Il lusso? Per i giovani è uno stile di vita fatto di esperienze

A dirlo sono i giovani americani: per loro il lusso è lontanissimo dalla vita digitale, ma anzi è fatto di esperienze, benessere ed emozioni. I risultati, abbastanza sorprendenti visto che si parla di nativi digitali, sono il frutto di un’indagine condotta da Lexus su 3.200 ragazzi statunitensi, da quelli della Gen Z a Baby Boomers. Non solo: tra quello che viene considerato “lusso” dalle nuove generazioni c’è anche l’allontanamento, almeno temporaneo, dai device e da Internet. Lusso è concedersi un “digital detox”, quindi, a favore di vita vissuta. Insomma, la rete con le sue infinite possibilità non sembra soddisfare i bisogni, almeno in fatto di luxury, dei più esigenti.

Meno oggetti, più esperienze

In base ai dati raccolti, si scopre che per la maggior parte degli intervistati (56%) il concetto di lusso è rappresentato da uno stile di vita fatto di esperienze piuttosto che da una collezione di oggetti personali. L’aspetto ancora più interessante è che questo trend è destinato a crescere: il 73% dei giovani americani coinvolti nello studio ha infatti affermato che l’identificazione del lusso con le esperienze rispetto agli oggetti personali sarà altrettanto, se non di più, importante nel prossimo decennio.

Sorpresa e unicità, le basi del nuovo lusso

Il valore si sposta quindi dal marchio al contenuto. Per i ragazzi i marchi del lusso, riporta l’Ansa, dovrebbero  fornire esperienze sorprendenti, ma non solo. Dovrebbero essere  anche reattivi alle esigenze dei clienti, fornendo un supporto esperto e concentrandosi sui dettagli e sulla forte personalizzazione, come conoscere il nome e le preferenze del cliente. Ma si aspettano un’esperienza immersiva, in cui il brand è attento a tutti e cinque i sensi studiando pure  il profumo, l’illuminazione e l’umore.

Obiettivo unicità e sostenibilità

Non solo per pochi, ma addirittura unico: quasi la totalità degli intervistati ha aspettative altissime quando si parla di unicità. I giovani si aspettano dai marchi di lusso nuove possibilità di personalizzazione in grado di soddisfare le loro richieste speciali. Ma è forte anche l’aspettativa sul fronte della sostenibilità con l’81% che si aspetta che i marchi di lusso abbiano processi di produzione rispettosi dell’ambiente. Nel futuro, le frontiere del concetto di lusso potrebbero avvicinarsi alla fantascienza: infatti quando è stato chiesto agli intervistati di immaginare il luxury nel 2050, questi hanno previsto dispositivi per la lettura della mente, vacanze spaziali, auto volanti, tecnologie di registrazione dei sogni e dispositivi per l’impianto del cervello per aiutare la memoria.

Come fare carriera nel 2020

Un avanzamento nella carriera potrebbe essere un ottimo proposito per l’anno nuovo Ma promozioni o assunzioni prestigiose non arrivano da sole, è necessario dimostrare impegno, iniziando fin dalle prime settimane dell’anno a costruire il proprio futuro. Il primo passo, quindi, è quello di analizzare l’anno lavorativo appena trascorso, considerando quanto di positivo o negativo è accaduto. Il secondo è impostare da subito la propria routine lavorativa seguendo i consigli degli esperti, come quelli della società di ricerca e selezione Adami&Associati, che ha condiviso alcuni suggerimenti per moltiplicare le possibilità di avere successo in ambito lavorativo nel 2020. Primo fra tutti, essere sempre puntuali. I datori di lavoro e i superiori preferiscono sempre i collaboratori puntuali, perché la puntualità si traduce in produttività. E come sottolinea la head Hunter Carola Adami, CEO e fondatrice di Adami&Associati, “elimina a priori lo stress superfluo nel team di lavoro”.

Prepararsi puntuali al salto di carriera

Per una promozione interna o per ottenere ottime referenze, la puntualità è tra i primi fattori da tenere in considerazione. È necessario quindi entrare in ufficio sempre in orario, presentarsi puntualmente ai meeting, e rispettare tutte le scadenze, senza ritardi.  Non dimenticare, poi, di, aggiornare il proprio curriculum vitae. Non si può sperare di attirare l’attenzione delle migliori aziende con un curriculum vecchio, non aggiornato e non particolarmente brillante. “Il curriculum vitae, sia quello inviato come auto-candidatura sia in risposta a un preciso annuncio, è destinato a essere attorniato da decine o perfino centinaia di curricula concorrenti”, spiega Adami. Il cv perfetto, quindi, deve essere in grado di distinguersi. E deve essere conciso, grammaticalmente corretto, e sincero.

Non si smette mai di imparare

Non smettere mai di imparare, ci sono sempre nuove competenze da acquisire, skill da affinare, nuovi strumenti da conoscere. Per questo motivo il lavoratore che desidera migliorare la propria carriera deve investire più degli altri in aggiornamento e in formazione. Il consiglio dell’head hunter perciò è quello di aggiornarsi, ed è possibile farlo sia accedendo a corsi ad hoc sia studiando a casa durante il tempo libero. Ma per provare a migliorare la propria posizione lavorativa è bene anche ricordarsi di aggiornare il proprio profilo LinkedIn.

Saper promuovere le proprie aspirazioni

“La maggior parte dei recruiter, prima di decidere quale candidato assumere o quali candidati contattare per un colloquio di selezione – sottolinea Adami – analizza la loro immagine online, a partire dalla rispettiva pagina LinkedIn”.

Meglio, quindi, aggiornare la foto profilo ogni due o tre anni, rinfrescare la propria biografia e scegliere con cura le parole chiave con cui la pagina verrà indicizzata, e coltivare una rete di contatti mirata.

Ultimo consiglio, promuovere le proprie aspirazioni. Chi vuole fare un salto di carriera non deve mantenere segreto questo desiderio. Al contrario, deve fare in modo che i propri superiori siano messi al corrente di questa aspirazione.

Solo così sarà possibile essere presi in considerazione nel momento in cui si aprirà una nuova opportunità all’interno dell’azienda.

Arriva l’Rc auto per famiglie, risparmi fino a 1000 euro

Arriva l’Rc Auto per le famiglie, che potranno risparmiare fino a 1000 euro. La commissione bilancio al Decreto Fiscale ha approvato un emendamento che consentirà a una famiglia di assicurare tutti i veicoli, indipendentemente che si tratti di un mezzo a due o quattro ruote, usufruendo della migliore classe di merito presente all’interno del nucleo. La cosiddetta assicurazione “familiare” partirà dal prossimo anno, e dovrebbe essere estesa anche ai casi di rinnovo contratti già stipulati. Si tratta di un vantaggio importante anche per gli automobilisti in prima classe che acquistano una moto o uno scooter, e che al contrario di quanto accade adesso, potranno trasferire la CU maturata sulle quattro ruote alle due ruote, con evidenti vantaggi economici..

Una simulazione di Facile.it per una famiglia di 4 persone, due auto e due scooter

Quanto potrebbe risparmiare una famiglia media? Facile.it, il sito che confronta i prezzi fra le diverse assicurazioni, ha realizzato una simulazione considerando una famiglia residente in tre città campione, Milano, Firenze e Bologna, e composta da 4 membri che assicura 2 automobili e due 2 scooter. In alcuni casi, secondo i calcoli di Facile.it, la spesa totale per le assicurazioni potrebbe diminuire addirittura del 53%.

A Milano si possono risparmiare circa 690 euro

A Milano, ad esempio, la media delle migliori tariffe disponibili su Facile.it per assicurare due auto intestate ai genitori, entrambi in prima classe di merito, e due scooter assicurati in quattordicesima classe, il costo totale sarebbe pari a oltre 1.430 euro l’anno. Con la normativa vigente non è possibile trasferire la classe di merito dall’auto a un veicolo a due ruote, quindi, anche se in prima classe di merito, i genitori che assicurano per la prima volta uno scooter o una moto devono partire dalla quattordicesima classe. Con la nuova norma, invece, la classe di merito maturata sull’auto passerebbe anche alle due ruote con un risparmio, per la nostra famiglia milanese, di circa 690 euro, vale a dire circa il 48% in meno rispetto a quanto pagherebbe oggi.

A Firenze -53% di spesa, a Bologna -48%

Nel capoluogo toscano, sempre secondo Facile.it, per assicurare 2 auto in prima classe di merito e 2 scooter in classe 14, la spesa totale sostenuta sfiorerebbe i 2.000 euro. Con l’entrata in vigore della nuova norma, invece, la classe di merito dei due scooter passerebbe dalla quattordicesima alla prima, con un risparmio complessivo del 53%, vale a dire oltre 1.000 euro in meno. A Bologna, invece, oggi una famiglia con 2 auto in prima classe di merito e 2 scooter in quattordicesima classe pagherebbe, complessivamente, quasi 1.690 euro, riferisce Adnkronos. Mentre con l’entrata in vigore della nuova norma il costo complessivo calerebbe del 48%, con un risparmio di circa 810 euro.

 

Usare lo smartphone lascia segni sul cervello dei bambini

Tablet e smartphone utilizzati in tenera età lasciano segni sul cervello. Uno studio del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center (Usa) documenta infatti la presenza di differenze strutturali nella materia grigia dei bambini in età prescolare legate all’uso degli schermi video. Più in particolare, la ricerca mostra che i bimbi che trascorrono più tempo con questi dispositivi hanno una minore integrità strutturale in alcuni tratti di materia bianca nelle aree del cervello che supportano il linguaggio, e altre abilità legate all’alfabetizzazione, al controllo mentale e all’autoregolazione. Questi bambini, inoltre, ottengono punteggi più bassi nelle misurazioni linguistiche e di alfabetizzazione.

Uno studio che ha coinvolto 47 bambini sani di età compresa tra 3 e 5 anni

Lo studio ha coinvolto 47 bambini sani di età compresa tra 3 e 5 anni e ha esaminato l’integrità della sostanza bianca nel cervello attraverso una risonanza magnetica. I bambini hanno completato test cognitivi standard, e i ricercatori hanno valutato il tempo trascorso di fronte agli schermi mettendolo a confronto con le raccomandazioni dell’American Academy of Pediatrics (Aap). Secondo la quale i bambini di età inferiore ai 18 mesi dovrebbero evitare l’uso di contenuti multimediali diversi dalle chat video. I genitori di bambini dai 18 ai 24 mesi dovrebbero scegliere una programmazione di alta qualità e guardarla sempre con i figli, mentre i bambini dai 2 ai 5 anni dovrebbero limitare l’uso dello schermo a 1 ora al giorno, sempre in co-visione, riporta Adnkronos.

Più esposizione ai video, minore velocità di elaborazione del linguaggio

Tra i risultati chiave è emerso che punteggi più elevati nello “score” di esposizione ai video erano significativamente associati a un linguaggio espressivo di qualità inferiore, che corrisponde alla capacità di nominare rapidamente gli oggetti (velocità di elaborazione), e a una minore integrità della sostanza bianca, che influenza l’organizzazione e il processo di formazione della guaina mielinica attorno a un nervo per consentire agli impulsi nervosi di muoversi più rapidamente (mielinizzazione). Questo, in tratti che coinvolgono la funzione esecutiva del linguaggio e altre abilità di alfabetizzazione.

Aziende produttrici, politici e genitori devono fissare limiti salutari all’uso dei dispositivi

“L’uso dei media su schermo è prevalente e in aumento in ambito domestico, in bambini di età sempre più giovane – commenta John Hutton, direttore del Reading & Literacy Discovery Center dell’ospedale americano -. Questi risultati evidenziano la necessità di comprendere gli effetti del tempo trascorso con questi device, in particolare durante le fasi di sviluppo dinamico del cervello nella prima infanzia, in modo che aziende produttrici, responsabili politici e genitori possano fissare limiti salutari nell’esposizione a questi dispositivi”.

Tutti vogliono la pasta, purché sia bio, integrale o gluten free

La pasta è sempre amata dagli italiani, e non solo, ma qualcosa è cambiato. Cambiano infatti le abitudini di consumo, e sulle tavole degli italiani avanzano le confezioni di pasta “senza glutine”, “100% italiana”, “trafilata al bronzo”, oppure “a lenta essiccazione”. Il tutto a discapito del pacco tradizionale.

Sono poi raddoppiati gli appassionati di pasta integrale, passati in tre anni dal 36% al 75%. E chi dichiara di aver mangiato pasta biologica almeno una volta nell’anno in corso sale dal 13% al 63%, per non parlare di chi ha consumato quella senza glutine, la cui percentuale  in tre anni schizza dal 7% al 30%.

Il valore degli acquisti torna a salire

Lo ha scoperto l’Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, che conferma anche come il valore degli acquisti di questo alimento, dopo aver toccato il valore più basso nel 2018, oggi sia tornato a salire,. E proprio grazie all’exploit di referenze a più alto valore unitario. La pasta oggi rappresenta infatti oltre il 3% dello scontrino della spesa alimentare degli italiani, ma dall’inizio del decennio le quantità consumate si sono ridotte di quasi il 13%.

Una rimodulazione degli acquisti che riflette un diverso stile di vita

Il calo nei consumi è dovuto principalmente a cambiamenti demografici, a una maggiore attenzione alla dieta e alla crescita di un’offerta alternativa che ha letteralmente rivoluzionato lo scaffale. Il risultato è una rimodulazione degli acquisti, che riflette un diverso stile di vita degli italiani.

In settori maturi come la pasta, indica l’Ismea, alcuni prodotti tradizionali vengono sostituiti da altri della stessa filiera, ma con caratteristiche più in linea alla domanda del mercato.

In pratica anche la pasta si adegua alle nuove esigenze di salute, e di maggiore attenzione alla qualità dei prodotti, di consumatori sempre più consapevoli.

L’Italia si conferma il primo produttore, consumatore ed esportatore al mondo

Ed è proprio quello che sta succedendo ai consumatori del nostro Paese, che si conferma il primo produttore, consumatore e esportatore al mondo. I pastifici nazionali producono infatti 3,4 milioni di tonnellate di pasta, di cui più della metà viene venduta all’estero, soprattutto in Germania, Usa e Francia, per un valore di quasi 2 miliardi di euro, riporta Ansa. Per soddisfare la domanda di frumento dei molini e pastifici, segnala ancora l’Ismea, è necessario però approvvigionarsi sui mercati esteri per una quota che oscilla, a seconda dell’annata, tra il 30% e il 40%. Poiché l’Italia è in grado di produrre mediamente 4 milioni di tonnellate di frumento duro all’anno.

Dal Nord Italia arriva quasi tutta la ricchezza del Paese

Quasi la metà del Pil, del gettito tributario, degli occupati nelle imprese private e degli investimenti complessivi del Paese è generata da sei regioni del Nord Italia: Liguria, Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Inoltre, quasi il 60% delle esportazioni italiane viene realizzato in questi territori “che, ormai, si sentono in sintonia e integrati più con la Baviera o Francoforte che con Roma”, dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi CGIA di Mestre Paolo Zabeo.

Oltre al taglio delle tasse e a una ripresa degli investimenti infrastrutturali, il Nord guarda quindi con particolare attenzione anche al tema dell’autonomia differenziata. L’auspicio, per la CGIA di Mestre, è che finalmente si gettino alle spalle le incomprensioni esplose negli ultimi mesi tra una parte del precedente esecutivo e i Governatori di Lombardia e Veneto.

La dimensione economica e occupazionale del Nord

Analizzando gli ultimi dati CGIA disponibili emerge che le sei regioni del Nord prese in esame producono complessivamente poco più di 721 miliardi di euro di valore aggiunto, ovvero del Pil, pari al 46,6% del totale nazionale. Le imprese private, invece, sono poco meno di 2 milioni, pari al 38,1% del totale in Italia, e occupano poco più di 8 milioni di lavoratori (48%). L’export ammonta invece a quasi 336 miliardi di euro, pari al 58,2% del totale, e gli investimenti fissi lordi realizzati sono stati poco più di 142 miliardi (49% del dato nazionale).

Tasse e infrastrutture

In Liguria, Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia risiedono poco più di 23 milioni di abitanti, pari al 38,4% del totale nazionale. Da questi territori del Nord l’erario preleva oltre 256 miliardi di euro (pari al 46,1% del totale), e in queste 6 regioni sono presenti oltre 6 mila chilometri di rete ferroviaria (36,7% del totale) e quasi 3 mila chilometri di rete autostradale (42,2% del dato nazionale). Attraverso i Tir transitano su queste strade poco più di 460 milioni di tonnellate di merci all’anno (53,4% del dato Italia).

Ritardo sulla banda ultra larga

Oltre alle infrastrutture materiali, rivestono un’importanza strategica anche quelle immateriali che, sul tema della banda ultra larga, vedono il Nord ancora in forte ritardo. Se in Italia le unità immobiliari raggiunte dalla fibra ultra veloce sono pari al 58%, in Trentino Alto Adige la copertura è del 28,2%, in Friuli Venezia Giulia del 45,6% e in Veneto del 48,6%. Solo Lombardia e Liguria registrano incidenze di copertura superiori al dato medio nazionale: rispettivamente del 59,5% e del 74,9%. Questi dati sono ricavati dalle dichiarazioni degli operatori privati nella consultazione pubblica 2019 su fonte Invitalia-Ministero Sviluppo Economico.

Furti di password: i malware che le rubano sono aumentati del 60% nel 2019

Le nostre password sono sempre di più a rischio furto. L’utilizzo di “password stealer”, i malware progettati per la raccolta dei dati digitali degli utenti, è aumentato in modo significativo nell’ultimo periodo. Il PSW, acronimo di Password Stealing Ware, è uno strumento che i cybercriminali utilizzano per accedere alla privacy degli utenti. Questo particolare tipo di software malevolo “ruba” i dati direttamente dai browser utilizzando diversi metodi. Molto spesso si tratta di informazioni sensibili – come dati di accesso agli account online – o di carattere finanziario – come password salvate, dati di riempimento automatico e dettagli memorizzati per i pagamenti digitali. Alcune famiglie di questo tipo di malware, inoltre, sono progettate per rubare i cookie direttamente dal browser, i file utente da una posizione specifica e i file delle applicazioni come i servizi di messaggistica. Nel corso degli ultimi mesi,  Kaspersky ha rilevato dei picchi di attività per quanto riguarda i malware stealer in Europa e in Asia. Nella maggior parte dei casi, questi malware hanno preso di mira utenti di paesi come la Russia, l’India, il Brasile, la Germania e gli Stati Uniti. Sempre nell’ultimo periodo, si è riscontrata una crescita significativa del trojan stealer multifunzione Azorult.

Commenta così il fenomeno Alexander Eremin, Security Researcher di Kaspersky: “Le persone oggi sono sempre più attive online e scelgono spesso di affidarsi a Internet per molte delle loro attività quotidiane. Questa tendenza porta ad avere un numero sempre maggiore di dati e informazioni all’interno dei loro profili digitali, rendendoli così un bersaglio particolarmente interessante per i cybercriminali: questi dati, infatti, possono essere monetizzati in molti modi in un secondo momento. Gli utenti possono utilizzare i loro servizi online preferiti con la certezza che le loro informazioni non saranno messe a rischio semplicemente memorizzando le password e le credenziali in modo sicuro. Questa buona abitudine dovrebbe essere supportata anche dall’implementazione di una soluzione di sicurezza digitale, perché la prudenza non è mai troppa”.

Password e credenziali al sicuro

I consigli degli esperti di Kaspersky, anche per mettersi al riparo da questa specifica tipologia di malware, sono semplici ma sicuramente efficaci. Innanzitutto, è importante non condividere password e informazioni personali con amici o familiari perché potrebbero renderle involontariamente vulnerabili all’azione del malware. Non pubblicare questo tipo di informazioni sui forum online o sui social media. Procedere sempre con l’installazione degli aggiornamenti e delle patch dei prodotti per garantire la protezione dai malware e dalle minacce più recenti. Scegliere soluzioni di sicurezza informatica sicure e specifiche per la protezione di password e informazioni personali.

 

Famiglie in affitto, un quinto delle spese è per il canone

Le famiglie che vivono in una abitazione in affitto, il 18,7% delle famiglie italiane, in media destinano oltre un quinto della loro spesa complessiva al pagamento del canone. Si tratta di una percentuale che si aggira da un minimo del 13,7% nelle Isole a un massimo del 20,2% nel Nord-ovest.  Secondo l’ultimo report dell’Istat la spesa media per le famiglie che pagano un affitto è di 399 euro mensili, più alta nel Centro (461 euro) e nel Nord, in particolare, 420 euro nel Nord-ovest e 425 euro nel Nord-est. Al Sud la spesa media per il canone è invece di 316 euro mensili, e nelle Isole scende a 309 euro.

Una quota più elevata nei comuni centro delle aree metropolitane

La quota più elevata di famiglie in affitto si registra nei comuni centro delle aree metropolitane (27,7%) e nei comuni periferia delle aree metropolitane o con almeno 50mila abitanti (21,0%), rispetto al 14,8% dei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane. Nei comuni centro di area metropolitana si paga mediamente un affitto pari a 487 euro mensili, 83 euro in più della media dei comuni periferia delle aree metropolitane o con almeno 50mila abitanti, e 142 euro in più dei comuni fino a 50mila abitanti che non fanno parte della periferia delle aree metropolitane.

La spesa media mensile per i consumi è di 2.571 euro

Nel 2018, riporta Adnkronos, la stima della spesa media mensile per consumi delle famiglie residenti in Italia è stata pari a 2.571 euro in valori correnti, sostanzialmente invariata rispetto al 2017 (+0,3%), quando era cresciuta dell’1,6% sul 2016. Pur in attenuazione, restano ampi i divari territoriali, e il differenziale maggiore è tra Nord-ovest e Isole (circa 800 euro).

Come in passato, i livelli di spesa più elevati, e superiori alla media nazionale, si registrano nel Nord-ovest (2.866 euro), nel Nord-est (2.783) e nel Centro (2.723 euro). Più bassi, e inferiori alla media nazionale, nel Sud (2.087 euro) e nelle Isole (2.068 euro).

Per l’abitazione si spende il 35,1% del totale

Per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria la spesa resta invariata rispetto all’anno precedente (con l’eccezione del Nord-est, dove si contrae del 3,5%) ed è pari a 903 euro (il 35,1% del totale), di cui 589 euro di affitti figurativi. Tra le spese non alimentari, la quota più rilevante dopo l’abitazione è destinata ai Trasporti (11,4%, 292 euro), seguono Altri beni e servizi (7,2%), Servizi ricettivi e di ristorazione e Beni e servizi ricreativi, spettacoli e cultura (5,0%), Servizi sanitari e salute (4,7%, 121 euro mensili), Abbigliamento e calzature (4,6%), Mobili, articoli e servizi per la casa (4,2%). Solo la spesa per le Comunicazioni, pari al 2,4% della spesa totale (62 euro mensili), si contrae in misura significativa (-2,5%) rispetto al 2017.

 

Ecodom nel 2018 ha gestito 126 mila tonnellate di rifiuti RAEE

Nel 2018 il consorzio Ecodom ha trattato oltre 105 mila tonnellate di rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, di cui il totale ammonta a 126mila tonnellate, con un taglio delle emissioni di CO2 pari a 808 mila tonnellate. Secondo l’undicesima edizione del Rapporto di Sostenibilità relativo all’anno 2018, su un totale di 310.610 tonnellate di RAEE Domestici gestiti complessivamente nel sistema formale italiano, 105.824 tonnellate, pari al 34,1%, sono state processate nella filiera di trattamento gestita dal consorzio.

Oltre ai RAEE Domestici si aggiungono ulteriori 8 tonnellate di pile e accumulatori portatili (RIPA) e 20.200 tonnellate di Rifiuti Aziendali, di cui 4.808 tonnellate di RAEE professionali.

Risparmiati 130,8 milioni di kWh di energia e riciclate 94.365 tonnellate di materie prime

Il lavoro di Ecodom ha inoltre permesso di risparmiare 130,8 milioni di kWh di energia, corrispondente al consumo elettrico annuo di una città di 120mila abitanti, come Bergamo. E l’opera del consorzio ha reso possibile riciclare 94.365 tonnellate di materie prime seconde provenienti da RAEE. Il tutto con un livello di servizio, misurato sulla puntualità dei ritiri dai Centri di Raccolta, pari al 99,84%. Più in particolare, nel 2018 Ecodom ha gestito il 43,6% dei RAEE appartenenti al Raggruppamento R1 (Freddo e Clima) con 36.704 tonnellate, e il 64,2% degli R2 (Grandi Bianchi), con 65.300 tonnellate. A queste quantità si aggiungono quelle dei RAEE R3 (televisori e monitor) con 2.627 tonnellate (pari al 4,4% sul totale nazionale), dei RAEE R4 (informatica, elettronica di consumo, piccoli elettrodomestici e apparecchi di illuminazione) con 1.189 tonnellate (1,9%), e dei RAEE R5 (sorgenti luminose) con 3 tonnellate (0,2%).

Principali output del riciclo 66.225 tonnellate di ferro e oltre 12mila di plastia

Nel 2018 i Punti di Prelievo (PdP) gestiti da Ecodom sono stati 4.825, ed è cresciuto il numero dei trasporti effettuati dagli automezzi al servizio di Ecodom, arrivati a 46.676 (+5,7% rispetto al 2017). Dai rifiuti (RAEE, RIPA e Rifiuti Aziendali) lavorati nel 2018 presso gli impianti partner di Ecodom è stato possibile recuperare materie prime seconde per un peso totale di 112.951 tonnellate. Gli output principali del riciclo sono state 66.225 tonnellate di ferro, oltre 12mila tonnellate di plastiche, circa 10mila tonnellate di metalli non ferrosi e 3mila tonnellate di vetro.

Ricavi superiori a 38 milioni di euro

Nell’anno 2018 il lavoro di Ecodom, riporta Askanews, ha generato ricavi superiori a 38 milioni di euro, con una flessione del 6,5% rispetto all’anno precedente. Le principali entrate sono state determinate dagli Eco-contributi RAEE, superiori a 16 milioni di euro (-26% rispetto al 2017), dai ricavi provenienti alla valorizzazione delle materie prime seconde, superiori a 13 milioni di euro (+3,6%), e dai ricavi ottenuti dalla gestione dei Rifiuti Aziendali, pari a 7,7 milioni di euro (+52,8%).

Quando i genitori sono un ‘elicottero’ in perenne soccorso dei figli

Sempre in ansia, sempre in mezzo, pronti a tutto pur di risolvere i problemi dei figli. Insomma, “genitori elicottero”, perennemente in soccorso, che sorvolano sopra le loro teste per controllare qualsiasi cosa facciano, e infine atterrano per risolvere ogni situazione. Magari in buona fede, con l’idea di far crescere i figli evitando loro di conoscere il dolore, e farli scivolare senza sforzo lungo il cammino della vita. Viene da chiedersi come ha fatto l’umanità a sopravvivere fino a oggi senza genitori di questo tipo. Ma anche, come fa l’umanità fuori dalla comfort zone delle nostre “calde cucce occidentali” ad andare avanti senza l’elisoccorso?

Non si fidano di nessuno, e non hanno il senso della misura

Di questa tendenza iperprotettiva si sono occupate due redattrici dello Spiegel Online, Lena Greiner e Carola Padtberg, nel libro Genitori Elicottero, Feltrinelli Urra, che raccoglie episodi spesso esilaranti raccontati dai lettori. Gli aneddoti arrivati da educatori, pediatri, o allenatori di calcio, dimostrano che i genitori elicottero non si fidano più di nessuno, e spesso non hanno il senso della misura. C’è infatti chi arriva a chiamare l’avvocato per agire nei confronti della scuola o di un insegnante. Ma genitore elicottero è anche quello che aiuta i figli nei compiti, correggendoli a casa prima che i ragazzi li riportino a scuola. Per non parlare dei padri ambiziosi, una vera e propria piaga per gli allenatori di calcio.

Quando arriva l’affrancamento le conseguenze possono essere drammatiche

Dove la vicenda si fa più tragica è quando i figli raggiungono l’età giusta per non avere anagraficamente più bisogno della rete genitoriale, riporta Ansa. Eppure anche lì fidarsi è bene, ma controllare è meglio. Ed ecco genitori che vanno a prenotare l’esame all’Università, a riempire il frigorifero della casa dove sono andati ad abitare i figli studenti, e persino a rispondere per loro agli annunci di lavoro. Poi, a un certo punto, arriva l’affrancamento, ma le conseguenze possono essere drammatiche. I genitori elicottero infatti hanno protetto i figli in modo fanatico per una vita, puntando tutto sulla prole e mettendo le loro vite in secondo piano. Insomma, facendo del loro essere genitori una ragione di vita.

“Negli ultimi due decenni padri e madri hanno perso molte sicurezze”

Occuparci dei figli può dare dipendenza, ci illude di renderci felici, ma quando sono andati via dal nido cosa resta di noi?  “Questi genitori non sono in grado di tracciare una linea di demarcazione tra se stessi e i figli, ciò accade perché negli ultimi due decenni padri e madri hanno perso molte sicurezze sul lavoro e sul welfare – spiega lo psichiatra dell’età evolutiva Michael Winterhoff -. Inconsapevolmente questi genitori trasformano la felicità del figlio nella propria felicità: percepiscono il figlio come un loro prolungamento, vivono in simbiosi. I genitori devono rendersi conto di non poter essere i migliori amici dei figli. Il loro compito è orientarli, guidarli, proteggerli, dire di no”.