart life significa riuscire a fare le stesse cose con meno risorse, e per il 37,7% fare le cose più velocemente, ma con buoni risultati. Inoltre, oltre un terzo degli intervistati (35,2%) interpreta smart life come la capacità di fare molte cose con successo, e ancora, il 31,4% associa il termine smart al fare le cose con buon umore e con un atteggiamento positivo. Tuttavia, soltanto 1 intervistato su 2 ritiene che la propria vita sia smart, e l’80% degli intervistati desidera una vita più smart nei prossimi 1-2 anni.

Tecnologia, salute e semplicità

Per quanto riguarda l’idea della cucina smart, al primo posto per gli italiani (82,9%) c’è l’utilizzo di prodotti tecnologici accanto a una spiccata attenzione al cucinare sano. Al secondo posto (80,4%), cucinare in modo più semplice e rilassato, e al terzo (78,9%) il raggiungimento di un’alta qualità alimentare. Risulta poi forte il legame tra benessere psicofisico e attività culinaria, non solo in termini di qualità del cibo, ma anche di esperienza e comfort. Se 3 persone su 4 (73,8%) apprezzano un modo di cucinare efficiente e veloce, il 72,9% pensa che la cucina smart abbia senso se è anche divertente, mentre molti italiani (67,1%) ritengono importante la possibilità del multitasking in cucina, e più di un terzo degli intervistati afferma che è essenziale cucinare senza sprechi e con un basso uso di risorse, sottolineando l’importanza della sostenibilità anche ai fornelli.

Smart cooking: come ottenere il massimo con il minimo sforzo e senza sprechi

Quasi il 75% degli intervistati identifica lo smart cooking con un sistema semplice, veloce, comodo ed efficace. Un sistema che consente di liberare la fantasia utilizzando gli strumenti giusti per ottenere ricette gustose, leggere e sane con un limitato uso di risorse, e quindi senza sprechi di acqua o energia. Insomma, significa ottenere il massimo con il minimo sforzo. Data l’alta percentuale di presenza ai fornelli degli italiani (il 57,7%, ovvero più di metà degli intervistati cucina ogni giorno), le fonti di ispirazione per cucinare diventano un “tema caldo”. E se le ricette condivise tra parenti o amici (48,5%) sono in testa alla classifica, l’ispirazione in cucina si prende anche dalle app (40,9%) e dai siti web dedicati

È arrivato il Nft, il certificato digitale per opere virtuali o cimeli tecnologici

Nell’era digitale la nuova frontiera dell’autenticazione si chiama Nft (Non Fungible Token), il certificato digitale che usa il sistema della blockchain per “autenticare” la cosiddetta crypto arte, da un quadro fatto dall’AI a una canzone techno fino a gattini virtuali. Potrebbe sembrare un fenomeno di nicchia o per nerd, se non fosse che di recente la casa d’aste Christie’s ha venduto un’opera completamente digitale dell’artista Beeple per 69 milioni di dollari, registrata con un Nft e sdoganando definitivamente questo sistema. La tecnologia però risale al 2017, quando alcuni sviluppatori canadesi hanno lanciato il gioco CryptoKitties, con cui era possibile acquistare gattini virtuali con un contratto registrato sulla blockchain.

Il primo tweet messo all’asta per 2,5 milioni di dollari

La popolarità dell’Nft è cresciuta di recente grazie a due personaggi in vista nel mondo dell’hitech, il patron di Tesla Elon Musk e l’amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey. Il primo ha pubblicato un tweet con una traccia di musica techno ispirata all’Nft. Si sa che Musk è un grande sostenitore delle monete digitali, tanto che Tesla ha investito 1,5 miliardi di dollari in Bitcoin e in futuro accetterà la valuta come forma di pagamento per le sue auto. Jack Dorsey, invece, ha messo all’asta il suo primo tweet, un cimelio tecnologico che risale al 21 marzo 2006 e che 15 anni fa dette il via all’avventura Twitter. Lo vende in forma di Non Fungible Token in modo da certificarlo e renderlo un oggetto da collezione che non possa essere duplicato. Al momento è quotato alla cifra da capogiro di 2,5 milioni di dollari.

Un’evoluzione della blockchain con standard creati ad hoc

Quello che si acquista con l’Nft non è quindi l’opera in sé, ma un certificato, un token che consente di affermare i diritti sull’opera. In pratica si tratta di un’evoluzione della blockchain, la tecnologia per consentire e tracciare gli spostamenti di valuta (una sorta di libro mastro virtuale) con standard creati ad hoc. Luogo principale per la creazione di questi Nft è Ethereum, scrive l’Ansa, una criptovaluta nata proprio per gestire ‘smart contract’ e che rappresentano un bene unico.

Rendere speciale, non replicabile e unico quello non lo è

Il sistema si sta sviluppando rapidamente. Anche Nike detiene un brevetto per le sue sneaker Nft chiamate CryptoKicks, mentre la band italiana Belladonna, con il singolo New Future Travelogue, sono i primi artisti del nostro Paese a vendere un brano musicale come Non Fungible Token in copia unica. Il mercato, cosa non da poco, sta acquistando valore. Secondo un report della NonFungible Corporation e dell’Atelier Bnp Paribas, nel 2020 gli scambi del mercato Nft hanno superato i 250 milioni di dollari, un aumento di quattro volte rispetto al 2019. Ciò che fa riflettere però è il cambio di rotta del mondo informatico, che dalla proposta di una replicabilità pressoché infinita dei contenuti sta cercando di rendere unico, speciale e non replicabile quello che unico non è.

Effetto Covid sul carrello della spesa alimentare, nel 2020 +7,4%

L’effetto dei ripetuti lockdown ha spinto gli italiani tra le mura domestiche, e nel 2020 la pandemia ha fatto aumentare la spesa alimentare delle famiglie del +7,4%, una crescita record negli ultimi 10 anni. I picchi più elevati si sono verificati a Pasqua e a Natale, in corrispondenza delle stretta su uscite e spostamenti. E se le star del carrello al tempo del Covid sono state le uova fresche, che hanno registrato un balzo del 14,5% negli acquisti, tendenze positive si registrano in tutti i comparti, con incrementi sopra la media per formaggi, carne e salumi, e prodotti ortofrutticoli. Un andamento che tuttavia non compensa il crollo verificato nella ristorazione, dove la spesa delle famiglie si è ridotta del 42%.

La pandemia ha cambiato il rapporto con il cibo

È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Ismea, che evidenzia come il trascorrere delle settimane in casa abbia modificato progressivamente l’atteggiamento dei consumatori anche nei confronti del cibo. Così cresce il paniere “cuochi fai da te” (uova, farina, lievito, burro, zucchero, olio), con un graduale ridimensionamento dell’interesse iniziale per i prodotti conservabili (surgelati e scatolame) e per i prodotti da “scorta dispensa” (latte Uht, pasta, passate di pomodoro). L’alimentazione è diventata però anche una delle vie per cercare di mantenersi in salute, come dimostra il boom della domanda di arance, che nell’inverno 2020 ha spinto la crescita annuale degli acquisti di frutta dell’8,9%.

Dal globale al locale, si accelera il processo di deglobalizzazione degli acquisti

Per quanto riguarda la scelta dei luoghi di acquisto si è assistito invece alla riscossa delle piccole botteghe di prossimità, divenute le realtà più dinamiche con un incremento del 18,4%. La pandemia ha infatti accelerato il processo di “deglobalizzazione” in atto da qualche tempo, alimentando interesse e voglia di “mangiare vicino”. Dal globale al locale, quindi, inteso come il negozio di vicinato, il mercato rionale, o l’acquisto direttamente dal contadino o in fattoria. L’emergenza Covid-19 di fatto ha determinato un sensibile aumento del numero delle imprese agricole che praticano la vendita diretta. Di conseguenza, il fatturato di questo canale secondo l’Ismea nel 2020 ha superato i 6,5 miliardi di euro.

La rete Campagna Amica salva le specialità del passato a rischio di estinzione

Un risultato reso possibile anche dal fatto che l’Italia può contare sulla rete organizzata Campagna Amica, che conta 1200 mercati contadini a livello nazionale. Una realtà in controtendenza alle drammatiche chiusure di negozi nelle città, e che contribuisce a mantenere vivo il tessuto economico e sociale nelle aree urbane. Nei mercati contadini di Campagna Amica poi è possibile trovare specialità del passato a rischio di estinzione. Salvati grazie all’azione di recupero da parte degli agricoltori, questi prodotti agricoli non troverebbero spazio nei normali canali di vendita, dove prevalgono rigidi criteri dettati dalla necessità di standardizzazione e di una grande quantità di offerte, riporta Askanews.

 

La doppia sfida dell’agricoltura, competitività e sostenibilità

Le aziende non possono prescindere da competitività e produttività, ma al tempo stesso non possono esimersi dall’essere sostenibili. Oggi le imprese agricole sono chiamate a una doppia sfida, quella della competitività e quella della sostenibilità. Due obiettivi che spesso non vanno d’accordo. Tra Covid-19, cambiamenti climatici, concorrenza internazionale ed European Green Deal, da un lato, e la diffidenza dei consumatori verso tutto ciò che non è percepito come tradizionale, solo l’innovazione, dalle nuove tecnologie di evoluzione assistita (TEA) fino all’agricoltura di precisione e 4.0, può aiutare le aziende a vincere questa duplice sfida. Perché “gli scenari della scarsità alimentare, delle risorse naturali e dei cambiamenti climatici sembrano fantascienza, ma in realtà ci riguardano da vicino”, dichiara Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare di Nomisma.

I prodotti delle aziende “tradizionali” vengono percepiti di qualità superiore

Si tratta delle evidenze emerse dalla survey di Nomisma-Agrifood Monitor, realizzata in partnership con Crif. La ricerca ha messo in luce come i preconcetti verso l’innovazione in agricoltura derivino più dalla mancanza di una corretta comunicazione, o informazione, piuttosto che da forme di “integralismo alimentare”.

Per il 45% degli italiani, infatti, i prodotti agroalimentari derivanti da aziende “tradizionali” vengono percepiti come di qualità superiore rispetto a quelli offerti dalle aziende più avanzate dal punto di vista tecnologico.

Per il 54% dei consumatori è necessario un cambio di rotta

Anche se il consumatore è sovrano la stessa survey evidenzia come molte convinzioni sulle innovazioni in agricoltura derivino da una scarsa conoscenza, tanto da venire “ribaltate” una volta spiegate le funzioni di tali miglioramenti tecnologici, soprattutto se inquadrate nello scenario evolutivo verso il quale stiamo andando. A fronte di un futuro condizionato dai cambiamenti climatici e dalla necessità di attività produttive più sostenibili, non sembrano infatti esserci molte possibilità. Tanto che il 54% dei consumatori reputa necessario un cambio di rotta per gli agricoltori italiani, spiega Askanews, soprattutto attraverso investimenti in innovazione, che permettano di affrontare la doppia sfida della competitività e della sostenibilità.

Dagli irriducibili agli indifferenti, l’identikit dei consumatori

Certo, l’indagine Nomisma-Agrifood Monitor mostra che non mancano gli irriducibili, ovvero coloro che sono disposti a pagare di più pur di continuare ad acquistare prodotti direttamente da contadini meno avvezzi alla tecnologia (18%), così come non manca un 13% di chi si dice pronto a cambiare la propria dieta introducendo alimenti “alternativi”, come gli insetti o le alghe, o un 5% disponibile a consumare cibi creati in laboratorio. C’è però un rimanente 10% che sembra essere indifferente all’origine territoriale dei prodotti e incline ad acquistare prodotti stranieri.

Come decorare un duplex alla perfezione

Un duplex è una casa formata dall’unione di due differenti immobili composti da due piani sovrapposti o uno di fianco all’altro, collegati tra loro. Quando si necessita di arredare o decorare un duplex, bisogna considerare delle particolarità che non si presentano quando arrediamo una casa a un livello o comunque di tipo tradizionale.

Ad ogni modo il risultato finale può essere spettacolare, in quanto il duplex offre anche una serie di vantaggi rispetto alle abitazioni tradizionali come maggiore luminosità, più privacy grazie alla sua disposizione particolare e la possibilità di creare ambienti differenziati.

Esistono duplex di tutte le dimensioni, e quando iniziamo le fasi di scelta di arredi e complementi bisogna tenere conto della disposizione delle varie stanze . Ad esempio al secondo piano, in caso di appartamenti su due livelli, troviamo abitualmente la zona riposo e le camere da letto. Al primo piano il soggiorno, la sala da pranzo, la cucina e il bagno. È possibile anche riservare uno spazio dedicato a un’area di lavoro su uno dei due piani per chi lavora da casa e necessita di una stanza in cui potersi dedicare alle proprie attività.

I consigli per arredare un duplex con gusto

Vediamo adesso di seguito alcune idee e suggerimenti utili decorare con gusto un duplex.

Iniziamo con il dire che in un duplex è possibile creare ambienti diversi a seconda dello spazio disponibile, creando un passaggio armonioso da l’uno all’altro. Puoi giocare con decorazioni e soluzioni, aggiungendo colore ad ogni stanza attraverso i mobili, ma mantenendo l’armonia visiva dell’intero spazio.

Generalmente le scale sono considerate un inconveniente quando si vive in un duplex, ma tu considerale invece un valore aggiunto del quale possiamo anche approfittare. Che ne pensi di usare le scale per creare un spazio di archiviazione aggiuntivo? Puoi farlo sia attraverso armadi su misura che passano inosservati o mensole: scegli l’opzione migliore in base alla tipologia di scala.

Se il tuo duplex è particolarmente piccolo, una buona opzione potrebbe essere quella di posizionare il divano sotto le scale per guadagnare spazio in soggiorno.

Nei duplex, gli spazi sono generalmente aperti. Per ottenere una  transizione armoniosa tra diversi ambienti giocando con decorazioni e suppellettili, puoi scegliere di utilizzare arredo luxury, elementi decorativi o giocare con i  tappeti che consentono un passaggio armonioso tra i diversi ambienti di casa.

Tieni conto di questi consigli e vedrai il tuo duplex diventerà una casa molto accogliente.

Con i lockdown è boom di adozioni per cani e gatti

Durante l’anno della pandemia e dei lockdown l’ong animalista Enpa ha trovato casa a 8100 cani e 9500 gatti in tutta Italia, oltre il 15% in più rispetto al 2019, e per un totale di 17.600 animali domestici adottati.

“Questo forse è il piccolo miracolo di questa pandemia”, commenta Carla Rocchi, presidente nazionale Enpa. Nel 2020 si è assistito infatti a un vero proprio boom di adozioni per cani e gatti in cerca di una famiglia.

“Un miracolo che ha visto protagonisti gli animali”

“Un miracolo che ha visto protagonisti gli animali presenti nelle nostre case, che con il loro affetto e amore incondizionato ci hanno aiutato in questo momento difficile – continua la presidente Enpa -. Ma va evidenziato anche l’insostituibile ruolo dei volontari, i quali in pieno lockdown hanno incrementato il loro impegno”. In alcune città la percentuale di animali che hanno trovato una nuova casa sono arrivate addirittura al 20% o al 40%. È il caso di Treviso, che su 147 cani presenti nelle strutture dell’associazione ne ha fatti adottare 100. O di Perugia, dove hanno trovato famiglia 96 cani, anche diversi cani disabili e anziani, e 70 gatti. Ci sono poi situazioni come quella di Monza, dove a dicembre il rifugio Enpa è rimasto addirittura privo di cani da adottare.

Trovano casa più cani e più gatti anche al Sud dove il randagismo è endemico

L’aumento di adozioni non si è limitato però alle città del Nord e del Centro Italia. Anche nelle zone del Sud dove il randagismo è un fenomeno endemico sono aumentate le adozioni. È il caso ad esempio di San Severo, in provincia di Foggia, dove le adozioni sono passate dai 106 cani del 2019 ai 161 del 2020, e dove hanno trovato famiglia anche tanti amici a quattro zampe sopra i due anni, o addirittura anziani. Insomma, complice la pandemia e la difficoltà di effettuare spostamenti, nel Sud Italia sono aumentate le adozioni in loco. In particolare, in Sicilia, Puglia e Campania, con una percentuale del +40%.

Crescono anche le cessioni di animali per cause economiche

Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Se da un lato cresce il numero di adozioni cresce anche quello di chi non può più permettersi di mantenere un animale, e quindi si rivolge ad associazioni come l’Enpa. Tra settembre e ottobre le cessioni di animali per cause economiche sono infatti aumentate del 20%, e sono poi calate tra novembre e dicembre. Le cause sono state quasi sempre legate alla pandemia: o per l’impossibilità di mantenere l’animale per un improvviso impoverimento, o perché i figli, dopo la morte dei genitori, non se la sentono più di occuparsi dei loro cani e gatti, riporta Ansa.

Furti d’identità, le frodi creditizie “valgono” 65 milioni di euro nel primo semestre 2020

Il primo semestre del 2020, seppur segnato dal lockdown, ha visto continuare il fenomeno delle frodi creditizie tramite furto d’identità. I numeri: solo nel nostro Paese i casi segnalati sono stai più di 11.200, con un danno complessivo di oltre 65 milioni di euro. L’importo medio di ogni frode è di 5.792 euro, con un aumento del 24,2% rispetto allo stesso periodo del 2019. A fornire questi dati allarmanti è l’Osservatorio sulle Frodi Creditizie e i furti di identità realizzato da CRIF-MisterCredit. Ovviamente, a causa delle restrizioni, sono calate le frodi “fisiche” in banca e nei punti vendita, analogamente a quanto accaduto con i casi di rapina, riflettendosi in un calo del numero di frodi rilevate (-33,1%). Meno casi, quindi, ma più soldi sottratti.

I principali ambiti delle frodi

Il maggior numero di eventi fraudolenti si registra nei prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi (quali auto, moto, articoli di arredamento, elettronica ed elettrodomestici, energie rinnovabili, ecc), che continuano a rappresentare la metà del totale. Al secondo posto per numerosità si trovano le frodi sulle carte di credito, che spiegano un quinto del totale delle frodi (precisamente il 20,4%), seguite da quelle legate ai prestiti personali, in aumento rispetto allo scorso anno, con una quota del 10,6%. Sono addirittura raddoppiati rispetto al primo semestre del 2019 i finanziamenti fraudolenti tramite fidi di conto, che oggi rappresentano il 3,6% del totale delle azioni fraudolente.

Le categorie merceologiche più acquistate in modo fraudolento

Gli elettrodomestici restano la tipologia più diffusa, con una quota del 31,9% del totale, tra i beni e servizi maggiormente acquistati in maniera fraudolenta. Seguono le auto e le moto, con un aumento del 7,4% sul 2019, e che adesso rappresentano il 14,8% del totale, e l’arredamento (all’8,1%). Una quota rilevante di frodi – precisamente l’8,3% – si riferisce ad acquisti di elettronica-informatica-telefonia, ma crescono anche le frodi legate ai trattamenti medici ed estetici (sono il  6,1% del totale). Per quanto riguarda il tipo di bene in rapporto all’erogato, le categorie più colpite risultano essere intrattenimento/viaggi, consumi/abbigliamento/lusso, spese professionali e trattamenti medici/estetici.
Chi sono le vittime
L’ultimo osservatorio rivela che la maggior parte delle vittime è ancora rappresentata da uomini (63,7% dei casi). Relativamente alla distribuzione per fascia di età, quella nella quale si rileva il maggior incremento percentuale delle frodi nel primo semestre 2020 è quella degli over 60 (+16,6%) seguita dai 51-60enni (+10,3%). In termini assoluti, tuttavia, la fascia più colpita resta quella dei giovani tra 18 e 30 anni, coinvolti in circa 1 caso di frode su 4. Riguardo la regione di residenza delle vittime, la ripartizione dei casi mostra una maggiore incidenza del fenomeno in Campania (con oltre 1.500 casi), Lombardia (quasi 1.350), Lazio (oltre 1.300) e Sicilia (quasi 1.200).

I bicchieri monouso per consumare bevande calde possono essere nocivi

Bere bevande calde da bicchieri di plastica potrebbe essere nocivo. Nei 15 minuti necessari per consumare caffè o tè caldi da un bicchiere di plastica o di carta, lo strato di microplastica sulla tazza si degrada e può rilasciare fino a 25 mila particelle dell’ordine di grandezza dei micron all’interno della bevanda. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Hazardous Materials condotto dagli esperti dell’Indian Institute of Technology (IIT) a Kharagpur, che hanno analizzato la capacità di resistenza al calore dei bicchieri di plastica monouso per il consumo di bevande calde.

In tre bicchieri di tè o caffè al giorno fino a 75 mila particelle di microplastica

“Secondo i dati di Imarc Group, una società di ricerche di mercato internazionale, nel 2019 sono stati prodotti circa 264 miliardi di bicchieri monouso per il consumo di alimenti e bevande calde, preferiti alle alternative di vetro o ceramica per via delle vite frenetiche e della crescente tendenza di servizi da asporto – spiega Sudha Goel dell’Indian Institute of Technology (IIT) -. E un individuo che assume mediamente tre tazze di tè o caffè al giorno rischia di ingerire fino a 75 mila particelle di microplastica”.

Le microplastiche fungono da trasportatori di contaminanti

Il team ha versato acqua pura riscaldata a 85-90 °C nei bicchieri monouso, analizzandone il composto dopo 15 minuti con microscopio a fluorescenza per microplastiche, e valutando i rivestimenti in plastica separatamente per distinguere le alterazioni nelle proprietà fisiche, chimiche e meccaniche, riporta Agi. “Le microplastiche – prosegue l’esperta – fungono da trasportatori di contaminanti come ioni, metalli pesanti tossici come palladio, cromo e cadmio, nonché composti organici idrofobici. Se ingeriti regolarmente, potrebbero provocare effetti dannosi sulla salute”. Secondo i risultati del gruppo di ricerca un bicchiere di carta monouso esposto a un liquido caldo per un tempo di 15 minuti può rilasciare fino a 10,2 miliardi di particelle di dimensioni inferiori al micron.

Rilevata la presenza di metalli pesanti nei rivestimenti

“Usando la cromatografia ionica – continua la scienziata – abbiamo osservato il trasferimento di ioni nell’acqua dai bicchieri di carta, confermando che le microplastiche potrebbero essere rilasciate nelle bevande calde. L’aspetto più preoccupante è che abbiamo rilevato la presenza di metalli pesanti nei rivestimenti”.

Gli autori sottolineano che sarà necessario eseguire attente considerazioni prima di promuovere prodotti sostitutivi delle soluzioni inquinanti, perché potrebbero rivelarsi nocivi e pericolosi.

“In molte parti dell’India si usano ancora le tazze in terracotta – afferma Virendra Tewari, direttore dell’IIT – e, sebbene sia complicato individuare un sostituto adeguato ai bicchieri di carta, è importante affrontare questo problema e raggiungere una soluzione percorribile”.